C’è un giudice a Tel Aviv. Ieri, la Corte suprema israeliana si è infatti pronunciata contro il governo in un caso molto controverso, condannando lo Stato ebraico per aver deliberatamente affamato i prigionieri palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane. La decisione della corte, adottata con i voti di due magistrati su tre, ha risposto alle petizione presentata dall’Associazione per i Diritti Civili in Israele (Acri) e dall’organizzazione Gisha nell’aprile dello scorso anno contro il Servizio Penitenziario Israeliano, accusato di aver deliberatamente ridotto le razioni dei prigionieri sotto livello di sussistenza e di aver sostanzialmente fatto morire di fame i detenuti palestinesi.
Riconoscendo la fondatezza delle denunce presentate, secondo cui le razioni giornaliere erano state ridotte a livelli di mera sopravvivenza, la suprema corte ha verosimilmente emesso un parere spartiacque tale da assumere i contorni di un pronunciamento morale oltre che giuridico.
Attualmente sono oltre 10mila i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Pericolosi sospettati di terrorismo, per le autorità israeliani; cittadini innocenti o prigionieri politici, per i palestinesi. Pochi giorni fa il quotidiano britannico Guardian aveva realizzato uno scoop pubblicando i dati riservati dei livelli detentivi stabiliti dalle stesse forze armate israeliane (Idf): secondo i numeri raccolti dallo stesso Israele e pubblicati dai giornalisti inglesi, soltanto un prigioniero su quattro sarebbe effettivamente un combattente riconducibile alla resistenza palestinese (di cui fa parte anche, ma non solo, Hamas).
Tre quarti di loro (oltre 7.000 persone) sarebbero invece civili fermati arbitrariamente dai militari israeliani. Uomini e donne, minori, studenti universitari, sindacalisti, giornalisti, parlamentari, persino un’anziana signora di 82 anni affetta dall’Alzheimer. Migliaia di loro sono trattenuti in detenzione amministrativa, una pratica che consente allo Stato israeliano di incarcerare un individuo per mesi o anni senza processo e senza accuse formali.
Nelle motivazioni della sentenza, la giudice Daphne Barak-Erez ha affermato che il livello alimentare minimo legale per i prigionieri palestinesi non è stato mantenuto, esprimendo la necessità di adottare misure per porre rimedio alla situazione. «Bisogna ricordare che le dolorose testimonianze degli ostaggi liberati dimostrano che un regime alimentare più rigido (per i prigionieri palestinesi) non allevia le sofferenze dei nostri fratelli rapiti che sono ancora in difficoltà e in cattività, anzi, è il contrario», ha scritto il magistrato chiamando direttamente in causa il ricordo dei cittadini israeliani rapiti il 7 ottobre e ancora in mano ad Hamas (circa una ventina).
La campagna di accanimento contro i prigionieri palestinesi, portata avanti dal ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, è stata infatti giustificata come rappresaglia per il trattamento degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas. Nei mesi scorsi, avevano fatto discutere le ripetute iniziative compiute dallo stesso Ben Gvir e altamente pubblicizzate per umiliare e ferire i detenuti palestinesi. In un’occasione il ministro si era fatto riprendere mentre si rivolgeva a Marwan Barghouti, popolare leader politico palestinese e volto della Prima e della Seconda Intifada, da molti considerato l’unica alternativa credibile alla corruzione inefficiente dell’Anp e alla violenza settaria di Hamas.
Nel video un Barghouti visibilmente invecchiato e dimagrito (è in prigione in Israele da 23 anni) assistenza sconvolto e senza possibilità di reagire mentre Ben Gvir prometteva una vendetta terribile contro i palestinesi. In un’altra occasione, su ordine diretto del ministro nelle prigioni sono state esposte le immagini dei vari quartieri di Gaza distrutti dai bombardamenti, con l’obiettivo di mostrare ai detenuti la distruzione delle loro case, senza che avessero la possibilità di mettersi in contatto con la propria famiglia all’esterno per sapere se fosse ancora viva. Una deriva violenta, inutilmente crudele, puramente “cattivista”, che ha attirato pesanti dubbi sulla salute dello stato di diritto in Israele.0
«Non stiamo parlando di una vita confortevole o di lusso, ma delle condizioni di base della sopravvivenza come richiesto dalla legge. Non condividiamo le vie dei nostri peggiori nemici», si legge nelle motivazioni della sentenza. Uno schiaffo sonoro alla logica manichea con cui l’attuale governo israeliano ha impostato la guerra contro il nemico terrorista ma anche un avvertimento sulle ricadute che questa condotta rischia di avere per lo Stato ebraico: se Israele persisterà nell’imitare i metodi torturatori e violenti dei terroristi, sarà inevitabilmente considerato alla loro pari dalla comunità internazionale.
«La fornitura di cibo non può essere usata come mezzo di punizione», ha scandito Barak-Erez ricordando che una democrazia come Israele non possa e non debba venire meno all’obbligo legale dei tre pasti al giorno necessari a garantire la salute dei propri prigionieri. I casi del passato – da Guantanamo ad Abu Ghraib – ricordano il triste carico di odio e di sfiducia verso le istituzioni che l’abuso della fiducia riposta della dirigenza democratica ha comportato. Ieri, la Corte suprema israeliana ha cercato di mandare un segnale, per ribadire un principio di diritto sacrosanto e fondamentale: che l’abito di un ministro non può divenire una maschera – come quelle tanto spesso impiegate dai tagliagole contro cui le istituzioni democratiche si sono battute – dietro cui commettere brutalità crudeli che niente hanno a che vedere con la sicurezza di una democrazia matura.


















