21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Gen, 2026

Board of Peace per Gaza, la Francia dice no

Board of Peace per Gaza

Parigi rifiuta l’invito al Consiglio voluto dalla Casa Bianca per la ricostruzione della Striscia. Tra defezioni annunciate, inviti controversi e nodi irrisolti su sicurezza e governance, il progetto appare sempre più fragile


La Francia «non intende, in questa fase, dare una risposta favorevole» alla proposta americana di partecipazione al Board of Peace di Gaza. È la prima, ma probabilmente non l’ultima, delle defezioni illustri dal tanto atteso Consiglio fortemente voluto da Donald Trump.

Il Board of Peace annunciato da Trump

«È per me un grande onore annunciare che è stato formato il Consiglio della Pace». Così Trump aveva annunciato, sul finire della scorsa settimana, la nascita del Board of Peace che, nelle intenzioni del presidente americano, dovrebbe governare la Striscia durante la fase di ricostruzione post bellica.

Poche ore dopo l’annuncio sono cominciati ad arrivare i primi nomi degli invitati nell’esclusivo club di leader chiamato a ricostruire Gaza dopo anni di devastazioni. Viktor Orban, molto vicino a Trump, figura nella lista, così come Giorgia Meloni e numerosi altri leader europei e occidentali, tra cui l’argentino Javier Milei e il canadese Mark Carney. Fin dall’inizio, tuttavia, era chiaro che il progetto presentasse tratti fortemente utopistici.

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Come forse era prevedibile, non tutti gli inviti sono rimasti coerenti con la politica estera o con l’allineamento geopolitico degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra gli invitati figurano infatti personalità particolarmente scomode per l’Europa e per l’Occidente. Nella lista compaiono il kazako Kassym-Jomart Tokayev, l’indiano Narendra Modi e l’uzbeko Shavkat Mirziyoyev, oltre al bielorusso Alexander Lukashenko e, a sorpresa, al russo Vladimir Putin.

Una defezione annunciata

È evidente, dunque, che fin dall’inizio il progetto fosse destinato a incontrare forti resistenze. La defezione francese, annunciata da fonti vicine a Emmanuel Macron, appariva scontata, così come resta probabile la rinuncia di buona parte dei principali leader europei. Del resto, anche sul piano operativo e logistico, il piano del tycoon mostra evidenti falle.

In primo luogo, nonostante gli annunci di Trump, resta poco chiaro come il Board dovrebbe governare concretamente la Striscia in assenza di una forza di pace internazionale sul terreno. Israele continua a opporsi fermamente all’idea di una presenza multinazionale a Gaza, in particolare se composta in larga parte da militari qatarioti e turchi. Per Tel Aviv, del resto, anche il Board così come concepito rappresenta uno smacco e un potenziale pericolo, come dimostrano le proteste seguite all’annuncio di Trump.

Un modello “aziendale” per governare Gaza

In secondo luogo, non è affatto certo che una struttura come quella immaginata da Trump possa effettivamente governare la Striscia. Da Washington assicurano che «non ci saranno stipendi esorbitanti né l’enorme sovraccarico amministrativo» tipico di molte organizzazioni internazionali. Tutto sarà gestito in puro stile trumpiano, come se si trattasse di un’impresa privata. I seggi, ad esempio, saranno assegnati in modo permanente a chiunque contribuisca con almeno un miliardo di dollari alla ricostruzione: un gettone d’ingresso che garantisce il dubbio privilegio di sedere a tempo indeterminato nel Board. Denaro che, ça va sans dire, sarà gestito dallo stesso Trump.

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Sul piano operativo, «il Consiglio più grande e prestigioso mai riunito», come lo ha definito il presidente americano, dividerà i principali impegni legati alla ricostruzione tra i suoi membri, affidando a ciascuno un compito ritenuto «fondamentale per la stabilizzazione di Gaza e il successo a lungo termine». Anche in questo caso, l’impronta imprenditoriale è evidente.

Tra retorica e realtà

Tuttavia, il Board of Peace non è un’azienda, ma un organo chiamato a gestire la ricostruzione post bellica di un’area politicamente estremamente complessa e profondamente segnata dalla guerra. Governare l’enorme mole di lavoro necessaria a far risollevare Gaza affidandosi alle decisioni di un Consiglio così eterogeneo non sarà impresa semplice. Ancora più difficile appare la gestione della sicurezza interna senza una forza di pace numerosa e addestrata.

In assenza di un consenso internazionale reale, di una cornice giuridica chiara e di un dispositivo di sicurezza credibile, il Board of Peace rischia dunque di restare poco più di un esercizio retorico. Gaza, intanto, continua ad attendere non annunci o consigli d’amministrazione globali, ma soluzioni politiche concrete, legittime e condivise. E su questo terreno, al momento, il progetto di Trump appare ancora lontano dalla realtà.

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