La Francia si prepara a espandere la leva militare e valuta l’aumento al 5% del Pil della spesa bellica
Tra i corridoi di Parigi è una voce che si rincorre ormai con insistenza, non confermata ma neppure negata da chi di dovere, quella secondo cui nei prossimi mesi il governo francese – presidente Emmanuel Macron in testa – annunceranno una serie di misure in campo militare volte a cambiare radicalmente la Difesa d’Oltralpe. L’iniziativa si inserisce sulla scia della forte svolta impressa dallo stesso Macron a partire dall’annuncio, il 14 luglio scorso, di nuovi stanziamenti per la Difesa: 6.5 miliardi di euro in più, per portare il bilancio militare francese alla cifra record di 64 miliardi, un raddoppio pieno rispetto al 2017.
«Per essere liberi in questo mondo, dobbiamo essere temuti. Per essere temuti, dobbiamo essere potenti», aveva detto senza alcuna illusione il leader francese prima di definire la situazione europea come la peggior crisi di sicurezza dalla Seconda Guerra Mondiale. Il riarmo, dicono a Parigi, ormai è una strada obbligata. E’ di certo una via stretta, ma schiacciata tra due fantasmi che la rendono non rinviabile. Da un lato quello della minaccia (convenzionale e ibrida) della Russia, col rischio che il Vecchio Continente sia costretto ad accettare una pace al ribasso in Ucraina che esponga i confini di un’Europa indebolita e umiliata a nuove incursioni da parte di attori ostili e meglio armati, Russia (ma non solo) in testa.
Dall’altro, il rischio che cercando di frenare sulle concessioni da fare a Mosca per giungere a un cessate il fuoco in Ucraina gli Stati Uniti del volubile presidente Donald Trump si stanchino e piantino gli alleati perché il «problema europeo» (come il tycoon ama definire la guerra in Ucraina) se lo risolvano da soli. Una minaccia concreta, che ha spinto gli ambienti dell’Eliseo a immaginare un piano di emergenza per aumentare la spesa militare dal 2 al 5% del Pil nel caso in cui gli americani dovessero ritirarsi dal Vecchio Continente. Una rivoluzione le cui possibilità di attuazione restano fumose, ma che sottolineano l’urgenza avvertita a Parigi.
La “svolta” di Parigi
La svolta immaginata dal governo francese partirebbe intanto dall’introduzione di una nuova forma di servizio militare volontario nel tentativo di incentivare la partecipazione dei giovani alla Difesa del Paese. La speranza è di raccogliere tra le 10.000 e i 50.000 uomini, con l’obiettivo di portare i militari francesi a 210.000 effettivi e 80.000 riservisti entro il 2030. La ferma sarà di dieci mesi (nella speranza che dopo accettino di restare in servizio attivo o comunque confluire nella riserva) e sarà volontaria Parigi non è la sola: molti Paesi – tra cui la Germania – stanno valutando o promuovendo attivamente forme di leva militare anche parziale.
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Eppure la soluzione immaginata da Parigi mostra anche i limiti del riarmo europeo. Per i nuovi volontari, chiamati tanto eroicamente a schierarsi a difesa della Democrazia europea e dei suoi confini, viene previsto uno stipendio di appena 900-1000 euro. Una miseria che squaderna un problema di fondo, taciuto ma molto sentito tra i quadri militari: come si può chiedere a un coscritto di contribuire a difendere e costruire qualcosa – sia l’Europa o la propria stessa patria – quanto da tale sforzo non può ricavare quanto basta per poter un giorno immaginare di potersi costruire una propria vita in questo stesso orizzonte? Naturalmente c’è una ragione di disponibilità di risorse, che però rischia di tradursi in una bancarotta valoriale da cui sarebbe difficile tornare indietro.
La Francia bloccata
Secondo i media francesi, le autorità parigine sarebbe drammaticamente consapevoli di questi limiti. Del resto, proprio la Francia ha tenuto più di una volta l’intera Europa col fiato sospeso negli ultimi due anni per la sua ripetuta incapacità di conservare una stabilità politica valida o di passare una legge di bilancio in maniera ordinata. Senza dubbio il sistema di tutele sociali e garanzie previdenziali d’Oltralpe è stato pensato in un’altra epoca e oggi si presenta come difficilmente sostenibile di fronte alle sfide moderne. Eppure, nemmeno tirare la coperta e lasciare al freddo milioni di cittadini economicamente infragiliti appare una strada percorribile in un momento di crisi di legittimità senza precedenti delle istituzioni degli Stati moderni, al punto da metterne in dubbio la loro stessa tenuta.
Che fare? Una risposta semplice non esiste. In altri tempi, una dirigenza politica degna di fiducia si sarebbe incaricata di proporre un nuovo patto sociale, credibile e capace di bilanciare le necessità contingenti con la preservazione dell’ordine interno. Perché, come avrebbe detto Menenio Agrippa, non si può pensare di armare la mano svuotando lo stomaco. L’assenza di un corpus politico all’altezza di questo compito ha squadernato una crisi di sistema (tanto di istituzioni quanto di valori) che apre la strada a un continuo mercanteggio in cui ogni parte sociale – i pensionati come i grandi proprietari immobiliari, i grandi ricchi come i liberi professionisti, i sindacati come le associazioni di categoria – avverte la crisi che arriva e spintona per non essere lei quella che sarà lasciata fuori dalla coperta.
Esposto al tiranneggiamento delle opposte minoranze e incapace di fare sintesi tra le esigenze rivali, lo Stato rischia così di perdere la sua battaglia. Per ritrovarsi così, per tornare alle parole del presidente francese, a non essere né potente né temuto né tantomeno libero.









