Il politico ed economista francese, consigliere speciale del presidente Mitterand, durissimo su Trump: è un dittatore. E sull’Europa: non può vincere la forza senza detenerla
«Oggi più che mai, con Donald Trump, le relazioni internazionali non sono nel segno del diritto ma dei rapporti di forza: l’accordo non vale niente. È vero da secoli, adesso ancora di più. Non è rimasto niente dello stato di diritto». A parlare è Jacques Attali, economista e saggista tra i più noti a livello internazionale, già consigliere speciale dell’ex presidente francese François Mitterrand e primo presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Attali ha presieduto la Commissione per la liberazione della crescita nel governo Sarkozy e oggi dirige PlaNet Finance, ong per la diffusione della microfinanza nei Paesi in via di sviluppo. Scrittore prolifico e di successo, ha firmato più di ottanta libri vendendo oltre dieci milioni di copie in ventisei lingue.
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Nel 2025 Donald Trump ha rivoluzionato la geopolitica contemporanea.
«La novità di Trump è che mentre le relazioni di forza degli Usa nel passato erano nell’interesse del paese, adesso è maggiore la volontà difendere gli interessi e la “mafia” di Trump. Si veda, per esempio, il rapporto con l’Europa: per Trump non è più necessaria, ma è un ostacolo al suo business con la Russia. Il suo business è la sua famiglia. Con Trump gli accordi degli americani non valgono niente: non rispetta mai la sua parola».
E i paesi europei?
«Siamo soli, in una situazione terribile. Non abbiamo le risorse per difenderci senza gli americani, ma lo dobbiamo fare perché la difesa dell’Europa non è contemplata tra gli interessi della famiglia Trump. È difficile da accettare, ma bisogna trasformare la nostra difesa per essere indipendenti molto più rapidamente di quanto pensiamo. La Nato è morta, ma l’Europa della difesa non è ancora nata».
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Pensa anche alla Groenlandia?
«La Groenlandia sarà presa per soddisfare l’interesse personale di Trump: lui non ne ha bisogno per fare gli interessi degli Stati Uniti, ma per poter dire che è il primo presidente dopo Dwight D. Eisenhower capace di creare uno stato americano in più che si aggiunge ai 50. Se succederà sarà la fine della Nato, fatto molto pericoloso per l’Europa, ma credo che lo farà».
Dal Venezuela alla Groenlandia, le iniziative di Trump sono l’effetto del nuovo conflitto globale tra Usa e Cina?
«Sì, è un punto molto importante. Lo abbiamo visto sui dazi: Trump ha provato a far pagare ai cinesi tariffe più alte, ma quando Xi Jinping ha deciso di non dare più le materie prime critiche agli Usa, si è fermato immediatamente. Ha capito che la Cina è molto potente e non gli conviene affrontarla».
Intanto assistiamo alla crisi profonda del diritto internazionale: Trump agisce sciolto da ogni regola…
«Il diritto internazionale non è mai esistito. Quando si dice “diritto”, vuol dire che c’è un sistema giudiziario che controlla e punisce chi non lo rispetta: in Italia chi non rispetta la legge va in carcere. Ma se un governo non rispetta il diritto internazionale non succede niente. Il diritto internazionale non esiste, esiste solo la forza. Un governo rispetta i trattati quando vuole e fa i suoi interessi. Giorgia Meloni all’inizio disprezzava l’Unione europea, ma ha capito che è nell’interesse dell’Italia rispettare i trattati dell’Unione. Trump è motivato, in più, dall’interesse personale della sua famiglia».
Il diritto internazionale è stato anche usato come una copertura dai dittatori…
«Per me Trump è un dittatore adesso. Oggi nel mondo la democrazia liberale va diminuendo. Esiste in Europa, ma non molto di più: siamo il ghetto della democrazia. Tuttavia, credo che la democrazia alla fine vincerà: basta vedere quel che accade in Iran, America Latina, Ucraina e Africa. Anche in Cina entro i prossimi venti anni ci sarà la democrazia. Ma, per il momento, per la democrazia è un periodo nero».
Il suo è un messaggio ottimista…
«Nel calcio può essere ottimista o pessimista lo spettatore di un match. Ma un giocatore non è ottimista o pessimista: deve giocare, conoscere le forze dei compagni e le forze dell’avversario e fare qualche cosa in più per vincere. Noi non siamo spettatori del mondo, siamo giocatori: credo che il match non sia finito».
Come finirà la partita in Groenlandia?
«Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per ragioni economiche e militari. Trump non ha bisogno di basi Nato, vuole che le compagnie americane sviluppino i loro affari in Groenlandia: lo vuole e lo farà. Il solo sistema per evitarlo sarà quello di installare una base militare europea in Groenlandia e vedere se le forze armate americane si assumeranno il rischio di combattere contro francesi, tedeschi e italiani: il che sarebbe terribile. Ma non si può vincere la forza senza la forza. Se l’Europa non avrà una forza militare di dissuasione sarà vinta senza combattere. E se i russi capiscono che l’Europa è nuda… capisce cosa può succedere. L’Europa spera di salvare l’Ucraina senza difendere la Groenlandia? È un’illusione: così le perdiamo tutte e due. Siamo in ritardo: l’Europa è sola da 20 anni. Ma è difficile capire questo visto che siamo stati dipendenti dagli aerei F35 e dai missili americani. Riarmarsi per difendersi è difficile da accettare, ma bisogna farlo».
Come si è mossa l’Europa sull’Ucraina e che cosa dovrebbe ancora fare?
«Ha fatto molto bene, ma deve fare molto di più. Bisogna portare Italia, Francia, Germania e Spagna in una economia di guerra per sviluppare capacità di produrre munizioni e altri armamenti. Non abbiamo coscienza che la capacità militare dell’Europa è enorme: abbiamo i migliori armamenti navali, aerei e terrestri. Saremmo meglio degli americani ma ci manca tutta l’infrastruttura digitale. Se si è rotto il rapporto di fiducia con gli Usa non ha più senso acquistare i loro F35 perché possono neutralizzarli».
È una rottura definitiva?
«Sono grato agli Usa per aver salvato l’Europa nella seconda guerra mondiale e sono un ammiratore della civiltà americana. Spero si possa ricreare un’amicizia in futuro, ma non è questo il momento. Se gli americani ritorneranno democratici, potremo essere di nuovo insieme per difendere la democrazia nel mondo».
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Qual è l’obiettivo degli Usa in Venezuela? Che cosa succede adesso?
«La lotta al narcotraffico è una bugia. Né l’obiettivo è avere accesso al petrolio. La motivazione più importante è un’altra: il Venezuela aveva deciso di non utilizzare il dollaro per il commercio del petrolio, mentre Russia e Cina hanno cominciato a commercializzarlo senza i dollari. Per gli Usa la commercializzazione del petrolio in dollari è necessaria affinché gli altri paesi, compresi gli europei, restino legati al dollaro. La de-dollarizzazione del mondo è pericolosa per Washington. Agli Usa basta anche un dittatore amico capace di assicurare che la garanzia degli scambi è il dollaro».
Secondo Foreign Affairs viviamo “l’autunno degli Ayatollah”: è d’accordo?
«Conosco bene l’Iran: molti anni anni fa sono stato dallo Scià di Persia come consigliere dell’Onu. È un paese meraviglioso di 80 milioni di abitanti, depositario di una grande civiltà. Ma sono soli. Lo Scià è caduto quando l’esercito ha cambiato campo, poi gli ayatollah hanno creato le Guardie della Rivoluzione che saranno sempre contro: difficile cambiare se le forze militari non aiutano i giovani e senza avere il supporto dei Pasdaran».
Trump minaccia di intervenire in Iran…
«No, questa è solo fantascienza».
Pechino detiene le terre rare, Washington controlla il mercato energetico, ma la partita si gioca anche sulla tecnologia. Che sfida dobbiamo aspettarci?
«L’America è un gigante del petrolio, la Cina è un gigante dell’elettricità del futuro che è l’elettricità green. Pechino lo ha capito da tempo. Venti, sole, nucleare, batterie: almeno 15 anni fa i cinesi hanno capito che più dell’ottanta per cento dell’energia può diventare elettricità verde. Oggi sulla transizione verde sono avanti rispetto ai paesi europei e agli Stati Uniti. Gli Usa sono in difficoltà. L’Unione europea potrà svolgere un suo ruolo solo se capirà che bisogna sviluppare l’elettricità verde».


















