10 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

9 Gen, 2026

Trump e la coscienza come licenza: se il potere non riconosce limiti

Il presidente Usa, Donald Trump

Trump rivendica la coscienza come unico limite del potere. Così la democrazia americana rischia di svuotarsi senza violare la Costituzione


Più di qualunque proclama muscolare o repressione spettacolare, la frase pronunciata da Donald Trump nell’intervista al New York Times fotografa alla perfezione la mutazione in corso negli Stati Uniti. Il presidente Usa ha detto di non aver bisogno del diritto internazionale, perché l’unico limite al suo potere è la propria coscienza, la propria moralità. Che cosa intendeva dire? È diventato, Trump, improvvisamente kantiano? O, al contrario, quella frase rovescia Kant nella sua involontaria parodia?

Dalla legge morale alla sovranità personale

Là dove il filosofo tedesco evocava il “cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” come vincolo universale che costringe l’io a riconoscere l’altro in quanto fine e non mezzo, Trump compie l’operazione opposta: trasforma la coscienza in licenza, facendone sovranità assoluta. Il cielo stellato non serve più: basta la testa del leader, ultima istanza di legittimazione, un capo che si autoassolve in nome della sua morale.

Quando il limite diventa soggettivo

In altre parole, la legge, le norme internazionali o persino i controlli istituzionali non vengono riconosciuti come limiti effettivi, se non attraverso ciò che il presidente stesso decide di considerare morale. Ma qual è la moralità di Trump? Qualunque essa sia, la democrazia liberale comincia qui a perdere visibilmente il suo baricentro.

Perché essa non nasce per affidare il potere alla virtù del governante, alla sua “morale”, appunto, ma dall’idea che la coscienza individuale sia un argine fragile, inaffidabile, esposto all’arbitrio, all’interesse. Per questo il limite, nelle democrazie, è sempre esterno, spesso fastidioso: la legge, i contrappesi, il Parlamento, i tribunali, l’opinione pubblica.

La mistica della decisione

Quando diventa soggettivo, la democrazia si trasforma in una mistica della decisione. La frase di Trump dice esattamente questo: il potere non riconosce più un’istanza che lo trascenda. Non risponde più a qualcuno cui rendere conto. È il ritorno, in pieno Occidente, di una sovranità che si autolegittima.

Un autoritarismo dentro le istituzioni

Ed è una forma di autoritarismo compatibile con le istituzioni democratiche, capace di vivere, cioè, dentro di esse senza distruggerle apertamente. È questa torsione autoritaria che sta facendo diventare oggi la prima democrazia liberale al mondo qualcosa di molto simile a un regime?

Probabilmente sì, e non perché non esistano più procedure, inchieste, commissioni, ma perché la responsabilità è stata svuotata del suo carattere pubblico e conflittuale, per cui non serve più rendere conto ai cittadini. In questo senso, Venezuela o Minneapolis rispondono alla stessa logica.

Dal consenso alla necessità

La frase di Trump, allora, va letta come il manifesto di questa fase storica: il potere non ha più bisogno di legittimazione esterna, perché ha interiorizzato la propria assoluzione. È così che gli Stati Uniti cominciano ad assomigliare a un regime, nonostante le elezioni restino, la libertà di stampa esista, i tribunali funzionino, per via della filosofia del potere che li attraversa.

Quando il potere è convinto che la propria coscienza basti a giustificare tutto, siamo già al passaggio da una democrazia del consenso a una democrazia dell’efficienza coercitiva. In che cosa consiste la differenza? Nella democrazia del consenso il potere è costretto a cercare riconoscimento, deve persuadere, giustificare.

La fine del giudizio pubblico

Nella democrazia dell’efficienza coercitiva, invece, non importa più essere riconosciuti come giusti, ma come necessari. È una logica che si colloca già oltre il consenso. Questo è il punto decisivo: lo Stato non si sente più giudicabile, perché si percepisce come definitivamente al riparo dal giudizio dei suoi cittadini.

La democrazia del consenso è, per definizione, una forma politica che vive di mediazioni, di conflitti visibili, di processi che possono fallire. È inefficiente, spesso irritante, ma proprio per questo è controllabile. La democrazia dell’efficienza coercitiva, al contrario, quella che Trump sta costruendo in maniera sempre più esplicita, governa nel segno dell’urgenza permanente.

Necessità, giustizia, silenzio

Se qualcosa è necessario, allora è già giusto. Se è giusto, non deve essere spiegato. Se non deve essere spiegato, non deve essere nemmeno discusso. È una catena logica semplice e profondamente antidemocratica.

La democrazia americana, oggi, si sta mutando in un regime perché i limiti hanno cessato di essere vissuti come vincoli morali condivisi. Quella “legge morale dentro di me” è diventata uno strumento di potere opzionale, attivabile o disattivabile in base alla necessità.

Quando il potere riesce a convincere una società che la sua continuità vale più del suo giudizio, che l’ordine vale più della giustizia, che la necessità vale più della legittimità, allora la democrazia continua a esistere solo come forma, ma la sua anima politica si è già ritirata. È questo, in fondo, ciò che Trump rivela con brutale chiarezza con la sua frase. Non solo l’arroganza di un uomo, ma la tranquillità di un potere che non teme più di essere giudicato. E quando accade questo, non serve più sospendere la Costituzione. Basta ignorarne lo spirito.

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