9 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

7 Gen, 2026

Iran, assalto all’ospedale di Ilam e nuove minacce militari

Crisi economica e minacce esterne pesano su Teheran, che si dice pronta a «a radere Israele al suolo» in caso di attacco


Malekshahi, una piccola città nella provincia di Ilam, nel Kurdistan iraniano. È qui che ieri si è verificato il nuovo grave incidente tra forze di sicurezza e manifestanti anti-governativi. Stando a varie testimonianze, nella notte poliziotti e commando dei Pasdaran hanno assaltato l’ospedale Imam Khomeini. Secondo i media anti-establishment, i militari iraniani hanno aperto il fuoco sui feriti, causando una carneficina.

Stando alle autorità, invece, la dinamica è diversa. Si sarebbe trattato dell’arresto di alcuni manifestanti accusati di aver sparato sulle forze dell’ordine durante le proteste, che avrebbero aperto il fuoco sui Pasdaran per evitare la cattura. I bilanci preliminari degli scontri nell’ospedale concordano però su un fatto: si è trattato di uno scontro sanguinoso che ha provocato decine di vittime.

A prescindere da come sia andata la vicenda, ancora poco chiara nonostante le immagini circolate sui social, si tratta di uno sviluppo grave che mette in luce il difficile momento vissuto dal Paese. Visto lo scalpore che questo incidente ha causato internamente e a livello internazionale, non sorprende che il governo abbia promesso investigazioni. Il presidente Masoud Pezeshkian ha richiamato alla calma tanto i manifestanti quanto le forze dell’ordine, tentando di stemperare la tensione crescente in tutto il Paese.

Pezeshkian promette timide riforme

Per porre fine al caos il governo Pezeshkian ha poi annunciato anche cambiamenti limitati. Come il rimpasto della leadership della Banca Centrale iraniana, che vede il ritorno al timone di Abdolnaser Hemmati, e ha promesso riforme finanziarie ed economiche. Ma il problema, con la conta dei morti che supera ormai le diverse dozzine, è che queste misure arrivano troppo tardi. E soprattutto in un momento in cui le proteste sono ormai più una questione politica che un semplice manifestazione del malcontento della popolazione nei confronti della stagnazione economica.

È certamente vero che i principali luoghi della protesta nella capitale restano i bazaar, ieri a Teheran in molti dei più grandi mercati si sono svolti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Ma è sempre più evidente che ci sia un sottofondo anti-governativo e anti-establishment che serpeggia tra le folle.

Gli scontri svoltisi ieri al Grande Bazaar della capitale, infatti, hanno visto tanto la partecipazione dei bazaari quanto quella della gioventù più spiccatamente anti-regime, in una commistione di motivazioni politiche che rischia di minare la base di consensi della Repubblica Islamica.

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La violenta repressione messa in campo dai Pasdaran e dai Basij, in questo contesto, non può stemperare efficacemente gli animi di una popolazione sempre più lontana dai propri governanti. Anche incrementando, come si sta facendo, il numero dei membri delle forze dell’ordine schierati la situazione potrebbe questa volta non essere gestibile solamente usando la violenza. Al Paese, ora come ora, servono riforme molto più drastiche e importanti di quelle attualmente presentate da Pezeshkian, che come ormai da tradizione si limita a proporre solo cambiamenti cosmetici. E anche se il presidente continua a chiedere a polizia e Pasdaran di adottare un atteggiamento «amichevole e responsabile» nei confronti dei manifestanti è chiaro che si tratta di un appello lanciato a individui che tendenzialmente stentano a mantenere toni conciliatori con chi si ribella.

I Pasdaran si preparano ad un attacco

L’incremento dei dispiegamenti dei militari e delle forze di sicurezza, comunque, non interessa solo le proteste. «Sono pronti. Se dovesse verificarsi un’aggressione, raderemo Israele al suolo», ha annunciato ieri il generale del Sepah Morteza Ghorbani. Il consigliere del Comandante dei Pasdaran, ha descritto così lo stato di preparazione delle forze armate iraniane nel caso in cui l’attacco esterno dovesse concretizzarsi.

Stando a Ghorbani almeno 400 unità dell’Artesh, l’esercito regolare, e del Corpo delle Guardie sarebbero state poste in allerta in previsione di un attacco contro il Paese.

I soldati iraniani, sempre secondo il generale, sono con le «mani sul grilletto» e sono preparati a rispondere a quelle che le autorità del Paese continuano a considerare minacce dirette alla sovranità persiana.

Per gli Ayatollah e i loro guardiani, le minacce arrivate da Tel Aviv e Washington sono collegate. Tutto parte di un piano israelo-americano volto a completare l’attacco al Nezam (il Sistema) iniziato con la guerra dei 12 giorni. Questa volta la Repubblica Islamica ha intenzione di farsi trovare preparata. Da Teheran fanno sapere che in caso di una nuova escalation non limiteranno la loro risposta come in passato. Sono pronti, se necessario, anche ad attacchi preventivi.

Gli alleati inviano armi a Teheran

Proprio per prepararsi ad una guerra che sembra ogni giorno più vicina, fa sapere la stampa locale, gli iraniani starebbero ammassando in gran quantità armi e munizioni russe e cinesi. Da giorni arrivano segnalazioni di cargo che dalla Bielorussia fanno la spola tra Minsk e Teheran trasportando presumibilmente missili, munizioni e attrezzature.

È evidente, alla luce di questo sviluppo, che in caso di nuova guerra gli alleati degli Ayatollah, Pechino e Mosca in testa.- non mostreranno la stessa passività di qualche mese fa.

Forse a causa di questo supporto internazionale la leadership politica e militare iraniana può dunque continuare a mostrare fermezza e sicurezza. La guerra dei 12 giorni ha mostrato che in termini di resilienza bellica l’Iran ha poco da invidiare ad altre potenze ben più ricche ed organizzate.

Ma, come fanno notare anche molti analisti internazionali, gran parte di quella resilienza deriva dalla tradizionale indole degli iraniani di chiudersi attorno al proprio governo in caso di attacchi. E viste le proteste in corso e la violenta sollevazione popolare a cui stiamo assistendo, non è detto che oggi la cittadinanza risponderebbe come ha fatto solo pochi mesi fa.

La Guida si scaglia contro gli “agitatori”

La Guida Suprema Alì Khamenei ha provato a stemperare gli animi, definendo legittime e giustificate le rimostranze dei commercianti. Tuttavia, ha chiarito la Guida, non ci potrà essere nessun dialogo con chi sta attaccando le forze dell’ordine. Secondo lui, si tratta solamente di «agitatori e mercenari nemici». Poco importa che si tratti di una fetta importante della gioventù iraniana. Chi attacca il Nezam, nella narrativa del potere iraniano, è per forza di cose un agente esterno incaricato di distruggere dall’interno il Paese.

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Questa lettura degli eventi rischia di fossilizzare e cristallizzare le due parti in lotta, impedendo qualsiasi tipo di negoziazione. E forse questa cristallizzazione si è già verificata, come dimostra la violenza messa in campo da ambo le parti. In questo contesto, i deboli tentativi di conciliazione del governo risultano inefficaci. Pezeshkian dovrà mettere ben altro che alcune limitate riforme economiche sul tavolo per placare le proteste. Sempre ammesso che, arrivati a questo punto, sia effettivamente possibile placarle.

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