Groenlandia, la mediazione di Rutte e della Nato rompe il ghiaccio con Trump: intesa raggiunta e stop ai dazi contro l’Unione europea. IL VIDEO
Alla fine l’intesa arriva: Donald Trump annuncia di aver trovato un accordo sulla Groenlandia mediato dal Segretario della Nato Mark Rutte. Quali dettagli contenga tale accordo, ancora non è dato a sapersi, ma la stretta di mano arriva solo dopo una giornata diplomaticamente tormentata, in cui l’ex premier olandese ha lavorato per convincere il presidente che gli alleati aveva a cuore la sicurezza del Grande Nord almeno quanto lui.
Artico e Groenlandia sono dal 2014 “un dossier di massimo interesse strategico per la Nato” e quindi per gli Usa e l’Europa che rappresentano 28 dei 32 paesi che formano l’Alleanza atlantica. Prova ne sono le numerose esercitazioni terra, aria e mare che la Nato ha ordinato nel 2025. Esercitazioni che sono assolutamente in linea con Arctic Endurance che ha preso forma all’inizio dell’anno dopo le surreali minacce di Trump su dazi e altri fronti.
Il bilaterale decisivo a Davos
Quindi caro Donald, anzi “dear daddy”, se proviamo per un attimo a mettere da parte paroloni e iperboli e ragioniamo con sangue freddo, vediamo bene che il caso Groenlandia non esiste. Almeno sotto il profilo della “sicurezza mondiale”. Più o meno questi argomenti sono stati oggetto del bilaterale che Donald Trump ha avuto ieri nel tardo pomeriggio a Davos con Rutte. Un bilaterale sofferto, incerto fino alla fine, ma si è dimostrato l’unica finestra operativa per trovare una via d’uscita al pasticcio Groenlandia.
La reazione europea
Trump aveva parlato all’ora di pranzo. «Non voglio usare la forza per la Groenlandia e non la userò. E però vogliamo quel pezzo di ghiaccio (chissà contenti i 57 mila cittadini groenlandesi, ndr) per proteggere il mondo. Se l’Europa ce lo darà apprezzeremo, se dicono no ce lo ricorderemo».
L’Europa, accusata una volta di più di «non essere forte», ha risposto nell’unico modo possibile: se n’è andata, via von der Leyen, Merz, Lagarde, Macron lasciando solo Trump in quel di Davos.
La mediazione silenziosa della Nato
In quel momento la mediazione e l’interlocuzione, a parte i canali bilaterali, era nelle mani del Segretario generale della Nato. Che con pazienza e in silenzio, da taluni giudicati “eccessivi”, ha cercato di mettere insieme una exit strategy prima che la situazione precipitasse.
La cosa più semplice e migliore da fare, in massima trasparenza, è stato riassumere all’inquilino della Casa Bianca quanto la Nato, e quindi anche la Casa Bianca, stanno già facendo per proteggere e valorizzare la strategicità della Groenlandia e di tutto l’oceano Artico. Usando quella “diplomazia ponderata” dietro la quale Rutte, che in questi giorni a Davos è rifuggito da ogni dichiarazione pubblica sulla Groenlandia, si è trincerato «per poter lavorare dietro le quinte».
L’exit strategy
Esiste dunque una exit strategy. Si è trattato di ricordare a Trump che «nella Nato siamo tutti d’accordo sull’importanza dell’Artico e del Nord Atlantico per la nostra sicurezza condivisa» spiega un funzionario Nato. La necessità di investire di più nella difesa è da tempo chiara. Al vertice Nato del 2014 in Galles, gli Alleati s’impegnarono per garantire deterrenza e difesa. Il vertice Nato dell’Aia a giugno scorso ha segnato la svolta con il raggiungimento del 3,5% del Pil in difesa da raggiungere entro il 2035 a cui si aggiunge un ulteriore 1,5% in spese in infrastrutture.
Difesa e deterrenza nell’estremo nord
«Questo impegno – assicura il funzionario Nato – sta già dando i suoi frutti e migliorerà la capacità di deterrenza e difesa della Nato anche nell’Estremo Nord». Nello specifico, sull’Artico, l’Alleanza sta portando avanti «un addestramento più intenso con capacità potenziate». Sta già potenziando difese e deterrenza all’estremo nord «tramite esercitazioni regolari che ci mettano in condizione di essere pronti ad operare in qualsiasi condizione». Tra i ghiacci, a -30 gradi e con tre ore di luce nei mesi invernali.
Le grandi esercitazioni del 2025
Sarà utile quindi ricordare a Trump le tante esercitazioni alleate avvenute nella regione nel 2025. “Cold Response”, ad esempio, è stata una delle «più grandi esercitazioni di guerra tenute tra i ghiacci». Tra gennaio e marzo 2025 le forze armate norvegesi, i Marines Usa e altri alleati Nato «si sono impegnati in diverse operazioni di combattimento in condizioni di freddo tra cui tattiche di piccole unità, operazioni difensive, esercitazioni di integrazione delle forze e logistica in ambienti estremi». Tra dicembre e luglio si è svolta una esercitazione analoga in mare. Un’altra esercitazione (Dynamic Mongoose 25), sempre nel 2025, ha riunito in Islanda una «potente forza di marine e aeronautiche alleate per potenziare le capacità di guerra sottomarina e rafforzare la cooperazione transatlantica». Si contano altre tre esercitazioni analoghe e anche di guerra elettronica nel 2025.
Russia, Cina e la diagnosi condivisa
Perché non ci sono dubbi, spiegano fonti Nato che seguono il dossier Artico, che «la Russia abbia notevolmente incrementato la sua attività militare nell’Artico, istituendo un nuovo Comando Artico, riaprendo ex siti militari dell’era sovietica, tra cui aeroporti e porti in acque profonde, e utilizzando la regione come banco di prova per nuovi sistemi d’arma. Queste forze rimangono parte integrante del deterrente strategico russo». La Russia e anche la Cina «il cui crescente interesse per la regione è motivo di preoccupazione poiché Pechino cerca di accedere a risorse energetiche, minerali essenziali e importanti linee di comunicazione marittime».
Quindi Trump ha ragione nel sottolineare il problema. La diagnosi è nota. La cura è pronta e resta in ambito Nato. «Nei prossimi giorni – sottolinea il funzionario Nato – sono in programma due ulteriori esercitazioni in Norvegia: a febbraio (Arctic Dolphin) e a marzo (Cold Response)». Caro Donald, qui ci sono tutte le risposte che chiedi. Sempre che le domande siano state quelle vere e non alibi per parlare d’altro. E alla fine, chiamato il bluff, questa costanza e l’isolamento dai partner hanno dato i loro frutti.
Perché trump ha cambiato passo
La svolta annunciata a Davos non è solo diplomatica, ma politica interna americana. Trump arriva al Forum dopo settimane di tensioni con gli alleati e con i mercati, in un momento in cui la minaccia dei dazi cominciava a produrre più incertezza che consenso. Il passo indietro sulla forza e sui dazi consente al presidente di presentarsi come leader risolutivo senza rinunciare alla narrazione muscolare: l’intesa viene raccontata come una vittoria totale degli Stati Uniti, anche se il perimetro resta quello Nato. È una correzione di rotta che riduce i rischi immediati senza smentire l’impostazione di fondo.
La posta vera: l’artico oltre la Groenlandia
Al di là dell’isola, il nodo centrale resta il controllo dell’intera regione artica. Rotte marittime, risorse energetiche, basi militari e nuove tecnologie rendono l’Artico uno dei principali fronti strategici del prossimo decennio. La mediazione Nato ha consentito di spostare il confronto dal terreno della sovranità a quello della sicurezza condivisa, evitando una frattura politica immediata con l’Europa. Ma il dossier resta aperto: Russia e Cina continuano ad aumentare la loro presenza nell’area e la stabilità dipenderà dalla capacità dell’Alleanza di trasformare l’intesa annunciata in una cooperazione strutturata e duratura.






















