Secondo Platone, la vista era il più importante dei cinque sensi perché fondamentale strumento di conoscenza. Nel corso dei secoli, però, l’arte e la letteratura, oltre che la religione, l’hanno descritta anche come arma di seduzione e veicolo di tentazione
La storia dell’uomo è anche la storia dei suoi sensi. Gerarchicamente classificati in vista, udito, olfatto, gusto e tatto, per come tramandatici da Aristotele, i cinque sensi sono le porte d’accesso al mondo dalle quali acquisiamo conoscenze diverse da integrare tra loro. Antenne potenti, persistenti e fedeli, per ricordare il passato e tracciare le vie del futuro. Elementi cruciali per la crescita spirituale ed il benessere, anche se c’è chi ammonisce gli effetti fuorvianti della loro seduzione.
I sensi alla base della conoscenza
San Tommaso era solito affermare che nulla può essere nell’intelletto se prima non è stato nei sensi. Perché tutto ciò che si percepisce attraverso i sensi diventa materiale sul quale riflettere per analizzare la realtà che ci circonda. L’idea che i sensi si trovino alla base della conoscenza intellettuale e fisica, è coltivata sin dal pensiero antico, per essere accolta dalla religione cristiana medioevale, che tuttavia li considerava sia preziosi strumenti del sapere, sia diaboliche armi di tentazione.
Platone e Sant’Agostino
Nella cultura antica, è la vista ad occupare una posizione importante, perché vedere (idein) e sapere (eidenai) sono forme di uno stesso verbo; ma anche perché vedere è vivere ed essere visibili. Non è un mistero che per Platone ed i suoi seguaci quello della vista fosse il senso primario, perché più affine all’intelligenza. Nel celebre inizio del libro settimo della Repubblica Platone articola l’allegoria del mito della caverna attraverso la dialettica tra vista e luce, ombra e riflessi. La sorgente luminosa è luce per l’intelletto dell’uomo e permette allo sguardo umano di vedere sé stesso, cioè di pensarsi e superare un’esistenza rivolta all’esteriorità. Anche per Sant’Agostino senza la luce non è possibile la conoscenza, perché senza di essa non è possibile un adeguato esercizio dell’intelligenza.
La Commedia di Dante
Lo scalino più alto percorribile nell’itinerario della conoscenza che s’identifica con la luce, trasfigurandosi in pura luminosità, è quanto racconta anche Dante nel XXXIII canto del Paradiso, là dove, attraversate le bolge infernali, scalato il monte del Purgatorio, si ritrova dinnanzi alla vetta della contemplazione: Dio. Dalla Vita Nuova al Convivio fino alla Divina Commedia tutta l’opera del Sommo poeta è un crescendo di luce e si muove nel segno del vedere come luogo del conoscere, fino alla visione mistica nel Paradiso attraverso cui acquisisce conoscenza.
Lo sguardo nella storia
L’occhio, lo sguardo, la vista sono simboli potenti e ricchi di significati proprio perché associati alla conoscenza: segni di illuminazione e di saggezza interiore. Dall’antico Egitto, alla Grecia, fino alla Roma antica, la storia è costellata di sguardi a cui sono stati attribuiti i significati più disparati. Tutto passa dagli occhi per entrarci dentro. Lo sguardo è simbolo di buon augurio, di protezione e di richiamo delle energie positive, ma anche di potere. È il mito di Medusa a raccontarlo. Lei era la gorgone che Perseo fu costretto a decapitare per riuscire a bloccare l’effetto pietrificante del suo sguardo.
Pensieri e sentimenti
Una storia che anche Caravaggio decise di narrare, concentrando tutta la sua potenza espressiva proprio nei suoi occhi che colpiscono immediatamente, e quasi pietrificano, lo spettatore. È così che lo sguardo diviene un eccezionale strumento psicologico nell’ambito della comunicazione non verbale. Ne era consapevole anche Leonardo Da Vinci che, con la Gioconda e la dama con l’ermellino, riesce a focalizzarsi sui pensieri e sentimenti dei suoi soggetti, ponendo al centro dei suoi lavori il potere dello sguardo, talmente penetrante da essere una tecnica per imparare non solo a osservare, ma a comprendere ciò che si rivela davanti agli occhi. È l’arte del puro vedere attraverso la quale Leonardo da Vinci ricuce il legame tra occhio e spirito.
Lo specchio dell’anima per Amedeo Modigliani
Anche la frase di Amedeo Modigliani “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi” riassume la capacità comunicativa dello sguardo. Raggiungere nel profondo dell’intimo una persona per Modì era un’impresa a dir poco ostica, e altrettanto difficile era riprodurne l’anima sulla tela. E dal momento che gli occhi sono lo specchio dell’anima, il pittore ritenne opportuno eliminarli dal volto di alcuni dei suoi soggetti.
Le orbite vuote
Gli sguardi vuoti dell’artista livornese diventano la finestra sulle persone, un passaggio privilegiato per cogliere la loro vera e nuda essenza, scoprendone ogni fragilità e debolezza, rendendo visibile ciò che appare per sua natura impenetrabile: l’anima. Famosi sono il ritratto dalle orbite vuote di Madame Kisling e quello di Léopold Survage, in cui una delle pupille è assente. Così, alla richiesta di spiegazioni da parte di Survage sul perché lo avesse ritratto con un occhio ben delineato e uno vuoto, Modigliani rispose: “perché con uno guardi il mondo, con l’altro guardi dentro di te”.
La dimensione erotica
Il senso della vista, gli sguardi e i messaggi veicolati sono anche i luoghi della passione: il desiderio è localizzato nell’occhio e si muove nel gioco degli sguardi. Gli occhi per Petrarca sono “uscio et varco” che mette in comunicazione la realtà esterna con il cuore. Anche per Freud il “guardare” è la via principale che connette la dimensione estetica all’immaginazione erotica. Per mezzo dello sguardo la sessualità costruisce l’oggetto del suo desiderio.
L’abbagliamento e le tenebre
Ma è anche vero che non ci sarebbe potenza di visione senza il suo opposto, ossia l’abbagliamento e le tenebre. Le dinamiche della realtà molte volte si giocano anche nella penombra. Tema antichissimo, quello del buio che rende più potente la nostra vista interiore. Vengono alla mente le eruditissime disquisizioni filosofiche che si facevano nella Roma del XVI secolo, quando regnava papa Pio IV, tra i sodali del convivio delle Notti Vaticane, che erano soliti riunirsi di notte, alla presenza di San Carlo Borromeo, perché secondo loro di notte, al buio, gli occhi della mente vedono ciò che alla luce gli occhi del corpo non riescono a vedere.
Quei ciechi che vedevano bene
Nella cultura greca la cecità era addirittura un dono, simbolo cardine di possibilità di vedere oltre alla vita umana. Girava l’idea che a occhi chiusi si vedessero cose che a occhi aperti sfuggono. A detta di Plutarco, il filosofo Democrito era giunto a togliersi la vista per cercare ciò che gli occhi del corpo, distolti da mille tentazioni, non gli permettevano di vedere. Anche Omero, che era cieco, vedeva più profondamente di qualsivoglia altro poeta. Destinato a vivere in un drammatico gioco tra tenebra e conoscenza, tra offuscamento e sapienza è anche Edipo, che non sa riconoscere la realtà, non la sa “vedere”, finché non gliela svela il cieco Tiresia. Grazie all’acquisita cecità, impossibilitato a distinguere il volto dei suoi simili, Tiresia riusciva a protendere lo sguardo nei misteri del divino e del tempo futuro.
Il monologo di Camilleri
Non è un caso la scelta di Andrea Camilleri di interpretare il monologo Conversazione su Tiresia invitando tutti noi a riflettere sulla cecità dei nostri occhi, che vedono sì, ma che meglio vedrebbero se li chiudessimo: “Ebbene devo dirvi – e non vi sembri un paradosso, per carità! – che da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente”.
Plinio il Vecchio e la meditazione
Anche per i gli antichi romani la vista interiore era più profonda di quella degli occhi esteriori. Plinio il Vecchio riteneva che la meditazione rendesse gli uomini simili ai ciechi, capaci come sono di vedere con gli occhi dell’animo. È così che l’ombra, necessaria per riposare lo sguardo dalla congerie delle percezioni, per acquietare la mente, per ridarle frescura e chiarezza, diviene il luogo in cui si generano alcune delle immagini fondamentali del nostro vedere, perché è lo sguardo più profondo, quello che promana dai nostri occhi interiori che devono saper vedere anche al buio, attingendo alla memoria, alla cultura, alle nostre esperienze.
Monet e Joyce
La cecità è dunque il grembo stesso della visione: un vedere oltre la vista, che scava dentro le apparenze. È così per Claude Monet che, afflitto dalle cataratte, trasferisce le sue visioni sfocate sulla tela, prefigurando di fatto l’avvento della pittura astratta. Così come per James Joyce, definito il maestro dello sguardo, nonostante i suoi seri problemi alla vista, costringendoci a guardare la nostra esistenza con occhi disincantati.
L’arte di Caravaggio
Da una forte antitesi tra chiaro e scuro nasce anche l’arte di Caravaggio, maestro indiscusso della luce. Colui che per primo modella le figure cesellandone i tratti e facendole emergere dal buio sottostante con un’illuminazione drammatica. Protagonista indiscussa delle sue tele è proprio la luce che affiora dal nero, rendendo visibile ciò che al nostro occhio risulta impercettibile. Il senso della vista viene così preferito perché consente di guardare anche sotto l’esteriorità.
Van Gogh e Dalì
Del resto, è attraverso l’intensità degli occhi, che Van Gogh ha raccontato il suo tormento interiore, mentre Salvator Dalì ha narrato gli orrori della Seconda Guerra Mondiale nel dipinto “Volto della guerra” del 1940, in cui le cavità oculari del teschio aprono la vista su altri teschi che, a loro volta ne mostrano altri all’interno delle cavità oculari, avviando in tal modo un processo visivo senza fine. In tal modo lo sguardo funziona come un sistema di specchi, che riflette una realtà esterna, destinata a confrontarsi con il mondo interiore dell’essere umano, provocando un’inquietudine che può diventare stimolo ad una diversa visione del mondo.
Le opere di Magritte
È così che si manifesta il senso della vista nelle opere di Magritte che usava i suoi quadri per sconvolgere i nostri sensi e non per lusingarli, andando oltre il solo e puro conformismo. Per l’artista belga, la vista non dice ciò che è vero o meno, è un faux miroir (falso specchio) perché l’immagine è silenziosa, dimostrando come in quello che vediamo ci possono essere più interpretazioni. Così Magritte sfida lo spettatore a non fidarsi di ciò che vede, perché l’occhio può essere ingannato e la visione è spesso mediata da convenzioni.
Penetrare la realtà
Da veicolo privilegiato dell’amore a strumento d’indagine della coscienza irrequieta dell’uomo, la vista è tra i cinque sensi quello che di certo permette di penetrare la realtà, di coglierne le trasformazioni e gli imprevisti, e percepirne la stratificazione. Tutto sta nel saperlo dosare.


















