22 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Mar, 2026

Intelligenza artificiale, sfida per Italia e Ue nel libro di Di Franco

Nel libro “L’intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia”, Giuseppe Di Franco spiega come tale strumento possa rivoluzionare industria e Pubblica Amministrazione, segnando una svolta positiva per Italia e Ue


A volte si ha l’impressione che l’AI sia qualcosa che non ci riguarda, semplicemente uno strumento di fruizione, ma l’intelligenza artificiale è già tra noi e non è possibile non coglierne le opportunità. Parte da queste considerazioni imprescindibili Giuseppe Di Franco, con il suo libro “L’ intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia. Competenze, casi d’uso e valore nell’Europa che innova” (Piemme 2026, pagg. 288 – euro 18.90).

Uno strumento di ausilio

Un volume che offre l’occasione di comprendere meglio dinamiche complesse di un mondo in costante evoluzione, uno strumento di sicuro ausilio tanto per i lettori che vogliono approfondire l’argomento quanto per gli addetti ai lavori dei diversi settori dell’economia, manager, policy maker e imprenditori. Lo sottolinea nella prefazione Giuliano Noci, ordinario di Strategia & Marketing e Prorettore del Politecnico di Milano, nonché editorialista di diverse testate di rilievo nazionale.

Una sfida per l’Italia e per l’Europa

“Il libro – scrive Noci – propone soluzioni concrete: dall’urgenza di un Fascicolo elettronico delle competenze a una vera governance nazionale dell’innovazione. Non sono slogan, sono leve reali. E il messaggio di fondo è chiaro: l’Italia può ancora giocare una partita da protagonista, ma deve smettere di accontentarsi del ruolo di commentatore. E poi c’è la politica industriale, o meglio: l’assenza di una politica industriale dell’AI”. La sfida dell’AI non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa, che per certi aspetti appare ancora indietro e a rischio dipendenza dai mercati asiatici e americani.

La necessità di investire

Coniugando etica e pragmaticità, Di Franco – in forze alla Graduate School of Management del Politecnico di Milano e inserito da Forbes tra i 100 migliori manager italiani – ribadisce la necessità di un massiccio investimento in competenze digitali e soft skill nel campo della formazione a tutti i livelli per superare il gap italiano, individuando soluzioni mirate, come la creazione di un  Fascicolo elettronico delle competenze  e una governance nazionale dell’innovazione.

Il tema delle competenze

L’autore ricorre a una metafora efficace: “Senza competenze, l’AI è una Ferrari senza pilota”. Non si nega il rischio di obsolescenza di molte capacità tradizionali, ma si ribalta la prospettiva: l’IA stessa diventa il rimedio al divario di competenze, diventa lo strumento per “personalizzare e democratizzare la formazione”, permettendo un reskilling continuo che è l’unica vera difesa contro la stagnazione della produttività italiana, rimasta quasi nulla negli ultimi dieci anni. Come a dire che occorre superare “la paura della sostituzione”, che blocca ogni possibilità di sviluppo.

La pubblica amministrazione

Tra i campi in cui l’AI può dare un apporto sicuramente positivo c’è la pubblica amministrazione, attraverso un processo di progressivo miglioramento, teso a “ottimizzare i processi interni, digitalizzandoli e automatizzandoli, riducendo quindi la burocrazia e accelerando la produzione di risultati, fino a rendere più fluida la generazione e condivisione della reportistica”. Si parte da sistemi macchinosi, estremamente cartacei, che richiedono tempo inutile, con “procedure manuali, frammentate e ad alta intensità di risorse umane, con conseguenti rallentamenti, errori potenziali e difficolta”.

Un’alleanza virtuosa

A rendere possibile un’intelligenza artificiale al servizio dell’uomo e non il contrario è proprio la formazione. Di Franco cita Peter Drucker e Herbert Simon per ricordare che, in un mondo dominato dagli algoritmi, ciò che diventa davvero strategico è proprio la  “razionalità limitata” dell’uomo, ovvero la capacità di integrare intuizione, esperienza e valori. L’IA deve servire a liberare l’uomo dai task ripetitivi per permettergli di concentrarsi sul suo  “capitale relazionale”, ovvero su ciò che fa la differenza: empatia, leadership, creatività, visione d’insieme, memoria storica. È possibile, quindi, un’alleanza virtuosa tra AI e capitale umano.

A tal proposito si fa riferimento a Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia 2024, che distingue tra mansioni sostituibili dall’automazione e mansioni complementari che richiedono capacità umane uniche. In estrema sintesi, scrive Di Franco, “l’AI “non è nient’altro che un potenziamento del capitale umano, in grado tuttavia di elevare in misura notevolissima la produttività attuale del lavoro, probabilmente anche fino al 40% entro il 2035”, sempre se si riesce a dare vita ad adeguati percorsi formativi.

La sovranità digitale europea

Anche l’Europa, nella stessa ottica, non può limitarsi a regolare ciò che non possiede, ma deve costruire una propria sovranità digitale con infrastrutture cloud e politiche industriali comuni per competere con i colossi globali. Il libro si chiude con un pressante invito a superare la fase del dibattito teorico per passare a quella dell’implementazione pratica. Di Franco è categorico sulla necessità di agire immediatamente, poiché il tempo è il fattore critico: “Nel mondo reale, la differenza non la fa chi osserva, ma chi adotta. (…) Il rischio più grande oggi non è usarla male, ma non usarla affatto. Rimanere fermi mentre gli altri vanno avanti. Chi adotta oggi costruisce valore. Chi aspetta, accumula ritardo”. Forse non è un caso se sempre più utenti utilizzano l’AI per scelte decisionali: scegliere il cambiamento in atto significa non serrare le porte al futuro.

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