Nel giorno della svolta su Gaza, il generale Vincenzo Camporini ci restituisce un quadro completo delle difficoltà che l’Idf potrebbe incontrare sul territorio della Striscia.
Generale, dal punto di vista militare quali sono i principali pericoli di questa operazione per l’esercito israeliano?
«I pericoli sono innanzitutto di natura operativa. Entrano in territori non completamente bonificati e quindi ancora sotto un parziale controllo di Hamas. Ma c’è un problema ancora più serio, che preoccupa molto il capo maggiore di Idf, che è quello della durata dell’operazione, perché un’operazione del genere richiede un controllo del territorio permanente o quantomeno di lunga durata».
E questo cosa implica?
«Richiede un certo numero di soldati presenti sul terreno. Idf è una forza armata molto basata sui riservisti, cioè su persone che hanno fatto il servizio militare obbligatorio e che vengono richiamate per gli addestramenti. Nel frattempo lavorano, hanno le loro professioni. Nel momento in cui vengono richiamati dall’esercito sono evidentemente costretti a lasciare il loro posto di lavoro. Se questo avviene per periodi brevi, il problema della gestione delle forze operative è risolvibile. Se invece questo tempo diventa lungo o indefinitamente lungo, l’economia del Paese finirebbe per soffrirne in maniera pesantissima. In sostanza il Pil diminuisce, e sappiamo bene che le operazioni militari hanno senso se sono sostenibili economicamente».
Ieri i media israeliani parlavano di circa cinque mesi come durata potenziale dell’operazione. Le sembra una stima attendibile?
«Può essere una valutazione sensata. L’ordine di grandezza è quello. Però, tornando a quello che dicevo prima, se viene tolta la forza lavoro di un Paese per cinque mesi le conseguenze si avvertono».
I vertici dell’Idf hanno detto che invadere Gaza significa finire in un “buco nero”, perché non si capisce quale sia l’effettiva presenza di Hamas sul territorio.
«Il problema è che non è necessario che le forze sul territorio siano particolarmente numerose. Gruppetti armati con sistemi artigianali come oggetti esplosivi improvvisati costituiscono una grossa minaccia per chi si avventura in quelle aree. Credo che questa sia una grande preoccupazione per le forze armate israeliane».
Il pericolo è cioè l’intensificarsi del terrorismo?
«Sì, perché il tipo di lotta che oggi si può fare a Gaza è molto vicino a quello che viene solitamente definito terrorismo. Si tratta appunto di piccoli gruppi che riescono a conservare una capacità offensiva grazie agli armamenti che hanno a disposizione. Questa forma di guerra urbana è l’incubo di ogni forza armata, a maggior ragione in un ambiente come quello di Gaza dove il problema non è solo in superficie ma anche sotto».
C’è poi il problema del numero di soldati da schierare sul campo. I media israeliani parlavano di circa cinque divisioni. Secondo lei quale deve essere l’effettivo impiego di forze da parte israeliana?
«Le cinque divisioni fotografano una situazione puntuale. Ma è chiaro che dovranno essere assicurati dei ricambi alle forze sul terreno, quindi questo numero viene moltiplicato e questo crea quel problema di sostenibilità nel tempo di cui dicevamo prima. Non saprei dire se i cinque mesi siano un periodo sufficientemente breve per evitare rotazioni. E cosa succede se invece di cinque diventano sette? Le nostre rotazioni sul terreno normalmente sono su base 4, il che vuol dire che ogni tre mesi vengono sostituiti gli uomini sul terreno. Si può arrivare a base 3, arrivare cioè a quattro mesi. Andare oltre significa sottoporre a uno stress davvero pesante le truppe impiegate».
Sulla sorte degli ostaggi cosa possiamo prevedere?
«Gli ostaggi costituiscono un elemento politico estremamente importante per Hamas, ma è chiaro che se Hamas viene messo alle strette non possiamo scommettere molto sulla loro sopravvivenza».
Quale può essere il ruolo dei Paesi arabi in questa operazione? La Lega Araba per la prima volta ha condannato fermamente Hamas.
«I Paesi arabi hanno un ruolo assolutamente decisivo. Se la Lega Araba avesse avuto la volontà di controllare quello che stava succedendo a Gaza non si sarebbe arrivati a questo punto. Purtroppo così non è stato e oggi la lega araba ha in mano una carta estremamente importante per garantire la futura governabilità di Gaza. Il problema non è il presente, ma il futuro. Se vogliamo a Gaza un governo che non sia preda delle pulsioni estremiste e terroristiche di Hamas è necessario che i Paesi arabi dell’area ci mettano del loro».
A proposito del futuro di Gaza, crede che l’operazione militare implichi il definitivo superamento degli accordi di Oslo, cioè di quegli accordi riassunti nella formula ormai un po’ vuota dei “due popoli, due Stati”? Netanyahu ieri ha detto che quella di Gaza non sarà un’annessione.
«Dal punto di vista di Netanyahu, Oslo è sicuramente tramontato come concetto. Anche la Cisgiordania non è formalmente annessa ma è occupata di fatto. E nel governo c’è comunque chi continua a spingere per l’annessione. Anche da parte di Hamas l’ipotesi dei due Stati è sempre stata contrastata in modo violento. È solo cercando di far convergere le posizione meno estremiste, sia da una parte che dall’altra, che si può tornare a questo concetto, che naturalmente deve essere ricostruito ex novo perché i contenuti degli accordi di Oslo non sono aggiornati».


















