La casa non è solo un rifugio: è uno spazio sociale che riflette disuguaglianze, poteri e identità tra storia, genere e classe
Immaginiamo di aprire la porta di casa. Forse sentiamo l’odore dei qualcosa che sta cuocendo in forno, vediamo le scarpe dei figli sparse nell’ingresso, il computer ancora acceso sul tavolo della cucina. Tutto sembra normale. Eppure, in quei gesti quotidiani si nasconde una trama invisibile di poteri, disuguaglianze, memorie e desideri. Da un punto di vista strettamente sociologico, la casa non è un semplice contenitore: è un prodotto sociale plasmato da storia, genere, classe, migrazione e tecnologia. E non tutti possono permettersi il lusso di chiamarla “rifugio”.
Dalla casa produttiva alla casa privata
L’idea moderna di casa — intima, privata, separata dal lavoro — è relativamente recente. Fino all’Ottocento, per gran parte dell’umanità, la casa era anche luogo di produzione: si filava, si cuciva, si macellava, si vendeva. Solo con l’industrializzazione si è affermata la divisione netta tra sfera pubblica maschile, produttiva e sfera privata femminile, riproduttiva.
Comfort e borghesia, un modello non universale
Molti studi storici concordano sul fatto che concetti come comfort, privacy o salotto siano emersi solo con la borghesia europea. Prima, dormire in stanze comuni, mangiare su tavole grezze, condividere il letto con estranei era la norma. La casa ideale che vediamo oggi su Instagram — minimalista, ordinata, luminosa — non è universale: è il prodotto di una specifica cultura di classe e di consumo.
Lefebvre e Bachelard, tra potere e immaginazione
È il filosofo marxista Henri Lefebvre a dare alla sociologia gli strumenti per leggere la casa non come dato, ma come processo. Per Lefebvre, ogni spazio — anche il più intimo — è prodotto socialmente attraverso tre dimensioni intrecciate: lo spazio percepito, lo spazio concepito e lo spazio vissuto. La casa, dunque, non è mai neutra: riflette chi ha potere di progettarla, abitarla, trasformarla. E se Lefebvre ci insegna a vedere la casa come campo di forze sociali, il filosofo francese Gaston Bachelard ci ricorda che essa è anche il primo luogo dell’immaginazione. Per lui, la casa è “il nostro angolo del mondo”, il guscio in cui il sogno prende forma. Ma questa visione poetica — pur suggestiva — rischia di nascondere le disuguaglianze materiali. Non tutti hanno un angolo in cui sognare.
Geografia domestica del potere
Entrando nella gran parte delle case moderne, possiamo notare una sorta di geografia silenziosa del potere. La cucina, il bagno, la lavanderia sono spesso assegnati simbolicamente alle donne. Non per caso: come sosteneva la sociologa femminista Ann Oakley già negli anni Settanta, il lavoro domestico non è un atto d’amore, ma un lavoro alienante, invisibile e mal retribuito, quando lo è.
Spazio domestico e segregazione femminile
L’architetto Margarete Schütte-Lihotzky, pioniera del design razionale, progettò negli anni Venti la Frankfurt Kitchen: efficiente, compatta, pensata per risparmiare passi. Un trionfo dell’ingegneria… e della segregazione. Come in seguito ha fatto notare Dolores Hayden, queste cucine non liberavano le donne: le imprigionavano in uno spazio sempre più specializzato, separato dalla vita pubblica.
Bourdieu e Butler, il corpo nello spazio
Ma il potere non agisce solo attraverso le stanze: agisce sui corpi che le abitano. Pierre Bourdieu (in foto) ha mostrato come l’habitus si formi già nell’infanzia, proprio nello spazio domestico. Il bambino impara a stare seduto a tavola, a parlare a voce bassa, a non toccare certi oggetti perché lo spazio stesso lo educa.

Judith Butler (in foto) ci ricorda che il genere non è un’essenza, ma una serie di atti ripetuti. Chi lava i piatti, chi sistema il salotto, chi decide l’arredamento: sono tutti gesti che “fanno” il genere, ogni giorno.
Domesticità precaria e vite in transito
Ma non tutti hanno una cucina, un salotto, un divano. Per molti, lo spazio domestico è precarizzato, provvisorio, collettivo. Pensiamo a uno studente fuorisede a Bologna: vive in una stanza di 12 metri quadrati, condivide il bagno con tre sconosciuti, paga 600 euro al mese in nero. La sua casa non è luogo di radicamento, ma di transito.
Abitare senza diritti, il caso dei braccianti
Cambiando scenario, pensiamo a un bracciante senegalese a San Ferdinando. La sua “casa” è una baracca di lamiera e plastica, senza acqua corrente né elettricità stabile. Durante il lockdown del 2020, mentre i media ripetevano “Restate a casa”, lui non poteva permettersi quel privilegio.
La pandemia e la casa trasformata
La pandemia ha stravolto radicalmente il significato dello spazio domestico. Per milioni di persone, la casa è diventata ufficio, scuola, palestra, ospedale, prigione. Le conseguenze sono state profondamente diseguali. (In foto una illustrazione dal web dedicata al fenomeno dell’ hikikomori)

La casa dei migranti come spazio ibrido
Discorso ancora più complesso quello delle case dei migranti, dove lo spazio domestico diventa un archivio vivente di memorie transnazionali.
Modelli alternativi di abitare nel mondo
Di fronte a queste disuguaglianze, guardare oltre i confini nazionali aiuta a immaginare alternative. A Vienna il 60% della popolazione vive in alloggi sovvenzionati o comunali. A Barcellona la casa non è merce, è diritto. In Giappone emerge il fenomeno degli hikikomori. In Brasile le favelas costruiscono comunità.
Il diritto all’abitare e la città
In Italia, esperienze di co-housing e occupazioni cercano di superare la dicotomia pubblico-privato. Come ricorda David Harvey, il diritto alla città comincia dal diritto a un tetto degno. Quello che è certo è che esistono diversi modi di considerare spazi sociali, e quelli abitativi sono i più vicini a ciascuno di noi. La casa non è mai neutrale. Può essere un rifugio o una gabbia, un luogo di cura o di controllo.
Perché, in fondo, non abitiamo solo una casa. Siamo abitati da essa, dalle sue regole tacite, dai suoi fantasmi, dalle sue promesse mancate, dai suoi sogni ancora possibili. Forse, partendo dalla casa, possiamo immaginare un mondo più abitabile. Non perché è più bello, ma perché più giusto.


















