21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Gen, 2026

Il dovere di prendere Donald Trump sul serio

Dopo la lettera al premier norvegese e la nomina del board di Gaza, abbiamo il dovere di prendere Donald Trump sul serio


Ci sono anni in cui non succede niente e invece settimane in cui accadono decenni. La constatazione è di Vladimir Ilic Lenin, uno che certo non si spaventava dinanzi a cambiamenti traumatici. Ma chissà che cosa avrebbe pensato e detto, l’artefice della Rivoluzione russa, di fronte al terremoto prodotto da Trump nel primo anno del suo secondo mandato. Non è passato giorno senza che il tycoon non abbia inferto un colpo di maglio a regole, tradizioni, procedure e leggi, con un crescendo rossiniano. Proprio in queste ore le diplomazie internazionali stanno cercando di metabolizzare le ultime due impennate, che sembrano estratte dal cilindro di uno sceneggiatore di Hollywood, avvezzo ad esperienze chimicamente forti.

Il nobel conteso

Con una lettera diretta al premier della Norvegia – Stato che per lunga tradizione è la sede del comitato che assegna il premio Nobel per la pace, oltre che alleato naturale della Danimarca nella contesa sulla Groenlandia – il presidente americano rimprovera il governo scandinavo di non avergli assegnato l’ambito riconoscimento per la sua «nota opera di pacificazione» e, pertanto, fa sapere che da oggi non intende più prodigarsi per l’armonia e la pace del pianeta, ma curerà solo gli interessi del suo paese, a cominciare dalla rivendicazione ribadita per la Groenlandia.

Il comitato per Gaza

Quali siano gli interessi americani che intende curare, Trump lo fa sapere con lo stravagante statuto del costituendo comitato per la pace di Gaza, a cui intende far aderire capi di governo – fra cui Giorgia Meloni – uomini di affari e suoi familiari. A costoro chiede di versare un contributo per lo sviluppo della Striscia abitata dai palestinesi di un miliardo, direttamente nelle mani del presidente del comitato, cioè lo stesso Trump. Una sequenza di atti che mostrano senza equivoci la volontà di distruggere ogni aura delle istituzioni, piegandole al suo personalismo, in un modo che nemmeno Lenin avrebbe mai immaginato.

Le analogie con Lenin

A ben guardare, le affinità fra i due leader non sono esili. Entrambi, da prospettive storiche e con ambizioni certo radicalmente divergenti, sono uniti da una furente avversione per il capitalismo liberale. Ed entrambi hanno un’idea molto strumentale della macchina statale: il leader bolscevico, come sappiamo, la usò per imporre la dittatura del proletariato, mentre il presidente americano sta mirando a trasformarla a cornice del proprio potere personale.

LEGGI I rischi di un mondo dove Nato e Ue diventano nemici

Gli step

Nei 12 mesi trascorsi da quella che è ricordata come la cerimonia della sottomissione della Silicon Valley al nuovo inquilino della Casa Bianca, di cose rivoluzionarie ne sono accadute davvero tante, e di grande profilo. Dalla guerra dei dazi allo smantellamento della tradizionale alleanza con l’Europa, agli interventi in Venezuela e Iran, o ancora alla militarizzazione delle città americane, fino agli sberleffi ai suoi predecessori e alle umiliazioni dei suoi occasionali ospiti, come il povero presidente ucraino Zelensky. E, ancora, la criminalizzazione del capo della Fed, la banca centrale statunitense, fino ad oggi una delle icone intoccabili del pantheon istituzionale americano. Una strategia perseguita con rigorosa tenacia. Ogni atto, ogni messaggio, ogni segno prodotto dalla nuova amministrazione ha avuto l’obiettivo di sgretolare l’edificio e l’aura dei poteri pubblici.

Il tycoon è un hacker

Potremmo dire che Trump ha voluto hackerare il sistema, quell’insieme di regole e limiti che rendono i poteri privati e istituzionali relativi e non assoluti. «Lo stato sono io», ripete il Re Sole di Washington. Il simbolo di questa privatizzazione di ogni procedura pubblica è la foto che ritrae, durante l’azione militare a Caracas per sequestrare Maduro, gli alti comandi militari riuniti nella sala delle feste del Resort del Presidente in Florida. Più di così è difficile pretendere.

Il caso Groenlandia

Ma a ben vedere l’affaire Groenlandia ci dà un risvolto meno estemporaneo dell’allegra brigata della Casa Bianca. Ancora una volta la chiave per interpretare questa rivoluzione trumpiana sono gli interessi privati e non le strategie pubbliche. Come abbiamo detto, ai fini del controllo politico e militare, la Groenlandia non riveste alcuna problematicità per gli USA. Allora, perché imbarcarsi in una prova di forza che spinge perfino una parte rilevante del suo schieramento a protestare? Perché colpire al cuore quella relazione storica con l’intera Europa che pure, in termini geopolitici ed economici, risulterebbe ancora essenziale per l’egemonia americana?

Il ruolo di Peter Thiel

Il senso della strategia ce lo fornisce forse il vero protagonista di questa rivoluzione, il Lenin del capitalismo senza regole: Peter Thiel. Il fondatore di Palantir, l’impresa di psico-tecnologie militari ormai più potente del mondo, ha messo in rampa di lancio due start up che mirano a radicarsi proprio nella grande isola appartenente alla Danimarca. Si tratta di Kobold, una società specializzata in estrazione minerarie assistite dall’ intelligenza artificiale, e Praxis, forse la vera interprete del disegno globale di Thiel. Si tratta di un gruppo che mira a costruire città laboratorio, dove decidono i dati e non le regole, e in cui le tecnologie vengono applicate in maniera intensiva. L’idea è quella di un graduale smembramento degli apparati centrali amministrativi e di una loro sostituzione con network costituiti proprio da città-stato, da comunità urbane senza controllo, quelle che Thiel chiama le Freedom Cities.

La Groenlandia è considerata il laboratorio ideale per avviare queste sperimentazioni, lavorando sui bassi numeri, ma collaudando forme di digitalizzazione delle reti metropolitane. Un disegno che viene oggi spalleggiato esplicitamente proprio dal vice presidente, Vance, ossia quell’uomo nuovo che si sta preparando a sostituire il leader Maga se e quando questi vorrà lasciare.

La fantasia al potere

Sono orizzonti che potrebbero far sorridere chi osserva dall’esterno, e ritiene magari che questa attuale congiuntura politica sia una parentesi che prima o poi si chiuderà. Ma prima di sorridere, bisognerebbe chiedersi cosa avremmo detto cinque anni fa, se qualcuno, dopo la vittoria di Biden, avesse previsto il ritorno di Trump, nonostante l’incriminazione per attentato allo Stato. Questo per dire nessuno dei più critici detrattori di Trump avrebbe potuto prevedere quanto lui ha fatto in soli dodici mesi, rovesciando copernicamente le mappe geopolitiche del mondo. La fantasia al potere, si gridava nel ‘68. Oggi abbiamo qualcuno che prende sul serio quello slogan e lo usa come un maglio per demolire tutte quelle tradizioni a cui pure non avevamo risparmiato critiche, certi tuttavia che nessuno avrebbe potuto metterle totalmente in discussione.

La sfida dell’Europa

Nei prossimi mesi l’Europa giocherà una partita decisiva. Si allineeranno i paesi più rappresentativi, come Francia, Germania, Italia, e la stessa rediviva Inghilterra, a una strategia di contenimento, che solleciti le forze più preoccupate americane a uscire dalla tana? Troveremo spinta per creare nuove relazioni e costringere l’ex alleato atlantico a moderare le sue provocazioni? E soprattutto, nel prossimo domino elettorale, in cui si giocherà l’identità di realtà come Parigi, Berlino e Roma, riusciremo a proteggere almeno le procedure elettorali dalle pressioni dei templari digitali che da est e ovest stanno già impazzando nel web? Le risposte a queste domande ci faranno capire se esista una forma efficace di contenimento del Joker fuori controllo della Casa Bianca. E se potremo ancora considerare l’Occidente e la democrazia due figure a grandi linee coincidenti.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA