Sofia Ventura paragona Trump a Nerone, la politologa dell’Università di Bologna legge lo scenario politico internazionale
«Leader come Trump e Putin conoscono solo il linguaggio della paura. Per questo l’Europa ha bisogno di una forza di deterrenza». Alle leadership politiche Sofia Ventura, professoressa all’Università di Bologna, ha dedicato il libro I leader e le loro storie. Narrazione, comunicazione politica e crisi della democrazia (il Mulino, 2019). Con lei discutiamo dello sconvolgimento della politica internazionale provocato da Trump e dell’atteggiamento, a tratti ambiguo, di alcuni leader europei nei suoi confronti.
Professoressa, i rapporti tra Europa ed Usa non sono mai stati così tesi. È una situazione inedita?
«Siamo di fronte a uno scenario nuovo e dal quale non si tornerà indietro. Quelle di Macron sono state le parole più dure tra tutti i leader europei. Va detto che il presidente francese è oscillante nelle sue prese di posizione, lo abbiamo visto anche rispetto all’Ucraina».
Intendeva ergersi a portavoce dell’intera Europa?
«È un leader di grande capacità e intelligenza ma vittima del suo narcisismo. Al tempo stesso, è libero da preoccupazioni di nuove candidature. Si gioca il proprio prestigio, che vorrà probabilmente spendere in altri contesti sovranazionali. E’ chiaro che intende svolgere un ruolo da protagonista in questa fase storica, in cui l’Europa cerca di riorganizzarsi. Ma come dicevo è oscillante: come prima diceva che bisogna parlare con Putin, oggi adotta parole molto dure contro Trump e lo fa forse con una certa avventatezza. Certo c’è la consapevolezza che di fronte ai comportamenti da bullo del tycoon il cedimento non paga».
Un secondo atteggiamento, decisamente più prudente, è quello della premier Meloni.
«Nell’atteggiamento di Meloni intervengono molti elementi, non ultimo l’opinione pubblica italiana, che non è pronta a rotture né a sostenere decisioni pro-Europa qualora queste comportino dei costi. E’ bene sempre ricordare che noi siamo il paese di “Franza o Spagna”. Inoltre, l’elettorato di Meloni non è particolarmente favorevole a posizioni dure contro la Russia di Putin e questo lo porta a non vedere in Trump quello che di fatto è, cioè la quinta colonna di Putin in Occidente e nella Nato».
Gioca un ruolo il rapporto personale tra la premier e Trump?
«Sì, ma svolge un ruolo ancora più importante la volontà di Meloni di continuare ad essere parte dell’internazionale populista, cosa che è stata resa evidente dallo spot pro Fidesz, il partito di Orban. Meloni non ha avuto remore ad apparire in quel video insieme a Marine Le Pen e alla leader di Afd. Questa internazionale è un soggetto antieuropeo, dentro cui sta anche Trump. La grande contraddizione di Meloni è questa: non puoi giocare all’europeista e poi mantenere rapporti con un’internazionale populista filo-russa».
Alla lunga pagherà questo posizionamento tra i due fuochi?
«Credo che la sua strategia di mediazione, del “con Trump parlo io, in fondo non è così cattivo”, non possa portare a molto. Però rispecchia la mentalità italiana».
Trump ha segnato un cambio di paradigma nel rapporto tra la politica e il diritto, interno e internazionale. Per descriverlo è sufficiente la categoria di narcisismo spesso evocata?
«Nel suo caso siamo all’interno di un profilo narcisistico chiaramente patologico. Ritiene che non ci sia limite al suo intervento. Recentemente ha detto che l’unico suo limite è la sua moralità ma, essendo completamente amorale, pensa di non avere limite. Non ha rispetto nemmeno per la vita umana, figuriamoci per il diritto. Basti pensare a quanto sono aumentati i morti ucraini da quando Trump ha preso il potere e ha tolto aiuti all’Ucraina in termini, ad esempio, di intelligence. Trump non si preoccupa delle ricadute che il suo ambiguo atteggiamento verso la Russia ha sul popolo ucraino».
Se dovesse individuare personaggi storici assimilabili a Trump?
«Se non fosse vittima della storiografia direi Nerone. Ma sicuramente l’analogia più immediata è con tanti dittatori del Novecento, con cui condivide la postura mentale per cui non esistono bene e male, l’abbandono di qualsiasi categoria di umanità e, infine, un’attitudine autoritaria e molto violenta. Basti pensare alle “milizie” dell’ICE».
Oltre ai rapporti internazionali pensa sia a rischio la struttura democratica degli Stati Uniti?
«Fortunatamente l’America ha molti anticorpi, ha una struttura non centralizzata, con molti corpi intermedi e una società civile molto vivace. Certo è che Trump ha l’attitudine di un dittatore, perché non tollera che qualcosa ostacoli la sua volontà. Finora le reazioni, sia dei democratici che dei repubblicani in disaccordo con lui, sono state abbastanza deboli. Forse con gli accadimenti di Minneapolis si assisterà a una reazione della società civile che però sembra ancora molto timida».
Come dovrebbe comportarsi l’Europa?
«Di fronte alla prevaricazione e alla violenza non servono a nulla l’assoggettamento, l’acquiescienza o l’ “appeasement”. Il che non vuol dire che vada necessariamente prodotta violenza, ma che vada prodotta deterrenza».
Vede delle possibili nuove leadership nel vecchio continente?
«Dobbiamo guardare molto alla Scandinavia e all’Europa dell’Est. Noi ci soffermiamo sulle leadership dei grandi paesi, ma in questo momento la fermezza è nella leadership danese di Frederiksen o in quella polacca di Tusk. Conoscono bene il pericolo dell’invasione e dell’autoritarismo e si stanno mostrando più fermi nella questione della Groenlandia. Sono leadership meno appariscenti, non narcisiste e molto responsabili. In questa fase storica credo che saranno loro a portarsi sulle spalle il fardello di un’Europa che cerca di diventare un vero soggetto politico».



















