10 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

9 Gen, 2026

Tabarelli: «Trump usa il petrolio venezuelano per colpire la Cina»

L’economia del petrolio è la principale vulnerabilità del Dragone, che Trump oggi vuole colpire con forza


«In Venezuela, dove ci sono già tanti investimenti, vanno fatti accordi con il governo che prevedano la suddivisione dei profitti garantiti per decenni. Le modalità non potranno essere diverse da quelle già praticate in altri paesi, per esempio in Medio Oriente, dove fin dagli anni ’30 funziona tutto bene. In Venezuela sarà la compagnia di stato a fare gli investimenti: un’entrata coloniale sarebbe pericolosissima perché innesterebbe risentimento e scatenerebbe nuovo populismo nazionalista». A parlare è Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, società di ricerca sull’energia e l’ambiente, e professore a contratto presso la facoltà di ingegneria di Bologna e il Politecnico di Milano.

L’America è già diventata uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, a che serve dunque il petrolio venezuelano?

«Non c’è un obiettivo di Trump in vista del mercato petrolifero che resta affidato ai meccanismi di mercato ovvero la libertà di prezzo e di iniziativa. L’obiettivo di Trump ha poco a che fare con un possesso di tipo economico. Si tratta semmai di un obiettivo politico di controllare gli interessi della Cina e della Russia e di soffocare Cuba all’interno di un grande disordine globale. Per questo serve controllare il governo venezuelano. E poi il benessere mancato e sostanziale della popolazione locale passa per il petrolio».

Gli Usa vogliono mettere un freno allo sviluppo della Cina. Perché?

«La Cina è l’antagonista del futuro: un Paese comunista, non democratico, basato sulla pianificazione, che sta esplodendo e ha mire sull’isola di Taiwan. Va posto un limite al suo sviluppo aggressivo. La debolezza della Cina sta proprio nell’economia del petrolio: il Dragone consuma 16 milioni di barili al giorno, ma ne importa ben 13.

Ciò significa che è il primo importatore al mondo e che dipende dal petrolio. In Cina esplode la produzione di auto elettriche ma in una economia pianificata questo è più facile: oggi i cinesi sono bravissimi in questo settore. Ma per garantire i trasporti, le navi, gli aerei, ecc. Pechino ha ancora bisogno dei derivati del petrolio. Tutto questo petrolio viene dall’estero: dal Medio Oriente, dalla Russia e dall’Iran di contrabbando, dal Venezuela che si trova nell’emisfero americano. Così gli Usa si sono irrigiditi».

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Trump vuole abbassare i prezzi dell’energia per i consumatori Usa afflitti dall’inflazione. Spendere meno in benzina, inoltre, significa spendere di più in tutto il resto, stimolando la crescita.

«Oggi questo obiettivo lo hanno già raggiunto. In America la benzina costa 2,6 dollari per gallone pari a 65 centesimi di euro a litro: in Europa la media è di 1,60 euro a litro».

Molte compagnie considerano i 50 dollari al barile una soglia al di sotto della quale trivellare non è più redditizio. I bassi prezzi del petrolio danneggiano l’industria petrolifera Usa?

«Secondo il Wall Street Journal la stima degli occupati del fracking è scesa da 200 mila dipendenti a 120 mila. È vero che con l’aumento della produzione di petrolio e gas scendono i prezzi dei carburanti per i consumatori, ma questo non è un vantaggio per i dipendenti delle compagnie petrolifere: i prezzi bassi di produzione non pagano i costi».

La Federal Reserve afferma che una prospettiva di prezzi più bassi terrebbe a freno gli investimenti di capitale legati al petrolio e al gas in Texas. In questa situazione che interesse hanno i produttori statunitensi a investire per perforare altri pozzi in Venezuela?

«È così. I costi di produzione in Venezuela sono bassissimi, ma bisogna pure calcolarli sapendo che saranno ripagati nell’arco di 30 anni. Le compagnie che domani (oggi per chi legge, ndr) incontreranno Trump non vogliono investire milioni di dollari in un paese populista dove è molto forte il tema della redistribuzione della ricchezza, specie quella proveniente dal petrolio, e la cultura chavista è fortemente radicata. E se poi tra due anni va via Trump e arriva un populista che nazionalizza di nuovo?»

Ultimo punto: la Groenlandia. Gli americani sono già insediati con le loro basi militari e possono ottenere molto in termini di sfruttamento minerario semplicemente negoziando con l’Europa. A che serve annetterla?

«Difficile spiegare le motivazioni di Trump. È vero che ci sono molte risorse minerarie anche lì e che saranno più accessibili grazie al cambio climatico, ma gli Usa hanno anche molte risorse interne, più quelle che possono arrivare da Canada e Venezuela. Inoltre, d’accordo con la Danimarca, possono mettere tutte le basi che vogliono. Sembra una provocazione, frutto della degenerazione di questo caos surreale».

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