In molte città date alle fiamme le statue del generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, simbolo delle aspirazioni universalistiche del regime
L’Iran è stato quasi completamente isolato da internet mentre le proteste contro il regime islamico si sono intensificate in numerose città del Paese. Il blackout della rete è scattato giovedì, proprio mentre le manifestazioni chiedevano apertamente la fine del governo degli ayatollah.
Secondo i gruppi di monitoraggio, la rete è crollato in modo improvviso lasciando il Paese quasi del tutto offline. Una misura già adottata in passato dalle autorità iraniane nei momenti di maggiore crisi interna.
Ma la piazza non si ferma
Lo stop a internet è arrivato all’indomani delle dichiarazioni dei vertici della magistratura e degli apparati di sicurezza, che avevano promesso una risposta dura contro i manifestanti. Le minacce, però, non hanno fermato la mobilitazione.
Testimoni raccontano di grandi folle scese in strada a Teheran e in altre città, tra cui Mashhad, Shiraz, Isfahan e Bushehr. In piazza uomini e donne di tutte le età, segno di una protesta trasversale e sempre più diffusa.
Assalti ai simboli del potere
In diversi quartieri della capitale si sono levati cori come «Morte a Khamenei» e «Libertà, libertà». Video verificati dal New York Times mostrano edifici governativi in fiamme e scontri notturni tra manifestanti e forze di sicurezza.
In alcune aree di Teheran e nella città di Karaj, a ovest della capitale, si sono sentiti colpi d’arma da fuoco, mentre la polizia cercava di disperdere la folla. Non è sempre chiaro se a sparare siano stati agenti delle forze di sicurezza.
Distrutte le statue di Soleimani
Da giorni i manifestanti iraniani stanno dando alle fiamme in molte città del Paese le statue di uno dei più amati e apprezzati eroi della Repubblica, un simbolo del Nezam (il Sistema) e del progetto d’influenza degli Ayatollah in Medio Oriente. Qassem Soleimani, il “Comandante Ombra” dei Pasdaran. Forse il militare iraniano più famoso degli ultimi decenni, che vanta fedeli dal profondo sud del Libano alle terre desolate dell’oriente persiano. Un uomo divenuto un simbolo della Repubblica Islamica dopo il suo “martirio”, per usare il lessico del potere iraniano, ad opera degli americani.
Un comandante che è il simbolo di tutto ciò che la Repubblica incarna in termini di ideali e che ha combattuto direttamente sul campo il “piccolo Satana” e il “grande Satana”, rispettivamente Israele e Stati Uniti nella visione khomeinista del mondo.
A Kashan, nella centralissima provincia di Isfahan, così come a Lali nel Khuzestan i manifestanti si sono scagliati ieri contro le rappresentazioni del generale dei Pasdaran accompagnati da canti e slogan contro il regime, gli Ayatollah e il Corpo delle Guardie. In alcuni video si possono persino ascoltare canti a favore della passata monarchia Pahlavi, un tempo ampiamente vista con sdegno nel Paese.
Le maggiori città travolte dal caos
In altre importanti città, come Teheran, Qom e Mashhad, le proteste hanno continuato invece a interessare le aree commerciali, ormai presidiate giorno e notte dai miliziani Basij e dalla polizia regolare. Ma non sembra che il dispiegamento di forze, pur ingente, stia sortendo qualche tipo di effetto.
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Neanche l’invio sempre più massiccio di Pasdaran, ormai apparentemente mobilitati in massa, sta frenando le proteste. Ieri a Teheran sono scesi in piazza in migliaia, in quello che è stato forse il più grande moto di protesta da quando è cominciata la sollevazione. Una situazione che rischia di divenire ingestibile e che potrebbe indurre le forze di sicurezza a reagire con la forza, provocando una potenziale carneficina.
Internet come strumento di repressione
Secondo Omid Memarian, esperto iraniano di diritti umani citato dal New York Times, il blackout della rete è una strategia consolidata del regime. «Il governo usa l’oscuramento di internet per isolare i manifestanti e impedire che le informazioni raggiungano l’estero», ha spiegato.
Una tattica già utilizzata durante la guerra di dodici giorni con Israele nel giugno scorso, quando l’accesso alla rete fu limitato con la motivazione ufficiale della sicurezza nazionale.
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Alla protesta di piazza si è affiancata quella economica. In molte grandi città, tra cui Teheran, Tabriz e Mashhad, commercianti e artigiani hanno chiuso i bazar tradizionali per denunciare il crollo dell’economia e della valuta nazionale. Se gli scioperi dovessero continuare, avvertono gli osservatori, l’impatto sul Paese potrebbe essere devastante.
Bilancio delle vittime e repressione
Amnesty International ha documentato almeno 28 manifestanti uccisi negli ultimi giorni, inclusi dei minori. Altre organizzazioni per i diritti umani stimano un bilancio ancora più grave, con oltre 40 morti. Arresti mirati hanno colpito anche influencer e attivisti favorevoli alle proteste, mentre in alcune città gruppi di manifestanti hanno preso di mira scuole religiose e simboli del clero sciita.
Il fatto che le proteste guadagnino slancio, comunque, potrebbe provocare risposte sempre più violente da parte degli Ayatollah. La Repubblica Islamica, infatti, ha dimostrato più volte in passato di esser disposta a schierare tutta la sua potenza repressiva nei casi in cui il caos interno perduri o diventi troppo pericoloso per il Sistema. Proprio per questo, non è da escludere che le forze di sicurezza e i Pasdaran non si lanceranno in campagne di repressione via via più violente con il passare dei giorni.
La base di supporto degli Ayatollah
Il problema principale, in Iran, è che nonostante la forte disaffezione verso il regime di parte della cittadinanza, il Nezam continua anche oggi a vantare una vasta base di consensi e un seguito molto numeroso di radicali disposti a tutto pur di salvare la Repubblica Islamica. Ciò significa, in poche parole, che qualunque tipo di cambiamento di regime nel Paese non potrà avvenire, per forza di cose, senza spargimenti di sangue. Specialmente alla luce del fatto che i più convinti sostenitori del Sistema vantano un’ampia disponibilità di armi e si sono dimostrati anche in passato particolarmente propensi all’uso smodato della violenza.
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I Basij, il corpo paramilitare affiliato ai Pasdaran, vantano infatti secondo le stime internazionali milioni di membri, per lo più fortemente radicalizzati, mentre lo stesso Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha più di 100.000 militari tra le sue fila. E anch’essi, come più volte dichiarato anche dalle stesse Guardie, sono più fedeli alla Repubblica come sistema ideologico-politico che all’Iran come Stato-Nazione. Dal lato delle truppe più radicalizzate del Paese è dunque improbabile che arrivi qualche tipo di supporto alle proteste anche qualora queste prendessero ulteriore slancio nei prossimi giorni.
L’unico spiraglio sono le forze regolari
L’Artesh, invece, potrebbe essere la parte più malleabile delle Forze Armate iraniane, e forse solo una decisa presa di posizione in favore dei manifestanti da parte dei militari regolari potrebbe far pendere l’ago della bilancia. Ma, per il momento, l’Esercito resta in silenzio e i suoi vertici continuano a mostrarsi particolarmente vicini all’establishment. E senza neanche i militari dalla loro i manifestanti hanno pochissime chance reali di mutare con la forza le condizioni interne del Paese.
La situazione, dunque, resta molto incerta e volatile. La crisi potrebbe incancrenirsi sempre più nei prossimi giorni, forse persino fino a diventare una vera e propria guerra civile che avrebbe conseguenze nefaste su tutto il Medio Oriente. E, forse sull’intera impalcatura geopolitica che ha organizzato quelle latitudini per mezzo secolo.


















