12 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Apr, 2026

Ribelli con un pallone tra i piedi. Il potere preso a calci dai vinti del gol

Il libro di Gabriel Kuhn “Un calcio al potere, gioco e lotta sociale”, Ribelli con un pallone tra i piedi. Il potere preso a calci dai vinti del gol


Calcio, mistero senza fine bello:  si diceva fra appassionati parafrasando Gozzano. Il gioco più conosciuto, il fenomeno più condiviso al mondo. Visto sempre con sospetto, un ostacolo sulla via del cambiamento per generazioni di rivoluzionari e di sociologi, spesso sposato dai dittatori nei paesi più oscuri e maltrattati, ma anche nella Spagna di Francisco Franco: «Il Real Madrid – diceva il suo ministro degli Esteri – è la nostra migliore ambasciata». Frasi fatte: l’unico argomento di cui Agnelli può discutere con il suo lattaio. Toni Negri che confessa di aver abbracciato un carabiniere milanista «l’unica volta nella mia vita». Formidabile veicolo politico: la nazionale algerina nella lotta per l’indipendenza, quella della Palestina con i giocatori sparsi per il mondo. Il Barcellona, maglia dell’antifascismo, l’Atletico Bilbao della questione basca. La recente e a tratti drammatica storia della nazionale iraniana donne, che in Australia non ha cantato l’inno. 

Razzismo, borghesia, religione: il calcio anticipatore dei fenomeni

Calcio anticipatore di fenomeni: il razzismo che viene coltivato sugli spalti,  muore nelle squadre di mille colori come la Francia campione del mondo ’98, resiste su certi agghiaccianti striscioni come quello contro Balotelli: «Non ci sono neri italiani». E ancora: l’irruzione delle donne in uno spettacolo maschile, in uno sport di genere e spesso degenere. Ma prima ancora, cento e più anni fa, le squadre che nascono nei circoli dei portuali, un gioco proletario che ha bisogno solo di quattro stracci, l’organizzazione è una risposta ai club controllati dalle classi borghesi e, più in là, dalla chiesa. Del resto, scriveva Gianni Brera, il gioco muscolare e difensivo è una rappresentazione dell’etica operaia, forza e solidarietà, il risultato prima di tutto. L’estetica del gioco non è contemplata, o al limite è facoltativa.

Per raccontare il calcio ci vorrebbe l’intero  “Mimì”: è un macro-topic come economia o astronomia e ne contiene infiniti altri. Ma c’è un libro di Gabriel Kuhn che ne illumina alcuni aspetti e contraddizioni. “Un calcio al potere, gioco e lotta sociale” (elèuthera) si focalizza sulle esperienze alternative, anche le più estreme, fino a quella (improponibile) del calcio a tre porte. Kuhn, prima di tutto: ex giocatore, sociologo e saggista, attivista e sindacalista, con in testa un mondo più giusto e possibilmente un pallone fra i piedi. 

Socrates e gli altri ribelli con un pallone tra i piedi

Kuhn esplora e racconta i pochi ribelli del calcio, come Socrates  “il dottore”: sì perché Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, l’uomo che coltivava l’utopia della democrazia in un sistema già dominato dal business, era anche laureato in medicina. Fumava, beveva – ricordo un portacenere pieno di noccioline e qualche mozzicone – quelle due o tre volte che lo intervistai per  “Repubblica”. Molto informato, lettore di libri e di giornali, di lui ritrovo oggi appunti sparsi:

«Il  “dottore” continua a sputare veleno contro questo calcio oppressivo, reazionario, autoritario, dittatoriale. Si tocca le gambe ancora dure. “Una preparazione massacrante. Sto meglio. Per fortuna in campo non c’è nessuna dittatura, in campo diventiamo tutti artisti. Per me è tutto più facile. Nelle partite di campionato io parto avvantaggiato: tutti gli altri sono tesi, io resto calmo… E voi lo sapete: il calcio è solo, solo psicologia. Ho preso qualche botta ma è normale. In Brasile gli arbitri sono molto più permissivi, qui sanno punire al momento giusto. Sto in salita, ma sto risalendo. Non diventerò un idolo di Firenze. Idolo non c’è, idolo non esiste”». 

Kuhn va a caccia di grandi e piccole corde pazze del calcio, con la consapevolezza che i devianti sono pochi, e spesso perdenti. Un calciatore come Socrates oggi non nasce più: e se nasce, lo correggono fin dalla culla. 

Violenza e solidarietà: il mondo degli ultrà

L’autore è sensibile anche al mondo ultrà, con i suoi riti fra violenza e solidarietà. La mistica del tifoso, la religione della curva hanno spesso prodotto tragedie e sopraffazione. Ma per Kuhn «certi articoli sensazionalistici non fanno altro che alimentare lo sfruttamento del fenomeno ultras coma una scusa per un controllo statale sempre più rigido». Anche se accadono fatti strani, come sottolineò una volta Gianni Mura. Ci sono celerini che picchiano come fabbri gli operai in sciopero e invece se le fanno dare di brutto dentro gli stadi (anche se il fenomeno sembra in diminuzione). In Italia le curve sono piene di cronaca nera e prede della peggior retorica, purtroppo la realtà è questa: i processi in diretta alla squadra che perde, con il capo ultrà che urla al megafono «dovete tirar fuori le palleeeee, altrimenti non tornate a casa» sono umilianti e molto diffuse. Sullo sfondo resta per fortuna qualche principio nobile: giusto ribellarsi ai posti numerati, al prezzo fisso venduto a cifre inavvicinabili.

Kuhn è un sognatore, e sia chiaro che questo è un complimento. Quindi elenca e racconta grandi e piccoli casi di azionariato popolare, di democrazia diffusa, ultrà buoni e socialmente utili, club come il St.Pauli di Amburgo che riescono a raccogliere fans in tutto il mondo. Associazioni benemerite come Fare (“Football against racism in Europe”) o l’associazione “Altropallone” che ha appena aperto una Biblioteca dello Sport a Milano. Gruppi che nel tempo si sono distinti perché intorno al sacro gioco non ci sia sfruttamento. La famosa campagna per un pallone  “fair trade”, la sfera di cuoio cucita a mano nelle zone remote dell’Asia da bambini sfruttati: i grandi marchi hanno sofferto le proteste e alla fine si sono adeguati. 

Soldi, avvenimenti, televisioni e decreti legge

Resta la cornice generale: lo show può continuare solo se entrano tanti soldi, altrimenti rischia il crac. Obbligatorio moltiplicare gli avvenimenti, nutrire le televisioni. Non la Superlega dei grandi club, ma la maxi Champions League, che è un modo per far giocare di più le squadre di club. E poi, il Mondiale a 48, nuove Coppe e nuovi trofei… L’Italia è l’esempio peggiore, perché non riesce più a vincere: ogni governo, a un certo punto, si trova ad affrontare un decreto “salva-calcio”: il “rosso” delle società italiane arriva a cinque miliardi.

Alla fine si afferma una divaricazione: la partita delle partite, come la chiama Pierpaolo Casarin nella prefazione. C’è un mondo freddo e calcolatore, che pretende perfino di cambiare il nome alla squadra. Ci ha provato la Red Bull con il Salzburg, e ha ordinato il nuovi colori per la maglia, quelli della bibita. La reazione dei tifosi è stata la fondazione di un altro club. Ma i giocatori restano in grande maggioranza anaffettivi, apolitici, obbedienti: molto guardinghi anche sul tema dei diritti. I gay che hanno fatto coming out sono pochi: in una percentuale sicuramente inferiore alla realtà, alla società attuale che per fortuna è tollerante e tutto sommato si interessa poco dei gusti sessuali delle persone. Un mondo nevrotico, forse l’unico settore dove l’introduzione della tecnologia ha complicato la situazione, invece di migliorarla. Ormai organizziamo i nostri viaggi sulla app, ma in campo nemmeno il Var riesce talvolta a stabilire se quello è un fuorigioco, con migliaia di cervelli intorno a discutere.

La base, libertà individuale e responsabilità sociale

E poi ci sono le esperienze di base, che sono tante e ben raccontate da Kuhn. Alcune quasi eccentriche: ad esempio il collettivo austriaco Wilde Liga Wien che predica l’uguaglianza, il rispetto, l’auto-organizzazione. Quindi niente arbitro, niente cartellini rossi o gialli, addirittura i poligiocatori, che possono cambiare maglia nella stessa partita. Nessuna ansia di prestazione. 

In fondo il calcio è una combinazione perfetta di libertà individuale e responsabilità sociale. È una forma di cooperazione: da solo non puoi far nulla, nemmeno vincere le partite: un principio che dovrebbe portare a un mondo più giusto, in ogni momento della vita quotidiana. Nel minuto-secondo in cui scriviamo, migliaia e migliaia di gol vengono segnati, un movimento inarrestabile, un linguaggio, il sogno ad occhi aperti di ogni bambino. E allora resta solo da dire con l’autore: «Dilettanti di tutti i quartieri, unitevi». I professionisti però fanno un altro gioco.

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