21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Gen, 2026

Lavrov e la legge del più forte: dalla Groenlandia alla Crimea

Il presidente Usa Donald Trump e l'omonimo russo Vladimir Putin

Lavrov legittima l’annessione russa usando il linguaggio di Trump. L’Europa reagisce ma resta divisa, mentre la Nato mostra crepe sempre più profonde


«Stiamo monitorando la situazione in Groenlandia. Non esistono prove che Russia o Cina vogliano impossessarsene. Ma così come la Groenlandia è importante per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la Crimea è altrettanto importante per la sicurezza nazionale della Russia». È quasi sornione il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov mentre riassume, senza alzare la voce, ciò che sta accadendo oggi sul piano globale: la normalizzazione della legge del più forte come metro dei rapporti internazionali.

Nelle parole del capo della diplomazia russa c’è qualcosa di più di una provocazione. C’è la presa d’atto che un principio, diventato ufficioso con l’invasione dell’Ucraina, si è ormai consolidato. Prima attraverso le politiche espansionistiche di Benjamin Netanyahu, oggi definitivamente legittimato da Donald Trump. Lavrov non rivendica, normalizza. Prende il linguaggio della sicurezza nazionale e lo applica retroattivamente alla Crimea, registrando la luce verde accesa dalla principale potenza mondiale.

Trump e l’elogio della forza

Il presidente statunitense non arretra. Dopo aver definito la Groenlandia «imperativa per la sicurezza nazionale e globale», attacca il Regno Unito per la restituzione dell’isola di Diego Garcia a Mauritius, sede di una base militare americana. Un «atto di totale debolezza», secondo Trump, che sarebbe stato «notato da Cina e Russia». Il messaggio è chiaro: le grandi potenze riconoscono solo la forza.

L’Europa, come spesso accade, si indigna e riafferma i principi. Kaja Kallas fissa la linea: «Nessun Paese ha il diritto di prendere il territorio di un altro. Non in Ucraina, non in Groenlandia, né altrove». Ursula von der Leyen annuncia sostegno economico e strategico a Nuuk e ribadisce che «sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili». Ma alle parole, per ora, non segue una postura comune.

Francia divisa e appello alla difesa europea

In Francia emerge una doppia linea. Emmanuel Macron apre alla Cina sul piano economico, cercando di compensare le pressioni strategiche americane. Su tutt’altro fronte si colloca la destra di Jordan Bardella, che parla apertamente di coercizione: «Accettare una dipendenza mascherata da partnership o agire come potenze sovrane». La Groenlandia, avverte, è «un perno strategico in un mondo che torna a una logica imperiale». Da qui l’appello a usare gli strumenti europei anti-coercizione.

Intanto la Nato scricchiola. Secondo fonti britanniche, diversi Paesi europei avrebbero limitato la condivisione di intelligence con Washington, temendo un uso politico delle informazioni. I rapporti tra Stati Uniti e Regno Unito sarebbero ai minimi dalla crisi di Suez. A peggiorare il clima contribuisce Trump, che sui social rilancia messaggi ostili all’Alleanza, definendo Nato e ONU parte del problema, non della soluzione.

La minaccia che non c’è (per ora)

Sul piano militare, però, i fatti raccontano altro. Il generale danese Soren Andersen, comandante del Joint Arctic Command, smentisce la presenza di navi russe o cinesi attorno alla Groenlandia. La minaccia è potenziale, futura, non immediata. Gli Stati Uniti sono stati invitati alle esercitazioni Arctic Endurance. Non hanno risposto.

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La conclusione appare evidente. Il mondo torna a ragionare per logiche imperiali. La Nato, forse già clinicamente morta come disse Macron parlando di «morte cerebrale», oggi riceve la lapide politica. Con l’attacco alla Groenlandia, Donald Trump non colpisce solo un territorio europeo: archivia l’ordine globale e apre una fase di instabilità che scivola apertamente verso il caos.

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