Trump vuole la Groenlandia, con i soldi, o con la forza. Da tempo Washington ha smesso di raccontarsi come una forza positiva nel mondo, e ora si comporta di conseguenza
Se il 6 gennaio 2021 qualcuno avesse detto che il primo presidente a tentare un colpo di Stato nella storia Usa, dopo il fallito assalto al Campidoglio, cinque anni più tardi sarebbe ritornato alla Casa Bianca. E se avesse detto anche che lo stesso, avrebbe avuto più voti di prima, abbastanza da rapire il presidente del Venezuela, sarebbe stato preso per una persona molto fantasiosa.
Se qualcuno avesse detto che, sempre lo stesso, avrebbe cercato di comprare la Groenlandia. Avrebbe più o meno avuto la stessa sensazione di chi a Risiko resta solo col Kamchatka. E come quelli col Kamchatka, alla fine avrebbe avuto ragione.
Riflettere sull’abbrivio preso dagli eventi nell’ultimo lustro aiuta ad assimilare la portata dell’azione di Donald Trump sulla politica mondiale. Un’azione che somiglia più a un deragliamento ferroviario al rallentamento che a una svolta o a un cambio di marcia.
Rubio: “Trump vuole la Groenlandia”
Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai parlamentari che il presidente Donald Trump punta ad acquistare la Groenlandia piuttosto che a invaderla. Le parole di Rubio sono arrivate durante un briefing con i membri delle commissioni Difesa ed Esteri del Congresso, inizialmente dedicato al Venezuela, ma presto concentratosi sulle intenzioni della Casa Bianca sull’isola artica. Nello stesso giorno, Trump ha chiesto ai suoi collaboratori un piano aggiornato per l’acquisizione della Groenlandia. Le dichiarazioni del presidente Usa hanno provocato una dura reazione europea. I leader di sei Paesi Nato – tra cui Emmanuel Macron e Giorgia Meloni – hanno firmato una nota congiunta insieme alla premier danese Mette Frederiksen, ribadendo che la sicurezza dell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel rispetto della sovranità e dell’inviolabilità dei confini.
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Nonostante le rassicurazioni di Rubio, la Casa Bianca non ha escluso l’opzione militare. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e che «l’uso delle forze armate resta sempre un’opzione».
Minerali, Artico e strategia globale
Trump guarda alla Groenlandia per il suo valore strategico: la posizione nell’Artico, le rotte marittime e soprattutto le risorse minerarie critiche, che potrebbero ridurre la dipendenza americana dalla Cina. Gli Stati Uniti hanno già una base militare sull’isola, visitata lo scorso anno dal vicepresidente JD Vance.
La fine del soft power
Trump affigge il proprio nome sui muri dei palazzi. Cambia forma agli Stati, vuole usare la forza. Il grande “impero del soft power” con cui gli Stati Uniti hanno gestito gli affari internazionali dal dopoguerra è peer lui un dominio debole. Che ha attirato su Washington imbarazzo e derisione.
L’American Dream è morto, come ebbe da dire lo stesso Trump nel suo primo discorso inaugurale, e da allora l’America si agita in un susseguirsi di incubi a occhi aperti: una crescente violenza politica. Un susseguirsi di crisi internazionali, sciamani armati che occupano il Congresso. Presidenti ottuagenari dalle dubbie qualità cognitive, il fantasma di scandali di natura sessuale e conseguente insabbiamenti.
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Una crisi che ha generato una disgregazione della fiducia dei cittadini americani difficile da quantificare ma le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E, come spesso accade nella storia, società in difficoltà hanno dato mandato a leadership inesperte perché proiettassero al di fuori dei propri confini i problemi del Paese. Sperando così di risolverli con una serie di successi in terra straniera.
Washington sceglie la forza
«Non viviamo in un mondo di slogan o di gentilezze internazionali; viviamo nel mondo reale. Il mondo reale è governato dalla potenza, dalla forza e dal potere. Queste sono le leggi ferree di come il mondo funziona», ha argomentato l’influente consigliere presidenziale Stephen Miller rispondendo al perché gli Stati Uniti avrebbero il diritto di annettersi la Groenlandia.
Sono argomentazioni che non colgono come nel mondo del potere la forma sia spesso sostanza.
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E come esista una grande differenza tra un potere fondato sulla cooptazione, anche valoriale, e uno basato sull’intimidazione occasionale. «Non ci si può sedere a lungo su un trono fatto di baionette», disse Napoleone Bonaparte spiegando il cesarismo militare che lo aveva portato al potere non fosse sufficiente a mantenerlo al vertice.
Il problema dell’Iran
Il Corso intuì soprattutto la non efficacia di tale corso, come del resto la strategia americana già inizia a mostrare: nonostante le bombe sganciate nel giugno scorso, l’Iran non ha affatto abbandonato i suoi sforzi nucleari missilistici tanto che Trump già parla di un secondo intervento militare, più esteso. Hamas non ha disarmato. I chavisti restano al potere in Venezuela.
La decisione americana di trasformare i rapporti internazionali in un insieme confuso di diktat accompagnato dalla minaccia dell’uso della forza, anche e soprattutto con gli alleati, rischia di rivelarsi un boomerang. Non deterrendo i nemici ma alienando gli alleati.
Soprattutto, finendo per demolire quello stesso ordine internazionale ideato dagli americani per esprimere quell’impero americano che nell’eccezionalismo statunitense prendeva l’implicita definizione di “impero del Bene”. Contrapposto ai vari “imperi del Male” prima sovietico e poi islamista.
Gli Usa svincolati dall’Onu
Solo ieri lo Speaker della Camera, Mike Johnson, ha spiegato in maniera succinta ai giornalisti che l’America non ritiene di essere più vincolata dalla Carte delle Nazioni Unite.
«Sul diritto internazionale, gli Stati Uniti non hanno mai accettato alcuna interpretazione secondo cui la Carta Onu limiti l’uso della forza esclusivamente alle risposte agli attacchi armati (cioè l’autodifesa, ndr). Gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto il diritto di usare la forza per difendere il nostro interesse nazionale, per preservare la sicurezza del popolo americano e per prevenire minacce», ha detto il politico repubblicano.
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E mandando al macero non solo decenni di diplomazia ma anche e soprattutto una pedagogia globale che ha fatto dell’inculcare tali principi negli altri popoli una missione a cui dedicare gran parte del proprio soft power (pensiamo all’Articolo 11 della nostra Costituzione).
Una opera pedagogica che appare fallita però prima di tutto in patria, aprendo la porta a spaccature interne la cui chiave per richiuderle tutte le volte si stenta a trovare.
«Se perderemo le elezioni di medio termine, mi metteranno sotto impeachment», ha gridato ieri non a caso Trump. All’orizzonte c’è un’elezione parlamentare che per la prima volta sarà un autentico referendum sui pieni poteri che l’esecutivo americano si è arrogato da inizio 2025. E chissà che tra un anno questa storia non finisca di nuovo, tragicamente, sui gradini del Campidoglio.


















