Chi difende l’equidistanza difende il passato: perché tra il cavallo dell’impero russo e il drone della libertà ucraina non esiste neutralità
Un soldato russo su un cavallo al galoppo, probabilmente nella steppa della regione ucraina di Dnipro. Un drone ucraino lo avvista, lo punta, alla fine lo colpisce e uccide. È questa, forse, l’immagine che racconta meglio di tutte le altre questo 2025 che sta per concludersi. L’immagine spiega molte cose sullo stato dell’esercito russo, sullo stallo del conflitto e sulla paranoia di una guerra che riproduce un incubo novecentesco.
A causa della limitatezza delle dotazioni militari russe e della capacità di reazione delle forze armate ucraine, il ricorso agli animali da soma (a volte non si tratta di cavalli, ma addirittura di muli) è diventato per i soldati russi un’alternativa necessaria all’uso di carri armati. A dispetto della vulgata imperante della Russia invincibile che il Cremlino cerca di propagandare con l’aiuto di numerosi agit-prop collusi in Europa e, soprattutto, in Italia, questi soldati a cavallo, abbandonati a sé stessi da un despota crudele che non ha alcun riguardo per la vita umana, appaiono “nudi”, spaesati e confusi, privi di preparazione e di difese: una rappresentazione plastica dell’inefficiente arretratezza delle forze armate di Mosca.
I soldati ucraini ad Auschwitz
La memoria ritorna molto indietro nel tempo fino al secolo scorso, alla fine della seconda guerra mondiale, in parte condotta ancora a cavallo. Furono proprio dei soldati sovietici a cavallo (per una strana ironia della storia si trattava di un battaglione di militari ucraini) a imbattersi nel campo di concentramento di Auschwitz: davvero un’immagine d’altri tempi. Come scrive efficacemente Primo Levi ne “La Tregua” (1963): «Erano quattro soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. […]
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo». Nessuno di quei soldati aveva ricevuto qualche ragguaglio o notizia o preparazione né tantomeno l’ordine di liberare quel campo. Il motivo è semplice: i loro capi, in testa il presidente dell’Urss Josip Stalin, benché adeguatamente informati, avevano lasciato i loro uomini nell’ignoranza più totale. Oggi lo stesso trattamento è riservato ai soldati a cavallo mandati verso un sicuro massacro, carne indifesa opposta a strumenti tecnologici avanzati che l’Ucraina è riuscita a fabbricarsi in casa.
La guerra di Putin è paranoia arcaica
Una modalità di condurre la battaglia che esprime in modo plastico lo scontro tra un passato che vorrebbe divorare il presente e un presente che vuole proiettarsi nel futuro. La guerra di Putin è una paranoia arcaica: l’eterna ricerca della profondità strategica, il principio di base della politica di difesa della Russia dai tempi di Pietro il Grande.
Leader di un paese vastissimo e privo di confini difensivi naturali, lo zar cercò di mettere quanta più terra possibile tra il Cremlino e i suoi nemici, allargandosi verso il Baltico, il Mar Nero, il Caucaso e l’Asia centrale. Per lo stesso motivo l’Unione sovietica scese a patti con la Germania nazista per spartirsi la Polonia e, dopo il 1945, usò il Patto di Varsavia per dominare l’Europa orientale, schiacciando con i carri armati a Budapest e a Praga i conati di emancipazione di Ungheria e Cecoslovacchia.
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Vladimir Putin definisce il crollo dell’Unione sovietica «la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo», consapevole che dal 1991, con l’implosione dell’Urss e la sconfitta di fatto della Guerra Fredda, Mosca ha perso la sua profondità strategica. Quando, nel Duemila, Putin diventa presidente della Federazione russa, porta con sé il senso di umiliazione e la voglia di rivincita di una generazione di oscuri funzionari che ha patito il crollo della continuità imperiale tra zarismo e sovietismo.
Come i suoi soldati a cavallo nella steppa ucraina, Putin è un combattente che riemerge dalle macerie fumanti del ’900 russo con il progetto retrivo di ricostruire i fasti del passato. E, soprattutto, con il tentativo coloniale disperato di un impero fallito di recuperare milioni di slavi per non trasformarsi definitivamente in una potenza asiatica marginale. Il Russkiy Mir, ovvero il “mondo russo” inteso come un’idea spirituale e religiosa di civilizzazione nazionale aggressiva, include in modo organicistico tutti gli slavi di lingua russa, in primo luogo bielorussi e ucraini, ed esclude ogni possibilità di integrazione con l’Occidente, disprezzato in quanto corrotto dai valori del liberalismo euroamericano.
Gli ideologi della paranoia
Una mitologia paranoica, costruita con il concorso di ideologi del ’900 come Ivan Ilyin, filosofo del fascismo russo, e Lev Gumilev, etnologo e nazionalista mistico, e ideologi tradizionalisti contemporanei come Aleksander Dugin, filosofo reazionario nemico del globalismo liberale, e il patriarca ortodosso di Mosca Kirill, che vede nella guerra all’Ucraina una missione religiosa. Una mitologia che si nutre di una menzogna psicotica (la prima di una lunga serie): la presunta espansione della Nato a est. Che altro non è che l’adesione libera all’Alleanza atlantica da parte dei paesi baltici, scandinavi e orientali in cerca di garanzie di sicurezza e di pace. Le stesse che sogna Kyiv. Una mitologia che ha un obiettivo strategico: combattere l’Occidente per rovesciare l’ordine liberaldemocratico nato dopo il crollo del Muro nel 1989, trasformando l’invasione dell’Ucraina in uno scontro di valori.
Il drone ucraino che colpisce il cavaliere russo diventa così una moderna domanda di libertà contro i fantasmi della reazione: la storia che scalpita per emanciparsi dal passato. L’identità ucraina contemporanea non è un’invenzione occidentale (questa è solo la dozzinale tesi di analisti improvvisati come Alessandro Barbero), ma l’esito di un cammino di emancipazione dal modello imperiale russo, che ha interiorizzato la tragedia dell’Holodomor, la carestia indotta da Stalin, ed è scandito da numerose tappe recenti: la nuova Costituzione e il referendum sull’indipendenza del 1991, il Memorandum di Budapest del 1994, la rivoluzione arancione del 2004, la rivolta filoeuropea di Euromaidan del 2014, fino al culmine dell’attuale “risorgimento” contro l’oppressore.
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All’Ucraina bisogna finalmente riconoscere la dignità di un soggetto storico autonomo. I suoi cittadini sono protagonisti di un lungo processo di consapevolezza: stanchi dell’autoritarismo post-sovietico, hanno rifiutato l’appartenenza all’oppressivo “mondo russo” e hanno optato per la libertà e il benessere dell’Occidente ricostruendo le basi e il senso dell’Unione europea. Chi nega tutto ciò si dimostra intellettualmente complice del dispotismo russo, soffoca una lotta di liberazione nel nome del cinico equilibrio tra sfere di influenza e nega il diritto di un popolo all’autodeterminazione. Chi nega tutto ciò è un soldato a cavallo che conduce una guerra arcaica e disperata contro il drone della democrazia liberale e dell’Europa unita.


















