Teheran cerca la sponda del Pakistan contro Israele. Beirut denuncia: «Tel Aviv ha lanciato guerra di logoramento»
Non sempre la pace risulta essere abbastanza forte e solida da reggere agli urti geopolitici e alle necessità strategiche dei principali attori di una regione. E in Medio Oriente quasi mai una fase di tranquillità e pace dura a lungo. Specialmente quando i più importanti player dello scacchiere geopolitico dell’area restano convinti della necessità di combattere. O quanto meno di doversi preparare a farlo nel più breve tempo possibile. Per questo, nonostante la cessazione delle ostilità a Gaza, o almeno la parziale diminuzione dei combattimenti a quelle latitudini, il Medio Oriente è tutt’altro che tranquillo.
Ad est l’Iran uscito con più di qualche acciacco dalla “Guerra dei 12 giorni” comincia a tentare di riprendere parte del proprio spazio di manovra nella regione, questa volta guardando ancora più a oriente, dalle parti d’Islamabad. Durante una visita di alto livello in corso in questi giorni in Pakistan infatti, il segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani, non esattamente una seconda linea nei corridoi di Teheran, ha aperto alla possibilità di un’alleanza «strategica» tra il suo Paese e i vicini pakistani, volta, presumibilmente, a creare un fronte unito contro le ingerenze esterne in quella parte di mondo.
Teheran guarda verso Islamabad
«Abbiamo discusso delle relazioni bilaterali, dei progressi compiuti in campo economico e delle modalità per rafforzare questa cooperazione, oltre alle questioni regionali», ha fatto sapere a margine dell’incontro Larijani. «Questioni regionali» che ruotano per lo più esclusivamente attorno al tema più sentito dalle nazioni musulmane dell’area, ovvero quello palestinese. Un tema su cui Islamabad e Teheran possono trovare terreno fertile di collaborazione, specialmente nel campo della Difesa, settore particolarmente sensibile per gli iraniani.
La questione palestinese, infatti, ha molta presa sulla popolazione del Pakistan, che negli anni è divenuta sempre più ostile a Israele sull’onda lunga delle devastazioni provocate da Tel Aviv a Gaza. Del resto, come ricordato dallo stesso Larijani, «gli iraniani non dimenticano che durante la Guerra di 12 giorni condotta dal regime sionista e dagli Stati Uniti contro l’Iran, la nazione pakistana è stata al fianco della nazione iraniana».
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Ma questo viaggio, più che essere rilevante per la situazione a Gaza, risulta importante perché mostra che nonostante la pace nella Striscia lo scontro geopolitico tra Iran e Israele è tutt’altro che risolto. Teheran, infatti, avvicina Islamabad non tanto per sterili questioni economico-mercantilistiche ma più che altro per tentare di rafforzare quel fronte anti-occidentale che negli ultimi due anni è stato così duramente colpito da Israele e dai suoi alleati.
Per tentare, in poche parole, di prepararsi al prossimo conflitto portando dalla sua parte un Paese con un peso specifico notevole come il Pakistan, potenzialmente in grado di supportare l’Iran in caso di scontro aperto con Israele. Un tentativo dettato dalla consapevolezza, da parte iraniana, che Tel Aviv rifletta ancora su come colpire in profondità la Repubblica Islamica. E le prove di preparativi in tal senso, da parte d’Israele, ci sono.
Israele torna a colpire Hezbollah
In Libano, per esempio, sembra sempre più realistica la riapertura dello scontro con ciò che resta dell’organizzazione filo-iraniana Hezbollah, decimata ma tutt’altro che annientata dagli attacchi israeliani degli ultimi due anni. Da mesi ormai, nonostante un cessate il fuoco su quel fronte, l’Idf continua a colpire il Libano, eliminando comandanti e infrastrutture dell’organizzazione. Nel fine settimana, in un raid aereo, Israele ha colpito la stessa capitale libanese Beirut, nel tentativo di decimare ulteriormente la linea di comando di Hezbollah e uccidere Haytham Ali Tabatabai, comandante dell’unità del gruppo preposta al controllo delle varie milizie regionali affiliate all’organizzazione.

Tentativo riuscito, apparentemente, ma al prezzo di danni umani e materiali molto pesanti per la capitale già pesantemente colpita negli anni. Proprio a seguito di questo attacco il primo ministro libanese Nawaf Salam, che non è propriamente un supporter di Hezbollah, ha fatto sapere di considerare il suo Paese come coinvolto «in una guerra il cui ritmo sta aumentando e ha assunto la forma di una guerra di logoramento unilaterale da parte di Israele». Una dichiarazione forte, specialmente perché arriva da un esponente di quel fronte politico che in teoria dovrebbe promuovere la smilitarizzazione di Hezbollah.
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Ma Israele, che come l’Iran sa benissimo che il grande scontro per il Medio Oriente è solo posticipato dalla pace di Trump, non può smettere di colpire l’organizzazione. Teheran, venendo a mancare la pressione israeliana, farebbe infatti di tutto per riarmare il gruppo ed in parte, come dimostrano numerose inchieste locali sui nuovi finanziamenti giunti ad Hezbollah, ha già iniziato a farlo. Seppur tramite canali meno solidi ed efficienti, essendo venuto a mancare il fondamentale supporto logistico dei siriani di Assad.
Entrambi gli eventi, gli incontri in Pakistan e gli attacchi in Libano, sono dunque collegati e mostrano un quadro della situazione geopolitica mediorientale alquanto allarmante. Per il momento la pace voluta dal presidente americano tiene botta e resiste alle pressioni dei vari attori regionali, ma è chiaro che si tratti di una situazione che non potrà durare in eterno. Venti di guerra si alzano di nuovo in Medio Oriente. E anche se per il momento si tratta solo di deboli folate, l’attenzione deve restare alta per evitare che una nuova tempesta si venga a scatenare a quelle latitudini.









