Il rinvio del Mercosur e la lezione politica del premier canadese Carney all’Unione europea: commercio, strategia e leadership a confronto
Tutto rimandato per l’accordo di libero scambio col Mercosur, il Mercado comune do Sur, che unisce i maggiori paesi dell’America del Sud (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Il Parlamento europeo ha demandato la questione alla Corte di giustizia europea, sicché le prospettive di un’intesa commerciale fra i due grandi spazi economici continentali è rinviata, se si vorrà aspettare il parere legale della Corte, a data da destinarsi. In realtà, il Consiglio europeo del prossimo weekend potrebbe comunque tirare avanti senza ulteriori indugi (e vedere come aggiustare eventualmente le cose, se in seguito dovessero giungere rilievi di cui tenere conto).
Ue a geometrie variabili
Ma intanto, a chi fosse in cerca di un’immagine-copertina, per dare al mondo l’impressione di un’Europa divisa e dubbiosa, immobile, paralizzata da lungaggini e incerta sul proprio futuro, la manciata di voti fra i favorevoli e i contrari di ieri gliene ha fornita una: dopo le dichiarazioni dei leader europei, dopo le parole della von der Leyen in seduta plenaria, su un aumento dell’export di oltre il 200% (in quanti anni? Questo la Presidente della Commissione non l’ha detto), arriva la doccia gelata del voto.
Il fatto è che i benefici sono asimmetrici – interessano, ad esempio , l’industria tedesca molto più che l’agricoltura francese – e, in queste singolari geometrie parlamentari in cui i segmenti nazionali si dimostrano più forti e compatti delle stesse famiglie politiche, l’Europa perde spesso e volentieri il baricentro dei propri interessi strategici fondamentali. E ciò accade oggi, nel momento peggiore.
Il discordo del premier Carney
Che cosa sono, però, UE e Mercosur? Al forum di Davos il premier canadese Mark Carney ha usato le parole giuste: potenze di taglia media. Carney parlava del suo Paese, che ha vissuto pericolosamente il primo anno del secondo mandato di Trump: le cartine geografiche con le stelle a strisce a colorare i nuovi Stati americani dell’era Trump hanno riguardato il Canada ancora prima della Groenlandia. E così anche per i dazi: Trump non ha risparmiato parole minacciose al vicino settentrionale, e misure più severe di quelle adottate con paesi più docili.
Ma ecco il punto del ragionamento di Carney, la domanda che nemmeno gli europei possono più evitare di farsi: la docilità, la condiscendenza paga? Paga fare a gara nel compiacere Donald Trump, col risultato di dividersi, di andare in ordine sparso, di farsi valere non come un unico mondo di interessi e valori, ma come l’amico più fedele o l’alleato più disponibile? La risposta di Carney è: no non paga.
L’ordine infranto
Inutile farsi illusioni. Carney è ancora più schietto: inutile, anzi pericoloso vivere nella falsità. Le falsità che enumera sono due e tutte e due chiamano in causa gli alleati occidentali degli Stati Uniti (a proposito, ne avrebbe potuta aggiungere una terza, che in Italia è accreditata anche dalla Presidente del Consiglio, con tutte le ambiguità del caso: usare la parola Occidente come se questa rappresentasse ancora un’unità è falso e illusorio). La prima falsità riguarda il diritto internazionale. Carney non ne misconosce affatto i principi, ma aggiunge con il necessario pragmatismo: non fingiamo di ignorare che era solo un pezzo dell’ordine globale, e che stava in piedi perché era sostenuto dalla forza egemone degli Stati Uniti, che non hanno mancato di muoversi anche al di fuori di quel quadro di regole.
L’Europa disarticolata
È così; Carney avrebbe potuto anche aggiungere che le eccezioni erano però pensate, a volte giustificate, e in genere praticate in favore di un internazionalismo liberale che oggi è invece il primo bersaglio delle iniziative (eufemismo) di Trump, ma non cambierebbe la sostanza, cioè l’invito a prendere atto del cambiamento radicale della partita geopolitica. La quale, per quanto riguarda l’Europa, è stata esposta a chiare lettere nel documento strategico licenziato dall’Amministrazione USA: l’Europa ci piace se disarticolata. Più chiaro di così.
La consapevolezza
Prendere atto significa agire di conseguenza, ambire a propria volta a conseguire una più ampia autonomia strategica, che le grandi potenze possono perseguire da sole, mentre le medie potenze possono perseguire solo se fanno fronte comune. Per questo, il multilateralismo è non l’idealismo delle buone intenzioni, ma il realismo necessario delle medie potenze.
La seconda illusione
Anche perché, è la seconda illusione che deve cadere, la frattura causata da Trump non si ricomporrà d’incanto allo scadere della sua Presidenza. Non solo perché dopo Trump potrà toccare a J. D. Vance – meno bizzarro o spiritoso ma non meno determinato a picconare l’ordine globale, e l’Unione europea –, bensì perché da un lato la rotazione degli interessi americani verso il Pacifico e lo scontro con la Cina restano il primo terreno di impegno della superpotenza americana, e, dall’altro, aggiungo io, il deterioramento delle culture politiche liberaldemocratiche è anch’esso, purtroppo, un fatto strutturale. Che non si recupera in un giorno.
I potenti hanno il loro potere, ha concluso il premier canadese, «ma noi abbiamo la apacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme». Abbiamo questa capacità, Presidente Meloni?



















