Preso tra le pressioni delle superpotenze, il futuro del legame atlantico si gioca tra i ghiacci. L’ipotesi di una euro-alleanza
È oramai evidente che il dossier Groenlandia è una questione economico-commerciale e dunque politica, e soprattutto non è soltanto un tema di sicurezza. La vera posta in palio è il controllo di una delle aree del globo più determinanti per le relazioni internazionali del futuro. Sul tavolo ci sono le risorse del sottosuolo e la possibilità di poter trarre giovamento dallo scioglimento dei ghiacci in termini di rotte marittime. Il primo elemento però da tenere presente per depotenziare l’affermazione trumpiana «ci serve la Groenlandia per ragioni di sicurezza» è quasi banale.
Washington potrebbe dispiegare senza grossi problemi sul territorio della Groenlandia un dispositivo militare massiccio sul modello di quello peraltro esistente in epoca di Guerra fredda. In secondo luogo, è risibile l’accusa ripetuta anche di recente dall’amministrazione Trump sulla presunta scarsa difesa del territorio groenlandese da parte degli alleati europei (la famosa sicurezza affidata a «qualche cane da slitta»). Lo stesso generale comandante delle forze alleate in Europa, l’americano Alexus Grynkewich, ha parlato di discussioni molto costruttive sul tema.
La Francia guida la risposta a Trump
Peraltro, la Francia, e in maniera ancora più esplicita il Regno Unito e la Germania, hanno concretamente valutato di istituire una nuova missione di sorveglianza, da denominarsi “Sentinella artica”, sulla falsariga di quella lanciata lo scorso anno nell’area del Baltico. Infine, proattiva è stata in queste settimane la prima ministra danese Frederiksen. Già nel 2025 i fondi stanziati per potenziare la difesa dell’area ammontano a oltre cinque miliardi di euro.
Tali investimenti riguardano la creazione di un nuovo comando per l’Artico con sede a Nuuk, la creazione di una forza di reazione rapida, l’acquisizione di cinque imbarcazioni in grado di affrontare le rotte artiche, una serie di droni per rinforzare il controllo, l’istallazione di radar e la posa di cavi sottomarini. Inoltre, ad inizio anno la stessa Frederiksen ha annunciato dieci miliardi di euro supplementari in investimenti bellici e tra questi anche nuovi ordini di caccia F35 americani, oltre a tre aerei specializzati nel pattugliamento marittimo, anche questi di produzione americana.
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Ci si potrebbe dilungare oltre, ma credo che questi brevi cenni chiariscano come il territorio della Groenlandia possa essere monitorato e financo difeso da pericolose ingerenze russe e/o cinesi sfruttando la cornice strategica dell’Alleanza atlantica. La questione è però tutta politica e questo in un duplice senso. Da un lato occorre guardare a Washington prendendo sul serio le affermazioni surreali e distopiche di Trump. L’idea in base alla quale gli Stati Uniti rivendicano la loro sfera di influenza non è di per sé né nuova, né rivoluzionaria.
L’America che crede di fare da sola
Fino ad oggi però gli Usa, per mantenere questa posizione dominante a livello di sistema internazionale, erano convinti di aver bisogno di alleati e dovevano dunque offrire loro qualcosa in cambio. Oggi con Trump l’idea è che la cooperazione indebolisca gli Usa e dunque debba essere evitata il più possibile. Come extrema ratio, se gli alleati oggi intendono beneficiare della posizione dominante degli Usa, devono pagare un prezzo molto alto.
Per Trump tale prezzo, nello specifico, comprende anche l’annessione della Groenlandia. Dall’altro lato occorre tenere ben presente anche il significato politico di un’eventuale occupazione con la forza da parte di Washington del territorio groenlandese. Si tratterebbe della fine della Nato, non solo e non tanto come struttura militare integrata, ma come patto di unità politica. Cosa rimarrebbe, in termini di potere di dissuasione, del suo articolo 5 dal momento che uno dei Paesi membri sottrae in maniera coercitiva una porzione di territorio che dovrebbe essere dalla stessa alleanza difeso in caso di attacco esterno?
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Questa domanda retorica non è sufficiente a celare un timore racchiuso in un altro quesito: in fondo gli alleati europei stanno accettando di “perdere” la Groenlandia per garantirsi il sostegno Usa in Ucraina? Cioè sono pronti a rendersi corresponsabili della fine del meccanismo dissuasivo della Nato, per vedersene garantito uno nuovo e similare da applicarsi alla minaccia russa sul fronte ucraino?
Disarticolando la Nato si rischia di privarla del suo significato politico
Ma disarticolando di fatto il significato politico più profondo del Patto Atlantico, cioè il mutuo sostegno in caso di attacco da parte di un Paese terzo, quale effetto dissuasivo avrà più la Nato o ciò che a quel punto resterà di essa, nei confronti della Russia? A questa rischiosa situazione si deve poi aggiungere un altrettanto insidioso corollario. Dopo aver ottenuto un altro successo in funzione anticinese, ma anche implicitamente antirussa, Trump potrebbe avviare il suo tentativo di rottura della cosiddetta “amicizia senza limiti” tra Mosca e Pechino e per fare ciò dovrebbe offrire qualcosa a Putin.
Come non pensare che quel qualcosa si chiami Ucraina o almeno una parte consistente di quel territorio? Tante, qualcuno potrà dire, troppe domande e incognite. E allora perché non aggiungere l’ultima: come rafforzare a questo punto la difesa europea, dovendo inevitabilmente pensarla, almeno teoricamente, senza il sostegno statunitense?
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La strada dell’Ue non sembra percorribile sia perché significherebbe rinunciare a Regno Unito e Norvegia, sia perché implicherebbe dover fare i conti con “quinte colonne potenziali” come Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Servirebbe una sorta di “Nato europea”. Si potrebbe forse ripartire dall’Unione europea occidentale, nata con la modifica di fine ottobre 1954 del Patto di Bruxelles del 17 marzo 1948. Sorto su impulso franco-britannico, il Patto di Bruxelles (allargato anche a Belgio, Olanda e Lussemburgo) ebbe come compito quello di attrarre, dopo il colpo di Praga e il blocco di Berlino, gli Stati Uniti e spingerli ad accettare la firma del Patto del Nord Atlantico del 4 aprile 1949.
L’Unione Europea Occidentale
Seppur piccola, quella comunità di cinque Paesi membri, nata anche per tutelarsi dal ritorno di una Germania non ancora formalmente divisa in due, prevedeva una struttura di comando militare. Sappiamo che l’Ueo è stata sciolta nella Ue. Ma potrebbe essere un punto di partenza, se non giuridico almeno politico e ideale, per far nascere quella necessaria struttura istituzionale che faccia fare un salto di qualità alle riunioni tra i capi di Stato e di governo dei cosiddetti volenterosi.
Pensare oggi una Difesa europea senza Stati Uniti significa immaginare una struttura in grado di integrare le forze armate europee, sulla falsariga del comando integrato della Nato. Come ha di recente ricordato Federico Fabbrini, una risoluzione del parlamento europeo parla esplicitamente di uno “Shape europeo”, alternativo a quello della Nato.
Nel dossier Groenlandia è iscritto il futuro dell’Alleanza atlantica e, come conseguenza diretta, della nuova architettura di difesa europea. Tutto ciò è pericolosamente e drammaticamente in gioco tra i ghiacci artici.


















