17 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Gen, 2026

Groenlandia, Trump minaccia i dazi contro l’Europa

Il caso Groenlandia tiene banco, in Europa si valutano possibili rappresaglie, dalle ritorsioni commerciali alla chiusura delle basi militari americane mentre Trump minaccia dazi


La minaccia di Donald Trump di ricorrere persino all’uso della forza militare statunitense per impadronirsi della Groenlandia ha fatto emergere, nei corridoi della diplomazia europea, una domanda fino a poco tempo fa impensabile: come reagire concretamente in caso di aggressione armata da parte degli USA?

Sulla carta la Groenlandia, in quanto territorio sotto la sovranità nazionale della Danimarca, ricade sotto la protezione dell’Articolo 5 della Nato. Non solo, ma vi si applica anche l’Articolo 42, comma 7, del Trattato di Lisbona, che garantisce la protezione militare dei Paesi membri dell’Unione Europea da parte del resto della Ue. Nella pratica tuttavia è evidente come le nazioni europee non possano offrire alcuna seria deterrenza militare contro gli Stati Uniti.

E’ vero infatti che un ordine di attaccare un alleato potrebbe essere considerato illegale dai militari statunitensi e dagli apparati di Washington – da cui la prova di forza realizzata da una manciata di Paesi europei che hanno inviato alcune (esigue) forze militari in Groenlandia – ma allo stesso tempo il Vecchio Continente non ha né i mezzi né gli uomini per affrontare uno scontro diretto contro gli USA. Né (ovviamente) possono essere raccolte le untuose e interessate offerte di sostegno da parte della Russia, che sul tema fa sapere di essere d’accordo con Copenhagen.

Gli europei valutano risposte a Trump

Proprio per questo, diversi governi e funzionari della Ue e della Nato stanno valutando forme alternative di risposta e pressione, nel caso in cui il presidente americano rifiutasse ogni compromesso. Il punto centrale del dibattito riguarda il vasto apparato militare statunitense in Europa. Basi aeree, navali e terrestri dislocate sul continente consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare ben oltre l’Atlantico, in particolare verso il Medio Oriente e l’Africa. Non si tratta di semplici asset militari, ma dei gangli nervosi e delle articolazioni dell’impero americano nel mondo.

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Dal 1945 a oggi sono servite a proteggere il Vecchio Continente, ma ora tutto potrebbe essere messo in discussione se Washington decidesse di vestire i panni dell’aggressore. La domanda, tanto delicata quanto esplosiva, è semplice: perché continuare a garantire accesso a queste infrastrutture, o a fornire supporto logistico, navale, aereo e di intelligence, a un alleato che minaccia di violare la sovranità territoriale di un membro della Nato come la Danimarca?

Il tema è così sensibile che viene tenuto lontano dai tavoli ufficiali dei vertici europei e atlantici. Tuttavia, secondo diversi diplomatici, discussioni riservate su come “colpire” politicamente Trump sono già in corso in numerose capitali. Oltre alla leva militare, l’Europa dispone anche di strumenti economici rilevanti. Gli Stati Uniti dipendono fortemente dal mercato europeo, sia come partner commerciale sia come principale acquirente di armamenti americani. Una riduzione o sospensione di questi acquisti rappresenterebbe un segnale forte, seppur rischioso.

La presenza Usa sul continente

Attualmente gli Stati Uniti dispongono di oltre 40 basi militari in Europa, sparse tra le gelide acque dell’Islanda fino al confine sudorientale della Turchia. Per un totale di oltre 67.000 soldati, concentrati soprattutto in Germania, Italia e Regno Unito. Tra queste alcune installazioni chiave per la logistica militare americana, come le basi navali di Rota (Spagna) e Napoli (Italia) e le basi aeree di Ramstein (Germania), Aviano (Italia) e Costanza (Romania). Una loro chiusura avrebbe effetti devastanti sulla capacità operativa statunitense, così come una rottura nella cooperazione di intelligence o negli acquisti di armamenti, che nel solo 2024 hanno superato i 76 miliardi di dollari.

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Il rischio maggiore, secondo molti funzionari, è che una sfida aperta porti a una rottura irreversibile del rapporto transatlantico. Tagliare le gambe alla macchina da guerra americana significa anche interrompere gli aiuti militari americani all’Ucraina e la loro capacità di intervento in Medio Oriente e nell’Atlantico settentrionale, aprendo la strada alle nuove azioni di destabilizzazione da parte di potenze come la Russia. Non solo, ma una rottura di queste proporzioni apparirebbe un via libera invitante ai grandi sfidanti dell’Occidente – la Cina in primis – affinché si lancino in una contenstazione aperta (e, verosimilmente, militare) del (fu) primato americano nel mondo.

Anche per questo la via diplomatica resta quella preferita. La speranza è che Trump torni sui suoi passi o che i suoi consiglieri riescano a convincerlo a fare dietrofront per evitare una spaccatura del blocco occidentale. Uno scenario che per ora resta una pia speranza: soltanto ieri il tycoon ha nuovamente minacciato di prendere il possesso della grande isola artica, dicendosi pronto a imporre sanzioni contro qualunque Stato a cui «non vada a genio» la prospettiva.

J.D. Vance non piace come negoziatore

I Paesi europei sarebbero anche profondamente preoccupati per la nomina di J.D. Vance quale apparente capo negoziatore americano: isolazionista, aggressivo, fedelissimo alla visione “America First” del tycoon, fortemente critico degli europei e desideroso di dimostrarsi meritevole dell’endorsement trumpista per il 2028, il vicepresidente è visto come il candidato ideale per far fallire i colloqui. Non a caso, il ministro degli Esteri danese Rasmussen aveva sguardo e tono desolati dopo averlo incontrato a Washington mercoledì scorso: «Gli americani mantengono la loro pretesa di conquista», ha detto freddamente spiegando che su tale aspetto i negoziati si erano sostanzialmente incagliati.

Anche per questo l’atmosfera resta piuttosto tesa. Giovedì scorso sono diventate un caso diplomatico le parole dell’ambasciatore statunitense in Islanda, Billy Long, che ha paventato un’annessione dell’isola nordica e una sua futura nomina a governatore della stessa. Solo uno scherzo, si è difeso il diplomatico, ma questo non è bastato a evitare forti proteste formali da parte di Reykjavík e una petizione pubblica per chiedere la sua espulsione. A poca distanza, in Norvegia, il dibattito su una possibile mossa americana contro l’arcipelago norvegese delle isole Svalbard, a poca distanza dalla Groenlandia, è approdato anche in parlamento.

Lunedì la riunione del Consiglio della Nato

Di tutto questo si parlerà lunedì prossimo, alla riunione del Consiglio della Nato, ma è evidente che già adesso c’è molto di cui discutere e poco su cui concordare. Complice anche il ruolo del segretario generale atlantico, Mark Rutte, accusato da più parti di aver assunto una posizione troppo accondiscendente nei confronti delle pretese Usa rispetto alla priorità di difendere l’integrità territoriale di un Paese membro. Accuse respinte al mittente dal diretto interessato. La priorità è sì la difesa dell’Europa, ma in Ucraina. Dunque perdere gli States non è uno scenario contemplabile.

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Ciò nonostante, una cosa appare chiara: il rapporto transatlantico sta cambiando profondamente. Lo testimonia anche l’ultimo sondaggio della Gallup che certifica il repentino crollo della fiducia verso gli USA tra le nazioni alleate. Anche se, per ora, l’Europa cerca di evitare lo scontro frontale, cresce la convinzione che nulla tornerà come prima e che prepararsi a un nuovo equilibrio strategico non sia più rinviabile.

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