9 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

8 Gen, 2026

Perché l’Artico è anche una questione italiana

Base Cnr nell'Artico

Ricerca scientifica, interessi economici, rotte marittime e materie prime: dall’Ottocento a oggi l’Italia è presente nel Grande Nord e rivendica un ruolo politico in un’area sempre più contesa tra le grandi potenze


L’Artico è anche, un po’, cosa nostra, nel senso letterale del termine. Distante migliaia di chilometri, l’Italia ha molti interessi, anche economici, sull’oceano Artico, sul mare di Barents, su quello di Beuafort, sul mare di Kara.

Dalla ricerca alla tecnologia, dall’industria all’energia passando per le infrastrutture, Italia e Artico si frequentano da oltre un secolo. Tanto che l’Italia è “Paese osservatore”. Status riconosciuto nel 2013 dal Consiglio Artico (forum internazionale che discute dei problemi dei governi artici e della sua popolazione) che conta otto paesi membri (Canada, Danimarca, Norvegia, Usa, Finlandia, Islanda, Russia e Svezia). Oltre che sette “osservatori” tra cui Italia, India e Cina.

Gli appetiti su Polo Nord

L’elenco soprattutto dei paesi “osservatori” spiega bene che razza di appetiti si stanno scatenando sulle rotte artiche intorno al Polo nord. Ecco dunque perché la premier Giorgia Meloni, in genere così attenta e cauta nel prendere posizione contro l’amico Trump, sia stata invece veloce e molto netta nel ribadire l’autonomia politica e governativa della Danimarca e della Groenlandia. Nel sottolineare come la Groenlandia sia una faccenda prima di tutto europea, subito dopo della Nato e quindi, caro Donald, attento a quello che dici su annessioni e/o occupazioni.

Un affare di famiglia che viene da lontano

L’Artico può essere definito un affare di famiglia per l’Italia. Lo status di “paese osservatore” è stata una brillante intuizione realizzata dall’allora ministro Franco Frattini. Ma la storia di questo “affare” ha radici ultracentenarie, dalla spedizione del Duca degli Abruzzi del 1899 alle missioni di Umberto Nobile (finte in tragedia) del 1926 e del 1928. È una storia all’inizio di esploratori e scienziati che nel 1990 diventa attività di ricerca da parte dell’Università di Roma presso l’Osservatorio Atmosferico Artico di Pituffik (ex Thule) proprio in Groenlandia.

La “Base dirigibile Italia”

Nel 1997 inizia i lavori il Cnr con la “Base dirigibile Italia” alle isole Svalbard. Dopo il CNR, altri istituti di ricerca italiani approdano nell’area Artica, l’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). A questa più che consolidata presenza di alto livello scientifico, si è aggiunto, già dagli anni Novanta, l’interesse economico di alcune importanti imprese. Tutto questo è stata la base per chiedere e ottenere nel 2013 lo status di Paese osservatore, accettata nel 2013.

Il tavolo artico alla Farnesina

Da allora operano Tavoli permanenti presso la Farnesina: il Tavolo Artico è un foro di coordinamento tra Ministeri, enti ed imprese, che si riunisce regolarmente e costituisce la sede principale di riflessione ed interazione tra gli attori istituzionali ed industriali italiani interessati all’Artico. Nel 2016 la Commissione Esteri della Camera ha approvato un’indagine conoscitiva che definì «una priorità strategica la partecipazione dell’Italia alla cooperazione politica, scientifica e imprenditoriale in Artico alla luce dei mutamenti in atto nella regione, causati dai cambiamenti climatici e dall’interazione stretta che in Artico si registra tra i maggiori attori internazionali».

Rotte, ghiacci e materie prime

Pur non essendo un paese geograficamente coinvolto, l’Italia è stata tra i primi dell’area mediterranea a capire l’importanza strategica delle rotte marittime sui mari artici e delle risorse naturali che il progressivo scioglimento dei ghiacci sta rendendo disponibili. La “sola” Groenlandia possiede il 20% delle terre rare mondiali, 25 delle 34 materie prime critiche per la transizione energetica nella Ue, il 13% delle risorse petrolifere mondiali e il 30% delle riserve mondiali di gas naturale.

Ricerca e risorse il motore Italia nell’Artico

Così, se la ricerca scientifica è il motore primo della presenza italiana in Artico, nella regione operano alcune importanti imprese italiane. Parliamo di Eni che nella piattaforma off-shore di Goliat, nel mare di Barents (Norvegia), e in Alaska, nel North Slope. «applica standard operativi e soluzioni tecnologiche all’avanguardia, adatte a condizioni operative estreme mettendo in pratica – con il coinvolgimento delle popolazioni indigene – innovativi sistemi di prevenzione degli oil-spill». Parliamo di e-Geos, che commercializza i dati del sistema satellitare Cosmo-SkyMed e collabora con diverse società norvegesi e con l’Istituto Meteorologico finlandese. Parliamo di Fincantieri che costruisce navi per la navigazione polare in joint venture con Norvegia, Stati Uniti e Canada.

L’Artico non è un Risiko

Tra le tante audizioni in commissione Esteri alla Camera, è stata illuminate quella di Ilaria Tani, docente di Diritto Internazionale del mare a Milano Bicocca. Era il 17 dicembre, Trump aveva già manifestato i suoi piani di conquista della Groenlandia e, quindi, dell’Artico. «Sento parlare dell’Artico come di un Risiko con le terre da conquistare. Non è così, anzi, l’Artico poiché è un mare. È assai regolato con sovranità e stati costieri con competenze definite». Le mappe piane di righe gialle e blu definiscono le acque territoriali e le zone economiche esclusive (ad oltre 200 miglia nautiche).

Fondali, sovranità e Onu

I fondali marini, ricchi di materie prime, sono attribuiti in base a risoluzioni di una speciale commissione dell’Onu che attribuisce a ciascun stato (sono quattro quelli che affacciano sull’Artico, Russia, Canada, Usa, Danimarca con la Groenlandia) «l’estensione massima della piattaforma».

Il punto è che la Russia lo ha fatto per prima nel 2001 ottenendo il massimo e da allora è in posizione dominante. Gli altri si sono mossi tardi. Gli Usa hanno fatto da soli proclamando le proprie aree con un atto unilaterale nel 2024. Nei primi mesi del 2026 Farnesina e Commissione esteri presieduta dall’ex ministro Tremonti pubblicherà un nuovo documento di indirizzo sulla “Politica Artica Italiana”.

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