21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Gen, 2026

Pastori: «Usa-Ue al punto più basso. Trump affabulatore»

Il presidente Usa Donald Trump

Il docente di relazioni transatlantiche Gianluca Pastori riflette sul rapporto tra Europa e Usa e sulla politica da “affabulatore” di Donald Trump


«Siamo già al punto più basso delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa, ma, come si dice, giunti al fondo si può sempre cominciare a scavare. I rapporti tra Usa e Ue non sono mai stati tanto difficili. Gli Usa rivendicano un’espansione territoriale su territori europei: sulla Groenlandia si va verso una prova di forza. Non sembra possibile una mediazione. Siamo aperti a tutti gli scenari». Gianluca Pastori, docente di storia delle relazioni transatlantiche alla Cattolica di Milano e research fellow dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, non nasconde i rischi di deriva.

La Groenlandia è un pretesto per attaccare l’Europa?

«Sono d’accordo, la Groenlandia non importa in sé, c’è una ostilità più profonda. Già nel 2016-17 Trump non aveva nascosto la sua avversione verso l’Ue come emblema del multilateralismo. Oggi ripropone la sua avversione ancora con più forza».

Nella lettera di Trump al premier norvegese emerge una deriva psicotica?

«Siamo in un campo che ha più a che fare con le competenze dello psicologo. Lo stesso vale per il fondo Trump per Gaza o per il costante tentativo di intestarsi certi progetti con il nome. Mi domando: quanto paga questa personalizzazione dal punto di vista politico? I membri della sua amministrazione sono incapaci di tenerlo a freno oppure vedono nei suoi atteggiamenti psicotici strumenti che funzionano? Questo modo di agire sembra capace di produrre consenso all’interno».

Quale bilancio a un anno dall’insediamento di Trump? Saremo ancora a lungo sull’ottovolante?

«Decisamente sì, nel primo mandato Trump aveva tanti freni. Ora è tutto cambiato: c’è un’amministrazione progettata e più coesa, il partito repubblicano sembra pesantemente trumpizzato, c’è una forte influenza dei Maga. Trump ha più libertà d’azione. Stupisce la sua capacità di affabulazione: fin dalle bugie sui brogli e sulle elezioni rubate il presidente racconta cose false, ma è proprio il suo elettorato che vuole farsele raccontare».

Che cosa deve fare l’Europa sulla Groenlandia? C’è chi pensa sia meglio lasciargliela

«L’Europa si è messa in una posizione lose-lose, comunque perdente. Se cede a Trump per evitare i danni dei dazi, sarebbe l’ennesima volta. Se difende la sovranità della Groenlandia, oltre al peso del costo economico, porterebbe alla luce le fratture profonde che esistono all’interno dell’Unione».

La richiesta della Groenlandia è un ritorno all’imperialismo o uno stile da gangster globale?

«Mi sembra si stia ritornando all’epoca della politica di potenza quando la rilevanza degli stati era in ultima analisi legata alla loro forza. È uno scenario precedente alla seconda guerra mondiale – e perfino alla prima – quando la forza militare ed economica prevaleva sul diritto e le regole».

All’inizio del mandato di Trump sembrava che il competitor principale fosse la Cina. Ma così facendo non spinge gli ex alleati europei proprio nelle braccia di Pechino?

«Il rischio c’è: molti paesi europei hanno ventilato la possibilità di costruire rapporti amichevoli con la Cina. Prima dell’insediamento tutti gli osservatori ritenevano che Trump avrebbe preferito una politica di ripiegamento per risparmiare risorse e competere con la Cina. Oggi invece sembra che cerchi con Pechino un modus vivendi. È una politica di desistenza: voi crescete nella vostra area, noi cresciamo nella nostra».

«Lo schema “democrazie contro autocrazie” è abbondantemente archiviato… In questo nuovo sistema nessuno è amico di nessuno e ognuno cerca di esercitare un patronato sulla propria sfera di influenza: gli Usa sulle Americhe, la Cina sull’Asia, la Russia sull’Europa orientale. Il resto del mondo è uno scenario abbastanza aperto: anche sul Medio Oriente il controllo di Washington è più apparente che reale».

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Trump è l’America? O tutto finirà con lui?

«Trump è una parte dell’America: questa parte non sparirà dopo di lui, prenderà altre forme. Trump ha saputo dare voce a un’America che non si sentiva rappresentata. Dovremmo convivere con il trumpismo anche dopo di lui, ma sarà diverso. Trump ha dei tratti unici: carisma, narcisismo, linguaggio. Chi verrà dopo dovrò farci i conti. Gli Stati Uniti saranno più polarizzati: il partito democratico dovrà reagire ma lo farà probabilmente estremizzando le sue istanze. Finirà insomma il consenso verso il centro dello spazio politico che è stato sempre il punto di forza dei presidenti fino all’arrivo del ciclone Trump».

Come dovrebbe affrontare questa crisi L’Europa?

«L’Europa si trova in una posizione in cui qualunque scelta farà, sarà la scelta sbagliata. Alla fine penso che sceglierà l’inazione: perché è divisa al suo interno, ha sviluppato una dipendenza economica, commerciale e politica dagli Stati Uniti, ha perso i suoi motori tradizionali. Francia e Germania non riescono a gestire i problemi interni, figuriamoci se riescono a trainare l’Europa. Non vedo un’esplosione traumatica: la macchina europea serve ancora tanti interessi. Ma anche di fronte a sfide strutturali come la sicurezza – vedi l’invasione dell’Ucraina – l’Europa tende a scivolare nella passività». 

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