I bambini di Gaza sono un po’ meno bambini di quelli d’Ucraina o di altri, troppi, disgraziati luoghi del mondo? I morti per fame sono un po’ meno morti di coloro non hanno più un cielo di stelle ma un cielo di droni? Una strage, se non la chiami genocidio, uccide un po’ meno? È vero: il boicottaggio nello sport non è mai servito a niente.
Gli americani e i loro sudditi (molti degli europei trovarono soluzioni “creative” per aggirare il diktat amerikano: noi azzurri, ad esempio, ammainammo il tricolore, zittimmo i “Fratelli d’Italia” e la Simeoni sul podio d’oro canticchiò “Viva l’Italia” di De Gregori, quella «liberata», «del valzer e del caffè», quella «colpita al cuore, l’Italia che non muore», quella «metà giardino e metà galera», quella «con gli occhi aperti nella notte triste, l’Italia che resiste»), non andarono a Mosca ’80 con la scusa di protestare per l’invasione sovietica in Afghanistan, i famosi “boots on the ground”, ma poi furono loro stessi, anni dopo, ad impantanarsi laggiù, fino a fuggirne ignominiosamente con la gente lasciata ad aggrapparsi sugli aerei in precipitoso decollo da Kabul, come fossero tram all’ora di punta.
Per “ripicca” i sovietici e i loro sudditi quattro anni dopo non andarono a Los Angeles ’84, però sfuggirono al controllo brezneviano i rumeni (Ceausescu, un campione di democrazia!) e i cinesi (che mai s’erano visti alle Olimpiadi) e fu un segnale che il bipolarismo cominciava a sfaldarsi. E’ vero: lo sport è stato spesso un passo (un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per l’umanità, per citare l’astronauta che per primo passeggiò sulla Luna e non sotto la luna come gli innamorati d’una volta, che adesso si passeggia con gli occhi sul cellulare) verso la pace. Una pallina da ping pong che fece incontrare americani e cinesi; una palla ovale di rugby che indicò a bianchi e neri sudafricani l’arcobaleno possibile, la Rainbow Nation di “Invictus”; un pallone da calcio portò una sera all’Olimpico romano Arafat e Peres insieme (d’accordo: non erano Hamas e Netanyahu, erano ben altro: erano Uomini); una mazza da baseball portò Obama a fare la ola con Raùl Castro in uno stadio dell’Avana, per non citare che qualche frame.
Diceva Mandela che «lo sport ha il potere di cambiare il mondo»; Lutz Long, ingegnere tedesco dall’aspetto di “ariano puro” consigliò a Jesse Owens, americano sciuscià nero, il punto di stacco per il salto in lungo sulla pedana di Berlino ’36, e poi il “negro” lo sconfisse; Panatta e Bertolucci vestirono di rosso quando portarono via la Davis (che allora era “la Davis”) dal Cile di Pinochet; Tommy Smith e John Carlos presero a pugni il cielo e il razzismo a Messico ’68; Mohammed Alì rifiutò la cartolina da coscritto per il Vietnam «perché nessun vietcong mi ha mai chiamato negro»; il cestista sudcoreano Jeong Eun-sun e il delegato nordcoreano Pak Jug-sun portarono insieme, a Sydney 2000, una sola bandiera per i due Paesi ancora tecnicamente belligeranti (e tuttora lo sono: vivono in armistizio da più di settant’anni). Sono altre immagini, altre storie, altri highlights della “diplomazia dello sport”.
Sport e diplomazia: la questione è tornata d’attualità insieme con il ritorno d’attualità della guerra, tragedia che avevamo rimosso, forse perché quella «mondiale a pezzi» come ebbe a definirla Papa Francesco, spargeva i suoi orrori lontano da noi. S’è avvicinata, è alle porte. Lo sport ha affrontato il dramma cercando maldestramente di fare la sua parte (che c’è, che può) dichiarando “fuorilegge” i ragazzi e le ragazze di Russia (e coda Bielorussia) privandoli prima del diritto di partecipare in ogni modo, e poi di quello di inno e bandiera, ammettendoli solo come individui neutrali (vai a sapere…) e mai come squadre. Puniti per un peccato originale: siete nati e cresciuti russi, pagate per questo.
Ma gli israeliani? Non gli ebrei, sia ben chiaro e deve essere ben presente, e non per le infami colpe del passato ma perché la fede religiosa non fa parte della vicenda che riguarda, invece, crimini di guerra e di coloni. Gli sportivi d’Israele sono non colpevoli come quelli di Russia e Bielorussia. Sì, sono due guerre diverse. Ma vale la domanda iniziale: i bambini di Gaza sono meno bambini di quelli d’Ucraina? I morti per fame sono meno morti di quelli per drone? Si può ancora guardare ma non vedere?
La Federcalcio norvegese ha preso un’iniziativa: l’incasso che avrà dalla partita di qualificazione mondiale contro Israele e che si svolgerà nello stadio di Oslo a capacità ridotta per ragioni di sicurezza (e già questo dovrebbe farci riflettere) sarà devoluto a organizzazioni umanitarie, in particolare a quelle che sostengono gli aiuti ai disperati di Gaza, cacciati dalle loro case e dalla loro terra e spesso dalla loro vita. Un gesto, insieme, simbolico e pratico. L’Italia ospiterà la nazionale d’Israele a Udine, partita di ritorno dopo che quella di andata sarà giocata in casa israeliana che è, per ragioni di guerra, in Ungheria. Facciamo finta che?