15 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Mar, 2026

Da Troia all’Iran, perché la guerra non è un indicente della storia

La guerra non è un incidente della storia, ma una modalità estrema di organizzazione sociale: l’analisi dei conflitti da Troia all’Iran aiuta a comprendere un percorso non sempre univoco e lineare che la sociologia tanta di comprendere con i propri strumenti


La guerra non è soltanto un susseguirsi di battaglie, strategie o trattati di pace. È, prima di tutto, un fenomeno sociale totale che incide sulle strutture del potere, plasma le identità collettive, ridefinisce i confini tra pubblico e privato, tra vita e morte.

Una modalità di organizzazione sociale

La sociologia della guerra — pur non essendo un campo unitario né sempre riconosciuto come autonomo — si propone di leggere la guerra non come un incidente della storia, ma come una modalità estrema di organizzazione sociale, rivelatrice delle gerarchie, dei valori e delle contraddizioni di un’epoca. Lo si può chiaramente vedere analizzando il percorso attraverso tre grandi configurazioni storiche della guerra — antica, moderna e postmoderna — mostrando come il suo significato, la sua visibilità e la sua legittimazione siano profondamente mutati in relazione alle trasformazioni delle società che la producono. Lungi dall’essere un semplice cambiamento tecnologico, si tratta come vedremo di una metamorfosi simbolica, istituzionale e corporea.

Nelle società pre-moderne

Nelle società premoderne, la guerra era intessuta nella trama stessa della vita sociale. Non era un’attività separata, riservata a specialisti, ma un’estensione dell’ordine cosmico, religioso e civico. La guerra di Troia, raccontata nell’Iliade di Omero, offre un esempio paradigmatico. Qui la guerra non nasce da ragioni geopolitiche o economiche, ma da un affronto all’onore: il rapimento di Elena offende Menelao, re di Sparta, e minaccia l’intero sistema di alleanze achee. Ogni eroe combatte non solo per la vittoria, ma per la gloria personale e per il rispetto del proprio nome. Achille sceglie consapevolmente una morte precoce pur di ottenere fama eterna.

Uno scontro corporeo

La battaglia è visibile, frontale, corporea. I duelli avvengono sotto gli occhi degli dèi e dei compagni e i cadaveri vengono contesi, pianti, seppelliti con riti precisi. La guerra è anche sacrale: Zeus, Atena e Apollo intervengono direttamente, e i presagi, i sacrifici e i giuramenti strutturano ogni decisione. La comunità intera — guerrieri, donne, anziani — partecipa emotivamente al conflitto.

I rapporti interpersonali

Da un punto di vista sociologico, Norbert Elias osserva che in queste società la violenza era meno regolata da istituzioni centralizzate e più integrata nei rapporti interpersonali. La distinzione tra guerra, vendetta e competizione per l’onore era labile. La guerra era visibile, partecipata, moralmente intelligibile e funzionale alla costruzione dell’identità collettiva.

L’epoca moderna

Con la nascita dello Stato moderno (XVI–XVIII sec.), la guerra cambia radicalmente forma. Max Weber definisce lo Stato come l’entità che detiene il monopolio della violenza legittima: la guerra diventa uno strumento esclusivo della politica estera, sottratto ai signori feudali e ai mercenari. Carl von Clausewitz sintetizza questa transizione con la celebre formula: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi».

La guerra totale

Essa è ora razionale, calcolata, subordinata agli obiettivi dello Stato. L’Ottocento e il Novecento portano questa logica al suo apice: la guerra diventa totale. Con la leva obbligatoria, l’industrializzazione degli armamenti e la mobilitazione delle economie nazionali, intere popolazioni vengono coinvolte. In questa apoteosi della concezione guerrafondaia, sorgono però anche alcune contraddizioni.

La guerra del Vietnam

La guerra del Vietnam (1955–1975) rappresenta infatti il momento in cui la guerra moderna entra in crisi. Da un lato, è combattuta con una macchina militare iper-razionalizzata: bombardamenti calcolati al computer, defoglianti chimici, mappe satellitari. Dall’altro, perde legittimità sociale. I media trasmettono le immagini delle atrocità, i giovani americani bruciano le cartoline di leva, il corpo del soldato una volta simbolo di virilità patriottica diventa oggetto di trauma psicologico.

Un progetto di ordine fallito

Possiamo parlare allora, sociologicamente, di un esempio di “progetto di ordine” fallito: la tecnologia militare non basta a imporre un senso morale condiviso. Eppure, nonostante la sua brutalità, la guerra del Vietnam rimane pubblica, visibile, centrale nell’immaginario collettivo. Le piazze si riempiono di manifestanti, i giornali raccontano il fronte in tempo reale. La guerra è ancora un evento che struttura il tempo sociale anche quando lo divide.

La nuova guerra

A partire dalla fine del XX secolo, assistiamo a una radicale trasformazione della guerra, che si sostanzia nel decentramento dello Stato, una sorta di invisibilità sociale, la fusione tra guerra e criminalità e il dominio della tecnologia a distanza. Mary Kaldor, accademica britannica e attivista per la pace e i diritti umani, individua nei conflitti balcanici degli anni ’90 del secolo scorso il prototipo delle nuove guerre. Qui la violenza non mira alla conquista strategica, ma alla pulizia etnica. Lo scopo è distruggere il tessuto sociale multietnico delle città (Sarajevo, Mostar) per creare entità omogenee. Le milizie paramilitari operano in modo semi-autonomo, finanziate da traffici illeciti e sostenute da retoriche nazionaliste diffuse dai media locali.

La percezione da parte dell’Europa

La guerra nei Balcani è vicina ma invisibile per l’Europa occidentale: si svolge a poche ore di volo da Vienna, eppure viene percepita come “altrove”, quasi arcaica. L’intervento Nato del 1999 segna un ulteriore passaggio: la guerra diventa “umanitaria”, condotta senza truppe di terra, solo con bombardamenti aerei. Una forma di violenza senza contatto, senza lutto condiviso, senza responsabilità diretta.

Il caso dell’Afghanistan

La guerra in Afghanistan (2001–2021) incarna la fase avanzata della postmodernità bellica. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti lanciano un’operazione globale contro un nemico sfuggente, Al-Qaeda prima, poi i talebani. Ma ben presto, la missione si trasforma in una occupazione indefinita, gestita da contractor privati (Halliburton, DynCorp), droni pilotati dal Nevada e basi militari extraterritoriali. Il soldato occidentale non vive tra la popolazione, ma in aree blindate e recintate con più edifici.

Via dalla coscienza pubblica

La guerra è rimossa dalla coscienza pubblica: nessuna leva, nessun dibattito parlamentare duraturo, nessuna commemorazione collettiva. Quando i talebani rientrano a Kabul nel 2021, molti cittadini occidentali scoprono solo allora che la guerra era ancora in corso. Il filosofo e urbanista francese Paul Virilio aveva previsto questa deriva: la guerra non si combatte più sul campo, ma nello spazio della percezione. E Michel Foucault avrebbe riconosciuto nel sistema di sorveglianza globale (NSA, biometria, liste nere) una forma di potere che non uccide, ma regola la circolazione della vita.

Le guerre di oggi in Africa

Infine, le guerre contemporanee in Africa — dal Congo orientale al Mali, dal Sudan al Corno d’Africa — mostrano una ulteriore metamorfosi: la guerra come sistema economico autonomo. Gruppi armati (M23, Boko Haram, Janjaweed) controllano miniere di coltan, traffici di armi, rotte migratorie. Lo Stato è debole o assente; la violenza non serve a costruire nazioni, ma a estrarre valore. In questi contesti, la distinzione tra guerra, criminalità e governance collassa.

La guerra post-moderna

Come ha documentato il sociologo Didier Fassin, la guerra africana contemporanea è spesso invisibile per il Nord globale, salvo quando produce flussi migratori o minacce terroristiche. Eppure, è qui che si gioca una parte cruciale dell’ordine mondiale: le materie prime dei nostri smartphone provengono da zone di conflitto permanente. In questa modalità e per le sue caratteristiche peculiari, la guerra postmoderna è diffusa, invisibile, normalizzata e sempre più disconnessa dalla sfera pubblica e democratica.

L’evoluzione del concetto di guerra

L’evoluzione stessa del concetto di guerra trova fondamento in diverse tradizioni teoriche, a partire da Weber che ne definisce la legittimazione istituzionale e da von Clausewitz che intende la guerra come strumento razionale dello Stato moderno. Norbert Elias mostra invece il passaggio da una violenza diffusa a una controllata, mentre Bauman rivela come la razionalità burocratica possa produrre orrore e Foucault sposta l’attenzione dal sovrano che “fa morire” al potere che “lascia vivere o lascia morire”. Infine, Virgilio e Kaldor, che anticipano la scomparsa del campo di battaglia fisico e descrivono le nuove guerre come fenomeni ibridi, post-statali, identitari.

Un percorso poco lineare

Il percorso dalla guerra di Troia alla guerra algoritmica in Afghanistan non è lineare né univoco, ma rivela una tendenza profonda: la progressiva disconnessione tra guerra e società civile. Se un tempo la guerra costruiva comunità (Troia), oggi la frammenta (Balcani) o la ignora (Afghanistan). Se un tempo era un atto collettivo di significato, oggi è una funzione amministrativa di gestione del rischio. Ed è un atto che viene di volta in volta evocato come colpa – la violazione del volere di uno Stato sovrano – salvo poi commetterlo a propria volta con la scusa di avere il diritto di esportare principi democratici propria. Che sempre più spesso, però, hanno l’odore acre del petrolio.

La società sempre più individualizzata

Questa trasformazione non è neutrale. Essa riflette e rafforza una società sempre più individualizzata, mediata, disincarnata — dove la morte è rimossa, il corpo è delegato a tecnologie, e la responsabilità etica si dissolve nella catena dei comandi o negli algoritmi.

Comprendere la guerra

La sociologia della guerra, allora, non serve solo a capire i conflitti, ma a interrogare ciò che una società considera degno di essere protetto, sacrificato o abbandonato. In un’epoca di crisi climatica, disuguaglianze globali e nuove forme di militarizzazione (dalle frontiere digitali a quelle fisiche), comprendere la guerra significa comprendere noi stessi e le scelte che, anche in tempo di pace, dovremmo continuare a fare.

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