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Taiwan, Pechino accelera i preparativi per un’azione di forza. Xi chiama Trump

Trump sente Xi e il leader cinese ribadisce la sua posizione al presidente Usa: «Il ritorno di Taiwan a Pechino è pilastro del mondo postbellico»

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Il ritorno dell’isola “ribelle” di Taiwan alla madrepatria cinese è «parte integrante dell’ordine internazionale del dopoguerra». Un ordine forgiato nella dura lotta congiunta degli Stati Uniti e della Cina contro «il fascismo e il militarismo», e in particolare quello propagato dal vicino Giappone durante il secondo conflitto mondiale.

Questo ha fatto sapere lunedì Xi Jinping a Donald Trump durante la telefonata tenutasi tra i due, che ha avuto come argomento, oltre che questioni di natura economica e commerciale, anche problematiche legate all’equilibrio geopolitico tra le due potenze. Ed in particolare quelle legate alla questione di Taiwan, tema caldo che sta causando una crisi potenzialmente devastante in quell’angolo di mondo.

Mentre tutta l’attenzione della comunità internazionale è comprensibilmente centrata su ciò che sta avvenendo in Europa e sui progetti di pace in Ucraina, nell’estremo oriente cresce infatti ormai da giorni la tensione tra alcuni dei più importanti attori geopolitici dell’area. Pechino e Tokyo, ormai da diversi giorni, sono ai ferri corti.

La vecchia rivalità tra le due nazioni, resa sempre viva e pungente dalle violenze perpetrate dall’allora Impero Giapponese contro la popolazione cinese, si è riaccesa a inizio novembre a causa di alcune dichiarazioni avventate del nuovo primo ministro del Paese del Sol Levante, Sanae Takaichi.

Takaichi all’attacco

La premier, a inizio novembre, ha infatti dichiarato che Tokyo sarebbe disposta a combattere direttamente contro la Cina qualora Pechino attuasse un blocco navale o un’invasione dell’isola di Taiwan. Per la Takaichi, qualora azioni offensive cinesi contro Taipei dovessero comportare «l’uso di navi da guerra e azioni militari», allora la situazione «potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione che mette a repentaglio la sopravvivenza» non solo di Taiwan ma forse anche dello stesso Giappone. Del resto, sempre secondo la premier, «la cosiddetta emergenza di Taiwan è diventata così grave che dobbiamo prevedere uno scenario peggiore».

Per questo, a suo dire, il Paese dovrebbe essere pronto a difendere l’isola “ribelle” con le sue forze combattenti se necessario. Scomode anche le dichiarazioni rilasciate a seguito di una telefonata con Trump, avvenuta poco dopo quella tra il tycoon e Xi, durante la quale la premier giapponese e il presidente americano avrebbero avuto «un ampio scambio di opinioni sul rafforzamento dell’alleanza Giappone-Stati Uniti e sulle sfide e le problematiche che affliggono la regione indo-pacifica», lasciando ovviamente intendere che si sia discusso di qualche tipo di coordinamento con gli americani sulla questione di Taiwan.

L’offensiva mediatica di Pechino

Le dichiarazioni di Takaichi, nelle scorse settimane, hanno provocato uno scontro diplomatico come non se ne vedevano da tempo tra i due Stati. In merito ai primi commenti della premier, Pechino ha fatto sapere di considerare «scioccante che gli attuali leader giapponesi abbiano pubblicamente inviato il segnale sbagliato di tentare un intervento militare nella questione di Taiwan, abbiano detto cose che non avrebbero dovuto dire e abbiano oltrepassato una linea rossa che non avrebbe dovuto essere toccata». Per Pechino la Cina ha il dovere morale di «rispondere con risolutezza» alle parole della premier del Giappone, e tutta la comunità internazionale ha la responsabilità di «impedire la rinascita del militarismo giapponese».

Ma questo scontro non si è limitato a rimanere sul piano verbale. In risposta alle dichiarazioni di Takaichi i cinesi hanno infatti imposto uno stop agli acquisti di prodotti ittici giapponesi, un settore dell’export giapponese particolarmente importante, e lanciato una vasta campagna mediatica contro Tokyo. Ai cittadini cinesi è stato sconsigliato di viaggiare in Giappone e su tutti i principali media del governo cinese sono cominciati a spuntare come funghi resoconti, documentari e info-grafiche sui massacri e le violenze provocate dall’Impero Giapponese in Cina. Una vera e propria offensiva totale per screditare il Giappone agli occhi della cittadinanza cinese e delle altre popolazioni asiatiche, da tempo particolarmente sensibili ai prodotti culturali giapponesi.

Taiwan resta tema caldo

Non a caso, dunque, il tema di Taiwan è stato menzionato anche nella telefonata tra Xi e Trump. Pechino, durante quel contatto con Washington, ha sfruttato la necessità americana di far andare in porto le trattative con la Russia per risolvere la questione ucraina per fare nuovamente pressione sugli Stati Uniti in merito al “problema” Taipei. Forse, persino per offrire supporto nel convincere Mosca ad accettare la pace in cambio di qualche passo in avanti nel caso Taiwan. A prescindere da cosa siano detti i due leader, comunque, è improbabile che su quest’ultimo fronte ci siano stati avanzamenti significativi. Per Washington, del resto, l’isola è oggi un perno strategico fondamentale ed è praticamente impossibile, anche al netto delle momentanee follie di Donald Trump, che gli Stati Uniti accettino qualche concessione ai cinesi sulla questione.

Oltre tutta la fanfara che ha circondato la chiamata, in definitiva, le questioni più problematiche trattate dai due leader restano troppo complesse da risolvere in modo così sbrigativo. Sul piano sostanziale la telefonata tra i due è servita a Pechino per reiterare un messaggio già più volte ribadito: «Taiwan è nostra e non accettiamo ingerenze esterne sulla questione». Un messaggio indirizzato a Washington, sicuramente, ma forse pensato anche per raggiungere ben altre orecchie. E per mettere in guardia Tokyo, per tramite americano, su eventuali altre uscite scomode e mal ponderate.

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