Senza le strutture difensive costruite lungo il fronte del Donbass l’Ucraina resterebbe indifesa in caso di nuovi attacchi della Russia
«La loro visione è che le truppe ucraine lascino il territorio della regione di Donetsk». La visione a cui si riferiva il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ieri è quella americana, ma avrebbe potuto essere benissimo quella russa, tanto sembrano coincidenti sul campo. Secondo Zelensky, infatti, Donald Trump avrebbe preteso che gli ucraini abbandonino la zona del Donetsk ancora sotto il loro controllo per renderla una zona demilitarizzata, priva di truppe e di postazioni difensive.
Un ripiegamento che non solo vanificherebbe anni e anni di sacrifici immani sopportati dai combattenti ucraini nelle gelide trincee in questione, ma esporrebbe l’Ucraina a future spallate russe. «La nostra posizione è che è giusto stare dove ci troviamo, cioè sulla linea di contatto», ha rimarcato il presidente ucraino. Tradotto: la pace è possibile a patto che l’area del Donetsk ancora non conquistata dai russi resti solidamente in mano ucraina. E, soprattutto, che non venga ceduto quel pilastro difensivo vitale per l’Ucraina rappresentato dalla linea fortificata presente nel nord-ovest dell’oblast, nota come “Fortress Belt”.
La “cintura” difensiva di Kiev
Con questo nome s’identifica infatti la lunga e complessa rete difensiva che attraversa ed è composta da quattro grandi città e da diverse cittadine e insediamenti fortificati che corre a mezzaluna da nord a sud lungo l’autostrada H-20 Kostyantynivka-Slovyansk. Una fitta linea difensiva che taglia in due una porzione significativa dell’oblast di Donetsk, blindando le vulnerabili aree di confine con gli oblast di Kharkiv e Dnipropetrovsk. Slovyansk e Kramatorsk ne costituiscono la metà settentrionale, dove fungono da importanti centri logistici per le forze ucraine, oltre che da roccaforti difensive nel nord dell’oblast.
Druzhkivka, OleksiyevoDruzhkivka e Kostyantynivka formano invece la porzione meridionale della linea difensiva, lunga complessivamente 50 chilometri. Un’estensione sud-occidentale della cintura fortificata vira poi verso la città di Pokrovsk, recentemente colpita da violenti attacchi russi e per lo più considerata ormai come caduta nelle mani delle forze del Cremlino. Lungo tutta la “Fortress Belt” fin dal 2014 gli ucraini hanno costruito chilometri e chilometri di fortificazioni, snodi logistici, trincee e avamposti, finendo per creare una delle reti difensive più potenti di cui dispone il Paese.
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Una linea fortificata talmente efficace e ben costruita da costringere i russi, il cui obiettivo resta quello di mettere in sicurezza tutto l’oblast di Donetsk, a tentare una larga manovra d’accerchiamento. Passando da Pokrovsk e Myrnohrad in direzione dell’oblast di Dnipropetrovsk, così da accerchiare la “Fortress Belt” e prenderla d’assalto da più direzioni. Qualora l’Ucraina dovesse effettivamente accettare di demilitarizzare quell’area tutti questi calcoli verrebbero meno, facendo svanire con un colpo di penna anni di preparazione bellica e chilometri di efficacissime difese.
Perdere il Donetsk significa perdere l’ultima fortezza
Kiev si ritroverebbe a dover arretrare le sue forze oltre la linea del Donetsk, negli oblast di Kharkiv e Dnipropetrovk, perdendo tutti i suoi vantaggi geografici. La nuova linea da fortificare, come sottolineano anche numerosi analisti americani ed europei, è infatti per lo più scarsamente difendibile e non sarebbe possibile replicare in quelle aree quanto fatto a partire dal 2014 nel Donetsk. In termini strategici, siglare un accordo come quello che sembra sia attualmente sul tavolo significherebbe niente meno che scoprire e mettere a repentaglio tutta quell’ampia porzione di Ucraina che corre dal Donetsk fino al fiume Dnepr, primo vero baluardo difensivo ad ovest della “Fortress Belt”.
In poche parole, significherebbe sguarnire completamente Kiev e lasciare l’Ucraina in balia di una Russia pesantemente rafforzata e avvantaggiata da un posizionamento migliore rispetto al passato. Oltre che, evidentemente, vanificare dieci anni di sforzi preparatori ucraini e quasi quattro anni di lotta serrata e determinata per mantenere il controllo di quelle aree. Viene da chiedersi, al netto di tutto ciò, se gli alleati americani ed europei di Kiev, e in particolare l’Italia, siano effettivamente consapevoli di questo stato di cose quando chiedono all’Ucraina di meditare sulla possibilità di accettare un compromesso di questo tipo.
Quegli alleati che vogliono strappare le unghie all’Ucraina
Quando leader come Giorgia Meloni tentano di convincere Zelensky a meditare sulla possibilità di accettare condizioni come quelle previste dalla proposta americana non fanno altro che dire a Kiev di abdicare a qualsiasi possibile difesa futura del Paese in caso di ripresa delle ostilità. Quello che si sta chiedendo all’Ucraina non è diverso, a ben vedere, da quello che si chiese di fare nel 1938 alla Cecoslovacchia, che dovette cedere i Sudeti, zona strategicamente rilevante e baluardo difensivo di Praga, alla Germania Nazista.
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La stessa Germania che poi, nel marzo del 1939, occuperà il Paese rimasto sguarnito e irrimediabilmente indebolito da questa cessione. È bene che questo esempio storico sia tenuto a mente da chi tenta, per motivi di mero allineamento con Washington, una rapida accettazione dei termini proposti da Trump. Per gli americani il problema di un indebolimento di Kiev potrà infatti non essere una criticità così rilevante in ottica di medio termine, ma lo è sicuramente per quell’Europa che con la Russia deve condividere un lunghissimo confine.
Proprio per questo bisogna sperare che quando i leader europei parleranno con Trump e i suoi rappresentanti sabato prossimo solleveranno il punto della sicurezza futura dell’Ucraina, che non potrà essere difesa solo dalle incerte garanzie fornite dagli alleati. Cedere ciò che resta del Donetsk, in fin dei conti, significherebbe strappare le unghie a Kiev. E accettare questo sviluppo sarebbe una sconfitta importante per l’Europa e un’ipoteca sul futuro stesso dell’Ucraina.
















