Negli Usa la politica estera non interessa e il dissenso è scoraggiato. Così l’America resta in silenzio e non protesta
L’America si sta richiudendo come una conchiglia spaventata. Non urla più, non marcia più, non si indigna più. Si guarda allo specchio, controlla il proprio riflesso, il proprio conto in banca, il prezzo del latte al supermercato. Tutto il resto è rumore di fondo. Palestina, Venezuela, Groenlandia: nomi lontani, quasi esotici, buoni per i talk show europei ma irrilevanti per chi deve riempire il carrello della spesa a fine mese. È questo il terreno perfetto su cui cresce il nuovo maccartismo americano, più subdolo del precedente, meno ideologico e più anestetizzante.
La normalità del caos
Donald Trump non ha inventato nulla, ha solo capito come funziona il caos. La sua strategia è sempre la stessa: buttare tutto nello stesso calderone – Venezuela, Groenlandia, Iran, immigrazione, sicurezza nazionale – mescolare e presentare il piatto come una necessità storica. Gli americani lo hanno votato perché pensavano fosse l’uomo dell’ordine: confini controllati, ruolo protettivo, sicurezza nazionale. E questo, alla base, va benissimo.
Anzi, viene approvato. Il problema, per Trump, non è la politica estera. Il problema è il costo della vita. È lì che si gioca tutto. È lì che gli americani sono pronti a mobilitarsi. Non certo per la Groenlandia danese o per Gaza, tema che pure era entrato nella campagna elettorale, sostenuto anche da Kamala Harris, prima di essere archiviato come una scocciatura.
Cosa conta per gli americani
Gli indicatori economici raccontano una storia rassicurante: l’economia americana tira, il reddito medio supera i 120 mila dollari annui, quello mediano è intorno ai 75 mila. Numeri che in Europa sembrano fantascienza. Il benessere crea consenso, e storicamente gli americani sono poco inclini a mettere in discussione chi governa finché il portafoglio regge.
La politica estera, in quest’ottica, diventa un dettaglio. In Cina è lo stesso: finché la promessa di prosperità viene mantenuta, la democrazia può aspettare. Gli europei, invece, vivono la politica come un dramma esistenziale. Per questo la possibile rottura della Nato ci appare apocalittica, mentre dall’altra parte dell’Atlantico passa quasi inosservata.
“Chissene” dell’Europa
La Groenlandia è il casus belli del momento. Trump insiste: la vuole per motivi di sicurezza. E poco importa che sia già sotto l’ombrello Nato come protettorato danese. Il punto non è militare, è simbolico. Cina a Est, America a Ovest. Trump sogna di essere il dittatore dell’emisfero occidentale. L’Europa? Se non può sopravvivere senza gli Usa, peggio per lei. “Chissene”, per dirla brutalmente. Ci penserà la Russia. Nessun americano scenderà in piazza per difendere il diritto danese. La maggior parte neppure se ne accorgerà.

Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, lo ha detto senza giri di parole, usando un lessico sorprendentemente trumpiano: la supply chain Groenlandia è una questione strategica. Traduzione: esercito forte, stampa zitta, chi dissente, come il New York Times o la Cnn, e è un nemico, “non ascoltateli”.
O con lui o contro di lui
Ed eccolo, il nuovo maccartismo. Stesse parole chiave: indifferenza e accusa di antiamericanismo. Sei contro Trump? Sei contro l’America. Punto. Chi prova a protestare sa di rischiare l’isolamento, il controllo, la punizione. Ti tolgo i fondi, ti tolgo i soldi, ti delegittimo. Le istituzioni che contano – Congresso, Senato, Corte Suprema, Presidenza – dovrebbero bilanciarsi. Invece sono piegate. Trump ha ristrutturato la Corte Suprema a suo favore, controlla Camera e Senato, e il Partito Repubblicano ha paura. Nessuno osa fermarlo. E lui continuerà, spingerà, andrà avanti finché qualcuno non troverà il coraggio di dire basta.
Confusione dem
La sinistra, dall’altra parte, è divisa e confusa. I democratici non hanno un leader, non hanno media forti, non sanno come reagire. Si spostano a sinistra su posizioni che Trump spaccia come comuniste, regalando munizioni al nemico. Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Alexandria Ocasio-Cortez: socialdemocratici trasformati in spauracchi. L’ICE diventa una nuova Gestapo, ma denunciarlo non basta. Le manifestazioni di febbraio, i “No Kings“, il movimento 50501 – 50 Stati, 50 proteste, 1 giorno – sono già un ricordo sbiadito. Un mese dopo l’elezione del 47esimo presidente, la piazza si è svuotata. L’America che protestava contro il Vietnam sembra un reperto da museo.
Il caso Talarico
Eppure qualcosa si muove. Nella crisi profonda dei democratici, uno dei pochi a fare proselitismo è James Talarico. Giovane deputato texano, ha imparato sulla propria pelle cosa significa ammalarsi negli Stati Uniti: 684 dollari per 30 giorni di insulina, assicurazione inclusa. Da lì una battaglia politica concreta: un tetto al costo dell’insulina, approvato con un raro consenso bipartisan. Talarico non parla di geopolitica astratta, parla di vita quotidiana. È forse da lì che può ripartire un’opposizione reale.
Perché la verità è questa: gli americani si mobiliteranno per il costo della vita, non per la politica estera. Trump lo sa. E finché il carrello della spesa resterà pieno, il nuovo maccartismo potrà avanzare senza trovare resistenza. Silenzioso, efficiente, spietato. Come tutte le cose che funzionano davvero.




















