12 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Apr, 2026

La scienza, madre sociale del dubbio

La scienza è la madre sociale del dubbio. Ma cosa ci muove quando non sappiamo? La nostra capacità di reazione nelle situazioni dove non ci sono soluzioni a portata di mano o note



Immaginiamo una scena banale, che potrebbe accadere a chiunque di noi. È martedì mattina, ti svegli con un sintomo insolito: un dolore al petto lieve ma persistente. Immediatezza, il cervello cerca una risposta. Apri il motore di ricerca sul telefono: i primi risultati parlano di acidità di stomaco, gli ultimi di problemi cardiaci. Accendi la televisione: un esperto parla di un nuovo virus circolante. Chiami un amico: «Non preoccuparti, è solo stress», ti dice. Ma un altro amico ti manda un articolo allarmante.

In questo lasso di tempo, breve ma intenso, sei sospeso tra due stati opposti. Da un lato, il bisogno urgente di certezza: devi sapere se andare al pronto soccorso, se lavorare da casa o se ignorare il problema. Dall’altro, l’invasione del dubbio: le fonti confliggono, le competenze sembrano relative, il rischio è indeterminato.

Questa micro-situazione domestica è lo specchio esatto di una dinamica macroscopica che regola la scienza, la società e la nostra capacità di agire.

Come trasformiamo l’incertezza in decisione?

Cosa ci muove quando non sappiamo? Come trasformiamo l’incertezza in decisione? E soprattutto, come dovremmo valutare questo dualismo per non cadere né nel dogmatismo acritico né nella paralisi scettica?

Proviamo a sviluppare questa indagine seguendo quattro assi fondamentali. Il primo corre sul piano epistemologico, ovvero la scienza come sistema di dubbio istituzionalizzato. Spesso percepiamo la scienza come il regno della certezza assoluta. In realtà, nel suo funzionamento interno, la scienza è l’istituzione sociale del dubbio.

Quando un ricercatore pubblica uno studio, non sta dichiarando una verità eterna, ma sta sottoponendo una congettura alla comunità dei pari per essere tentata di falsificazione.

Popper: ciò che crediamo potrebbe essere errato

Come insegnava Karl Popper, la scienza avanza non confermando ciò che sappiamo, ma cercando di dimostrare che ciò che crediamo potrebbe essere errato. La  “certezza scientifica” è dunque un consenso temporaneo, una stabilità provvisoria tra dati e teorie, sempre aperta alla revisione.

Tuttavia, qui nasce il primo attrito con la società. La scienza opera con tempi lunghi e gradi di probabilità. Uno dei possibili risultati di un’analisi di dati può essere espressa, per esempio, in una modalità comunicativa che recita «c’è una correlazione significativa al 95%». In realtà, l’azione umana richiede spesso tempi brevi e risposte binarie, del tipo sì/no, sicuro/non sicuro.

Thomas Kuhn ci ha mostrato che le certezze scientifiche sono legate a “paradigmi”: strutture di pensiero che funzionano finché non accumulano troppe anomalie. Quando un paradigma entra in crisi (come sta accadendo in vari campi oggi), il dubbio strutturale aumenta.

Dubbio: motore del progresso

Dal punto di vista epistemologico, il dubbio non è un ostacolo all’azione, ma il motore del progresso. Tuttavia, quando questo dubbio “metodologico” viene traslato senza filtri nella sfera pubblica, rischia di essere interpretato come incompetenza o indecisione. La scienza produce conoscenza affidabile, non verità rivelate. Comprendere questa distinzione è il primo passo per non chiedere alla scienza certezze che non può dare per natura.

Il secondo aspetto riguarda il piano sociologico, vale a dire sicurezza ontologica e società del rischio.

Se la scienza gestisce il dubbio come metodo, la società deve gestirlo come condizione esistenziale. Qui entrano in gioco i meccanismi che regolano l’azione individuale e collettiva.

Il bisogno di percepire il mondo come stabile

A livello individuale, il sociologo Anthony Giddens parla di  “sicurezza ontologica”: abbiamo un bisogno psicologico fondamentale di percepire il mondo come stabile e prevedibile per poter agire. Se ogni azione richiedesse una verifica totale delle premesse, saremmo paralizzati. Per questo, deleghiamo la certezza agli “sistemi esperti”, medici, ingegneri, istituzioni.

Tuttavia, Ulrich Beck, nella sua teoria della  “Società del Rischio”, osserva che nella modernità avanzata i rischi sono spesso invisibili e globali: basti pensare a cambiamento climatico, pandemie, crisi finanziarie. Non possiamo percepirli direttamente, dobbiamo fidarci delle descrizioni altrui. Quando la fiducia nelle istituzioni erode, l’individuo si trova solo a gestire rischi complessi.

Cosa muove l’azione singola? La necessità di ridurre l’ansia. Spesso, di fronte a un dubbio insostenibile, l’individuo preferisce una certezza falsa – una teoria complottista, una notizia fake – piuttosto che un’incertezza vera. Il dogmatismo è, sociologicamente, un meccanismo di difesa contro l’angoscia del dubbio.

Durkheim: la coesione sociale si basa su credenze condivise

A livello collettivo, invece, Émile Durkheim ci ricordava che la coesione sociale si basa su credenze condivise. Il dubbio diffuso può frammentare il corpo sociale. Se non ci accordiamo sui fatti di base (come per esempio «il vaccino è sicuro» o «il clima sta cambiando»), non possiamo coordinare l’azione collettiva.

Jürgen Habermas suggerisce che l’azione comunicativa razionale richiede che i partecipanti siano disposti a mettere in discussione le proprie certezze per raggiungere un’intesa. Ma questo richiede tempo e fiducia, due risorse scarse nella società contemporanea.

Il terzo piano sul quale ragionare è quello della nostra quotidianità. Come agisce il dualismo dubbio/certezza nella vita di ciascuno do noi? In altri termini, torniamo al nostro esempio iniziale del dolore al petto. Come viviamo questo dualismo nel microscopio della quotidianità?

Nella vita di tutti i giorni, operiamo una continua negoziazione tra euristica della certezza e vigilanza del dubbio.

La certezza agisce di fatto come carburante. Ci permette di guidare l’auto senza pensare alla fisica del motore, di mangiare al ristorante senza analizzare il cibo in laboratorio, di firmare un contratto fidandoci della legge. Senza queste certezze di fondo, e quindi date per scontate, l’azione sarebbe impossibile.

Il dubbio freno di sicurezza

Il dubbio funziona invece come freno di sicurezza. Ci induce a guardare entrambe le parti prima di attraversare, a leggere le recensioni prima di comprare, a chiedere un secondo parere medico.

Il problema sorge quando il bilanciamento si rompe, e questo può accadere in modi differenti. Può innanzitutto presentarsi un eccesso di certezza, che fatalmente porta

all’azione impulsiva, al pregiudizio, all’incapacità di correggere la rotta quando le condizioni cambiano. È l’atteggiamento di chi dice «l’ho sempre fatto così» di fronte a una crisi nuova. Viceversa, un eccesso di dubbio porta inevitabilmente a quella che potremmo definire una paralisi da analisi. È la condizione di chi, temendo di sbagliare scelta finanziaria, sanitaria o politica, non ne fa alcuna, lasciando che siano gli eventi o altri a decidere per lui.

La battaglia quotidiana di social e algoritmi

Nell’era digitale, questo equilibrio è disturbato dagli algoritmi.

I social media tendono a polarizzare: o ti confermano nelle tue certezze, creando camere dell’eco, o ti bombardano di informazioni contraddittorie che generano cinismo. La quotidianità diventa un campo di battaglia dove la verità è spesso sacrificata in favore della risonanza emotiva.

Sì impone allora la necessità di una valutazione del dualismo, nella direzione di una responsabilità epistemica. Come dovremmo allora valutare e gestire questo dualismo? Non si tratta di scegliere tra certezza e dubbio, ma di capire quale sia la dose terapeutica di ciascuno. Propongo quattro criteri per una valutazione opportuna.

Innanzitutto il dubbio metodologico e non esistenziale. Ciò significa che dobbiamo   imparare a dubitare delle affermazioni, non della possibilità di conoscere. Il dubbio deve essere uno strumento di verifica («Quali sono le prove?», «Chi lo dice?»), non uno stato permanente di negazione («Niente è vero, tutto è possibile»). Questo trasforma il dubbio da paralizzante a produttivo.

Il secondo criterio potremmo definirlo quello delle certezza provvisorie e contestuali, ovvero di un fallibilismo pragmatico. Dobbiamo agire come se le nostre certezze fossero vere, ma con la consapevolezza mentale che potrebbero essere revocate. È una “fiducia ragionata”. Posso decidere di vaccinare mio figlio basandomi sul consenso scientifico attuale, sapendo che la scienza è aperta alla revisione, ma che oggi quella è la base più solida per agire. Agire richiede un  “come se” fosse certo, pur sapendo che non lo è assolutamente.

Il terzo criterio è quello della responsabilità epistemica.

La nostra responsabilità nella costruzione della realtà sociale

Ciascuno di noi ha una responsabilità nella costruzione della realtà sociale. Diffondere un dubbio infondato o una certezza dogmatica ha conseguenze sugli altri. Valutare il dualismo significa chiedersi: «Qual è l’impatto sociale della mia incertezza?». In tempi di crisi, la prudenza è virtù, ma il negazionismo sistemico è un danno collettivo.

Infine, e siamo al quarto criterio, dobbiamo distinguere fra i diversi livelli di competenza. Ciò significa, innanzitutto, che dobbiamo riconoscere i limiti della nostra competenza. Il dubbio del cittadino non ha lo stesso peso epistemico del dubbio dello specialista nel suo campo. Questo non significa sottomissione acritica all’autorità, ma riconoscimento che la certezza si costruisce con strumenti e tempi diversi. La valutazione opportuna sta nel sapere quando dubitare (sulle implicazioni etiche, politiche) e quando invece affidarsi, sulla base di dati tecnici consolidati.

Il rapporto tra certezza e dubbio, insomma,  non è un problema da risolvere, ma una tensione da abitare.

La scienza ci insegna che la certezza assoluta è un’illusione, ma che l’affidabilità è possibile.

La sociologia ci mostra che senza una base di certezze condivise la società si sgretola, ma che senza dubbio critico la società diventa tirannica.

La fiducia muove l’azione

La quotidianità ci impone di scegliere, spesso con informazioni incomplete.

Cosa muove l’azione, in definitiva? Non è la certezza totale, né il dubbio totale. È la fiducia.

La fiducia è il ponte che ci permette di agire nonostante il dubbio. È la decisione di considerare sufficiente una certezza parziale per compiere un passo.

Valutare questo dualismo significa quindi coltivare un’umiltà intellettuale che ci permetta di agire con coraggio quando serve, e di fermarci a riflettere quando il dubbio segnala un rischio reale. Come nel nostro esempio iniziale: il dolore al petto richiede di agire (andare dal medico) anche se non abbiamo la certezza della diagnosi. L’azione saggia non nasce dall’assenza di dubbio, ma dalla capacità di decidere nonostante esso, assumendosene la responsabilità.

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