Le parole concilianti di Delcy Rodríguez aprono uno spiraglio nei rapporti con Washington, ma tra mire petrolifere, minacce e vuoti di potere l’ipotesi di una distensione resta fragile e carica di ambiguità.
Dopo la burrasca, l’apertura? Molti osservatori hanno così interpretato il primo messaggio pubblico rilasciato da Delcy Rodriguez, la vicepresidente venezuelana che ha assunto la guida del suo Paese dopo il rapimento del presidente Nicolas Maduro da parte delle forze speciali Usa sabato scorso. Presidente Donald Trump – ha affermato Rodríguez – il nostro popolo e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolas Maduro. Invitiamo il governo degli Stati Uniti a lavorare insieme su un programma di cooperazione, orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro del diritto internazionale ».
Parole che sanno di un’apertura e che hanno alimentato le dietrologie circa un possibile accordo sottobanco tra la neo-insediata presidente provvisoria e l’amministrazione Trump per scambiare Maduro con l’accesso al petrolio venezuelano. Un obiettivo, quest’ultimo, ribadito nuovamente dal tycoon ieri ma sul quale pesano ancora molti dubbi. Innanzitutto, il settore petrolifero venezuelano – l’unica fonte di reddito di Caracas – è interamente dominato dalle forze armate e dagli apparati chavisti, secondo una logica volta in passato ad assicurarsi la fedeltà di questi settori chiave della base di consenso di Maduro.
De-Chavizzare il Paese resta difficile
In assenza di un’occupazione militare del Paese de-chavizzare tale settore appare praticamente impossibile ed è difficile immaginare compagnie straniere disposte a operare in Venezuela in condizioni di completa incertezza legale e gravi rischi di violenza militare e politica, per riconvertire un intero apparato industriale alle esigenze occidentali (che, secondo Bloomberg, richiederebbe circa 100 miliardi di dollari e dieci anni di lavoro). In secondo luogo, la posizione della Rodriguez resta fragile: in condizioni eccezionali (la Costituzione venezuelana non prevede il rapimento del presidente), dovrebbe restare al potere non oltre i sei mesi, dopo i quali il parlamento venezuelano dovrà decidere se indirre o meno nuove elezioni anticipate. Le minacce di Trump contro la Rodriguez segnalano evidentemente che l’idea di un patto tra la nuova presidente e il tycoon sia stata prematura.
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Forse il vuoto di potere potrebbe essere un’occasione per l’opposizione anti-madurista, se non fosse che il presidente americano ha già chiarito di non avere alcuna intenzione di appoggiare la democrazia in Venezuela: Maria Corina Machado, Nobel per la Pace fino a poche settimane fa presentata da Washington come la legittima presidente venezuelana, è stata bruscamente messa da parte. Per Trump «non gode della popolarità e del rispetto per fare la presidente», per questo «saremo noi a gestire il Venezuela». Tradotto: il tuo ruolo di comparsa è finito, ora non servi più. Un’autentica opposizione USA e getta, insomma, destinata a lanciare un pessimo segnale a tutto il mondo: i movimenti pro-democrazia sono solo dei cavalli di Troia, utili unicamente per permettere all’impero americano di mettere le mani sulle risorse altrui.
La dottrina Monroe rivista da Trump
Che l’operazione in Venezuela sia stata immaginata come una manovra geopolitica di più ampio respiro rispetto al narcotraffico lo ha confermato lo stesso Trump. Notando quanto le importazioni di petrolio venezuelano siano importanti per l’economia cubana, che da tempo naviga in cattive acque, il leader americano ha predetto che presto anche il regime comunista de L’Avana cadrà inevitabilmente: «Non credo che sia necessaria alcuna azione, sembra che stia crollando», ha detto.
Uno sviluppo che inevitabilmente richiama alla mente il grande disegno – espresso a più riprese dal tycoon e poi codificato nella Strategia di sicurezza nazionale americana lo scorso dicembre – di assumere il completo controllo dell’emisfero occidentale, rimuovendo quelle nazioni – come Venezuela e Cuba – allineate con i nemici degli Stati Uniti e incorporando località strategiche come Panama e la Groenlandia. Proprio su quest’ultima Trump è tornato a insistere dopo mesi di silenzio: «Ne abbiamo bisogno – ha spiegato – dal punto di vista della sicurezza nazionale, è così strategica. In questo momento è piena di navi russe e cinesi ovunque e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene».
Provocando tuttavia l’immediata risposta esasperata dei diretti interessati: «Adesso basta Basta pressioni. Basta allusioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma tutto questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale», ha scandito il primo ministro groenlandese Jens Frederik Nielssen dopo aver incassato il pieno sostegno della premier danese Mette Frederiksen, sotto la cui autorità la grande isola artica ricade giuridicamente: «Un attacco americano alla Groenlandia significherebbe la fine della Nato», ha detto senza mezzi termini la leader di Copenhagen.
La Groenlandia e l’Europa
Ma le minacce contro la Groenlandia hanno messo in luce un altro aspetto della vicenda venezuelana, vale a dire la completa disorganizzazione dei Paesi europei, in larga parte fortemente divisi e incapaci di coordinare una posizione unitaria.«Ci sono organismi che sono nella posizione migliore per decidere sulla legalità o sulla non legalità», ha commentato sbrigativamente la portavoce della Commissione europea Paula Pinto. Questi ipotetici organi dovrebbero essere quelli delle Nazioni Unite, ma l’argomentazione rappresenta soltanto una mera foglia di fico per il Vecchio Continente. In primis, perché la questione è politica prima ancora che legale. In secondo luogo, perché tutti sanno che dal Consiglio di sicurezza dell’Onu non arriverà alcuna presa di posizione dal momento che gli Stati Uniti vi siedono con pieno potere di veto.
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Per la Germania la valutazione dell’intervento americano in Venezuela «è estremamente complessa», e di fronte a questioni complesse «non possono esserci risposte veloci». «Gli Usa devono spiegare su quale base vada giudicato quello che abbiamo vissuto, e questo non è ancora accaduto», ha aggiunto un portavoce del governo tedesco. Più incisivo è stato il commento francese e già il fatto che Berlino e Parigi non riescano ad avere la stessa posizione la dice lunga sulla debolezza del Vecchio Continente. L’approccio americano in Venezuela «non è stato nè sostenuto nè approvato» dalla Francia, ha precisato il presidente francese Emmanuel Macron, incalzato dalle opposizioni, in particolare da parte dell’estrema destra lepenista.
A Parigi la preoccupazione che il gesto di Trump possa inaugurare il naufragio della sovranità nazionale dei Paesi meno potenti, tra cui la stessa Francia, resta forte. Non a caso, già sabato scorso il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva usato parole pesanti: «Il crescente numero di violazioni del principio di non uso della forza da parte di nazioni che hanno la responsabilità primaria di essere membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avrà gravi conseguenze per la sicurezza globale, senza risparmiare nessuno. Avendo imparato dalla storia, la Francia si sta preparando a questo, ma non può accettarlo».
Roma e Londra sostengono l’attacco
Ma se Oltralpe si parla apertamente di prepararsi militarmente a un possibile scontro con le superpotenze del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dall’altra parte della Manica il silenzio è assordante. In Gran Bretagna il caso venezuelano si è trasformato in una questione politica, dopo che il premier Keir Starmer ha ripetutamente rifiutato di condannare il raid americano o di esprimersi se tale gesto sia avvenuto o meno in conformità con la legge internazionale. Una posizione che ha sostanzialmente allineato Londra alle dichiarazioni già espresse dall’Italia e sulle quali è tornato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «E’ legittimo l’intervento Usa vista la minaccia che loro intravedevano.
E’ ovvio che il narcotraffico è uno strumento non solo di interesse economico ma anche per attaccare altri paesi», ha spiegato infatti il titolare della Farnesina parlando a radio Rtl. Parole che suonano stucchevoli quando dall’altra parte del mondo il diretto interessato, Donald Trump, abbandonata ogni maschera basata sulla “lotta al traffico di droga”, parla apertamente di come il bombardamento di Caracas sia stato motivato dal desiderio di prendere il controllo del petrolio venezuelano. Come a dire, i giochi sono finiti, per tutti.


















