Con otto miliardi di budget e 22mila uomini, l’agenzia anti-clandestini Ice è divenuta un vero e proprio esercito al servizio del presidente Trump
L’assassinio a sangue freddo andato in scena in pieno giorno a Minneapolis per mano di un agente dell’Ice ha messo ancora una volta sotto i riflettori la condotta di quella che, dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca un anno fa, è divenuta una delle branche più controverse della seconda amministrazione del tycoon.
L’Immigration and Customs Enforcement
Sotto l’acronimo Ice (Immigration and Customs Enforcement, letteralmente “Immigrazione e Controlli Doganali”, tradotto vigilanza delle frontiere) si nasconde non una semplice agenzia di polizia bensì una mastodontica branca della sicurezza nazionale. Con un bilancio di circa otto miliardi di dollari (quasi quanto mezza finanziaria italiana) e almeno 22mila dipendenti, l’Ice non è un semplice ente burocratico ma un vero e proprio esercito pensato per essere il braccio armato del Dipartimento della Sicurezza Nazionale (Dhs).
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Dal gennaio scorso, con l’insediamento della nuova segretaria del Dhs Kristi Noem – una trumpiana di ferro, ex governatrice del South Dakota e già nota per essersi vantata di aver ucciso a fucilate un cagnolino – l’Ice si è radicalizzata. Una campagna martellante di assunzioni (dei 22.000 dipendenti a suo carico, ben 12.000 sono stati assunti nell’ultimo anno, con l’obiettivo di portarli a 30.000 nel prossimo futuro) incentrata sulla ricerca di personale disposto e ideologicamente motivato a condurre le brutali deportazioni di massa contro gli immigrati irregolari. L’obiettivo ambizioso posto da Trump in persona era condurre 3.000 arresti al giorno e un milione di deportazioni all’anno.
La politica anti-immigrazione di Trump: rapimenti e violenza
Numeri campati per aria, ben lontani dalla realtà, ma che aiutano a campire la spinta dietro all’escalation che nei mesi scorsi ha condotto l’Ice a compiere retate spietate in tutte le città americane con effetti dirompenti: migliaia di persone rapite per strada da uomini mascherati e caricate su van senza distintivi, famiglie separate, minori non accompagnati espulsi con voli diretti verso il terzo mondo (solitamente, nemmeno verso il Paese di origine), centri di detenzione senza assistenza legale o controlli medici,… E poi la violenza diffusa, manifestata di sovente dagli agenti mascherati nei confronti della popolazione civile, clandestina o meno: attivisti e giornalisti aggrediti, passanti pestati, aggressioni, raid condotti a caso…
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Per molti americani si è instaurato un clima di paura senza precedenti. Numerose sono le storie di famiglie che temono per i propri figli quando escono di casa o che si premurano di dotarli di passaporto e altri documenti, cosicché non possano essere scambiati per immigrati e fatti sparire in qualche prigione anti-clandestini prima di poter dimostrare la propria identità. L’omicidio di Reneé Good ha già provocato una nuova ondata di terrore, smacherando quella che è sempre stata a tutti gli effetti non una semplice polizia di frontiera bensì un ramo dei servizi di sicurezza.
Più di una semplice polizia di frontiera
Creata appositamente nel 2002 come parte del più ampio Homeland Security Act (lo stesso che formalizzò i vasti e controversi poteri di intercettazione e spionaggio di massa delle agenzie di intelligence americane) passato all’indomani dell’11 settembre, l’Ice fin da subito venne investita di un compito ben specifico: filtrare i numerosi ingressi nel Paese per tenere fuori i soggetti indesiderati.
Si voleva evitare, chiaramente, la ripetizione di ciò che era accaduto prima della strage del World Trade Center, quando gli uomini del capo-dirottatore Mohammed Hatta avevano potuto spostarsi quasi indisturbati negli States, prendere lezioni di volo e poi compiere i loro intenti terroristici con controlli minimi da parte delle agenzie federali di prevenzione. Che tale missioni andasse però a sovrapporsi con il tema dell’immigrazione nel suo complesso era inevitabile, suscitando comprensibili polemiche.
Tutti gli uomini del presidente
Lo scontro ha conosciuto un escalation dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2017: da allora, infatti, l’agenzia non ha più avuto un suo direttore dal momento che le controversie che l’hanno riguardata, dopo l’inizio delle politiche “Tolleranza Zera” del tycoon, hanno resto impossibile ottenere la necessaria conferma dal parte del Congresso. Negli ultimi nove anni, perciò, l’agenzia è andata avanti sotto la guida di funzionari supplenti “facenti le funzioni di direttori” ma non per questo meno incisivi. Tra loro, Tom Homan: 64 anni, tre decenni alle spalle come agente di frontiera, Homan è considerato il padre intellettuale della trumpizzazione dell’Ice.
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Alla guida dell’agenzia tra il 2017 e il 2018, istituì la famigerata politica della separazione familiare che consisteva nel separare forzatamente i figli degli immigrati irregolari dai loro genitori come politica di deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Nel 2024 Homan finì sotto inchiesta dopo aver accettato una tangente da un agente infiltrato dell’Fbi che si era spacciato per un rappresentante delle potenti compagnie di sicurezza americane che dalla militarizzazione del confine col Messico voluto da Trump hanno guadagnato parecchio. Il processo non si è mai tenuto. Tornato alla Casa Bianca, Trump ha silenziato il Dipartimento di Giustizia e lo ha nominato proprio consigliere con la delega a supervisionare le attività dell’Ice, di cui de facto è tornato alla guida con grande libertà di manovra.
Ad affiancarlo è stato Stephen Miller: 40 anni, ebreo, attualmente vicecapo di gabinetto di Trump, Miller è da sempre l’anello di congiunzione tra la galassia dell’estrema destra etno-nazionalista bianca statunitense e il più celebrale ma influente mondo della policy. In questa veste ha contribuito a stendere gran parte delle riforme intraprese da Trump nel campo dell’immigrazione. Suo è stato il piano per concedere una corsia di ingresso nel Paese agli stranieri soltanto se bianchi, nordeuropei, benestanti e conservatori. Suo è stato il piano per riconfigurare l’Ice secondo le nuove direttive presidenziali.
L’America che rischia l’escalation
Ma Homan, Miller e i loro sodali non appaiono preoccupati dall’ostilità crescente di milioni di americani verso gli abusi dell’Ice – la “Gestapo di Trump”, come viene stigmatizzata dagli oppositori – e dai timori verso la nascita di quella che è divenuta a tutti gli effetti una milizia paramilitare che agisce in maniera extra-giudiziale e deve la sua fedeltà unicamente al suo presidente. Una ostilità che – nel Paese più armato del mondo – potrebbe presto trasformarsi in una resistenza meno pacifica, alimentata dall’odio sempre più diffuso verso la violenza di Stato portata avanti dai tirapiedi del comandante in capo.
Un finale in parte già visto durante i disordini anti-Ice di Los Angeles e che sarebbe davvero ironico per chi proprio sull’odio ha costruito la sua intera carriera politica.


















