A distanza di oltre un secolo dai fasti della Belle Époque, le sciantose conservano intatto il loro fascino di donne fatali capaci di scacciare, con la loro famosa “mossa”, i pensieri legati alla guerra e alla fame
Dive fatali, seducenti, ammalianti e ammiccanti. Sfrontate e audaci. Sogni esotici d’altri tempi capaci di accendere desideri e fantasie. Sono le sciantose: le cantanti dei caffè-concerto che da Parigi arrivano a Napoli e fanno “arrevutà ‘o munno”. Portano scompiglio in scena e infiammano i cuori e le passioni degli spettatori (e non solo all’ombra del Vesuvio). Ma chi sono le sciantose?
L’opera di Manet
Il termine ci riporta tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. La parola deriva dal francese “chanteuse”, alla lettera: “cantante”. Édouard Manet ne dipinge una e ne fa un capolavoro. È “La Chanteuse du Café-Concert”. Indossa un vestito azzurro. Scollato sulle spalle in stile Belle Èpoque. Ha un nastrino al collo come in uso al tempo e guanti lunghi. Un fiore tra i capelli raccolti a crocchia. Manet fa di più. In un altro capolavoro, ci prende per mano e ci porta all’interno di un Caffè Concerto – la Brasserie Reichshoffen, Boulevard Rochechouart – c’è un uomo elegante con in testa un cilindro, una giovane donna è persa nei suoi pensieri mentre una cameriera con la mano sul fianco sorseggia un boccale di birra e si concede un attimo di tregua. Riflessa in uno specchio, però, c’è lei: una chanteuse che canta e incanta.
La Belle Époque
La storia delle sciantose è impregnata delle atmosfere parigine da Belle Époque che era pure il tempo delle ballerine di can-can con i tacchi a rocchetto dipinte da Lautrec. Cantanti e ballerine dell’epoca bella, si esibivano in locali in cui gli avventori, oltre a bere e mangiare, potevano assistere a spettacoli di varietà: dal teatro, al balletto, all’illusionismo, ai concerti. Le dive della canzone pescavano nel repertorio delle arie di opere liriche o di celebri operette. E quando la tecnica difettava a compensare era la loro avvenenza maliziosa.
Le canzonettiste a Napoli
Donne di spettacolo sempre più fatali. Tra le regine dei café-chantant, e più tardi del varietà, della rivista e dell’avanspettacolo, le sciantose scrivono un capitolo a sé. Una storia al femminile che a Napoli – un anno dopo l’entrata di Garibaldi nel 1890 – ci porta, ad esempio, in uno storico café chantant. A palazzo Berio in via Toledo. Qui si esibiscono le prime canzonettiste. Nella città partenopea incontriamo le sciantose, anche quelle tutte di rosso vestite che l’autore di “La gatta Cenerentola”, Roberto De Simone descriverà come le Sciantose Garibaldine.
Il Salone Margherita
Il Salone Margherita poi è una tappa obbligata in questo viaggio tra stelle e stelline, canzoni, luci e colori da avanspettacolo. Artisti e umanità varia. Nato da un’idea dei fratelli Marino sulla scia del successo dei cafè-chantant francesi, il Salone Margherita a Napoli diventa non solo il teatro delle “sciantose” ma una sorta di tempio della cultura popolare (e non solo). Inaugurato il 15 novembre del 1890 alla presenza di principesse, contesse, politici e giornalisti come Matilde Serao, si trasforma via via in uno dei simboli della Belle Époque italiana in salsa napoletana su modello francese. Al punto che non solo i cartelloni erano scritti in francese, ma anche i contratti degli artisti e il menu. E sempre in francese (o giù di lì) parlavano camerieri e spettatori. Figurarsi le sciantose.
Il desiderio di riscatto
Tra fatti e leggende, la scia del loro profumo ci fa entrare in un universo femminile che, però, non è solo lustrini e applausi. Frizzi e lazzi e mosse. Le sciantose erano spesso di umili origini e le loro aspirazioni artistiche facevano il paio con la voglia di riscatto, con il miraggio di conquistare l’indipendenza economica e di ritagliarsi un ruolo sociale. Figlie del popolo si spartivano con agguerrita concorrenza il sogno delle Folies Bergèreo del Moulin Rouge di Parigi.
Vite uscite dai romanzi d’appendice
Per essere ancora più attraenti ed esotiche, tra loro c’era chi parlava con accento straniero, chi simulava la r moscia, chi decantava storie d’amore con uomini dell’alta società. Per alimentare il trionfo poi, avevano al seguito i claquer: persone ingaggiate per applaudire con fragore. Il delirio a fine serata era assicurato. Le loro vite sfumano in racconti e dettagli che sembrano usciti da certi romanzi d’appendice: nomi d’arte, identità celate, trame avvincenti, colpi di scena, amori e inganni, viaggi, successi e cadute. Tutto contribuisce ad alimentare il racconto insieme alla “mossa”: un movimento malandrino del corpo che con alcune di loro entra nell’immaginario e ci resta.
Anna Fougez
Nella galleria dei ritratti ci finiscono nomi come quelli di Anna Fougez, Gilda Mignonette, Yvonne De Fleuriel. La prima: Anna Fougez, pseudonimo di Maria Annina Laganà Pappacena. Nata a Taranto in vico Innocentini 4, figlia di Angelo Pappacena e di Teresa Catalano rimane presto orfana di entrambi i genitori. Viene adottata da Giuseppe Laganà e Giovannina Catalano, sua zia. Di lei si scrive: “Una stella del varietà che furoreggiò sui palcoscenici italiani fra la prima guerra mondiale e la marcia su Roma”. Incoraggiata dagli zii, debutta sul palcoscenico a 8 anni. A 15 si esibisce in coppia con Ettore Petrolini.
A 16 il colpo di genio. Ago e filo in mano, Anna cuce sui rammendi delle calze decine di strass luccicanti. Non contenta, compra per due lire due ventri di lepre e li drappeggia al collo a mò di sciarpa da gran signora e canta Bambola al Teatro Mastroieni di Messina. “Anna Fougez, signori, vi si presenta già per danzar… per cantar”, così si auto-annuncia al pubblico. Fra il 1919 ed il 1925, raggiunge il massimo del successo. Guadagna 500 lire, in alcuni casi, 2.000. Si dice fosse la più elegante di tutte: le prime piume di struzzo, le prime scale in palcoscenico, le prime fontane d’argento furono per lei.
Gilda Mignonette
Gilda Mignonette, nome d’arte di Griselda (o Giselda) Andreatini nasce a Napoli nel quartiere Duchesca il 23 aprile del 1896. Alla cantante e sciantosa viene dato l’appellativo di “Regina degli emigranti”. Gilda come Anna, debutta giovanissima nei teatri di varietà e nei caffè-concerto della sua città. In repertorio canzoni napoletane drammatiche e struggenti. Arrivano le prime tournée all’estero: Spagna, Ungheria, Russia, Argentina.
Il successo in America
La sciantosa con la valigia in mano torna per la seconda volta in America Latina nel 1915. Il successo esplode al teatro “Casino” di Buenos Aires e allo “Star” di Cuba. L’incoronazione internazionale, però, avviene a New York. Siamo nel 1924 e Mignonette diventa una delle cantanti napoletane più famose d’America, senza dimenticare l’Italia dove torna spesso ad esibirsi. La sua discografia si chiude nel 1951, un anno e mezzo prima della morte. La sua ultima incisione è “Malafemmena” di Totò.
Yvonne de Fleuriel
Yvonne de Fleuriel. Il manifesto di una sua tournée teatrale attribuito al pittore ritrattista Corbella Tito, la immortala con un cappello piumato, abito da sera e lunga collana di perle. Sguardo languido, è seduta su un cuscino. Il reperto è conservato al Museo Nazionale Collezione Salce, a Treviso. Cantante e attrice di varietà ma anche del cinema muto, Yvonne de Fleuriel in realtà si chiama Adele Croce. Nata a Teano il 7 luglio 1889 in una famiglia di contadini passa la prima giovinezza in collegio. Poi a diciotto anni, il debutto a teatro come «attrice generica» nella compagnia di Eduardo Scarpetta.
L’incontro con Maldacea
A poco più di venti anni conosce l’attore Nicola Maldacea. È lui a indicarle la strada del canto e a suggerirle lo pseudonimo di Yvonne De Fleuriel con cui si fa conoscere esibendosi nei più noti caffè-concerto di Napoli. Diventa in poco tempo una delle più famose sciantose italiane.
La canzone napoletana
Anna, Gilda, Yvonne ma anche Elvira Donnarumma, soprannominata “Capinera” per via dei suoi riccioli neri e Olimpia D’Avigny ricordata tra le protagoniste del Salone Margherita e si potrebbe continuare. Di nome in nome, di canzone in canzone. Le storie delle sciantose sono legate a stretto nodo a quelle della canzone napoletana.
“‘A frangesa” e “Lilì Kangy”
È il 1894 quando Mario Pasquale Costa, scrive testo e musica del primo pezzo dedicato a quello che stava diventano un vero e proprio fenomeno di costume. Il titolo? “A frangesa” (la francese) che viene “da Parigge”. Un cavallo di battaglia pure per le sciantose che si esibivano in luoghi di ritrovo assai più modesti del celebre Salone Margherita. Nel 1905 arriva “Lilì Kangy” scritta da Salvatore Gambardella e Giovanni Capurro. Un manifesto: “Mo nun so’ cchiù Cuncetta, / ma so’ Lilí Kangy, /sciantosa prediletta, avite voglia ‘e dí…” (Ora non sono più Concetta, ma sono Lilì Kangy, cantante prediletta, dite quello che volete).
La “mossa”
Insieme alle canzoni arriva anche il tempo della “mossa”: al rullo di un tamburo, un colpo d’anca e su la crinolina in tulle della gonna… La faccenda legata a un brano viene raccontata più o meno così. Siamo nel 1911, gli italiani partono alla volta dell’America sui bastimenti e lasciano il cuore sulle banchine dei porti. Salvatore Gambardella e Aniello Califano scrivono Ninì Tirabusciò: “…Addio mia bella Napoli,/ mai più ti rivedrò!…”
L’inventrice
La canzone viene portata al successo dalla sciantosa romana Maria De Angelis. Per alcuni è lei l’inventrice della mossa, per altri, invece, è la napoletana Maria Borsa. Fatto sta che a renderla ancora più iconica ci pensa molti anni dopo Monica Vitti nel film “Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa” e nel varietà televisivo “Milleluci”. Uno due e tre: la Vitti gioca a fare la sciantosa e inchioda gli spettatori in studio e dietro il piccolo schermo.
“Reginella”
Di sciantose si parla in quel capolavoro che è Reginella, scritta nel 1917 da Libero Bovio e Gaetano Lama. Reginella e le sue amiche sembrano i soggetti di un acquerello d’autore: “Te sî fatta ‘na vesta scullata/ ‘Nu cappiello cu ‘e nastre e cu ‘e rrose/ Stive ‘mmiez’a tre o quatto sciantose/ E parlave francese È accussì? …” (Ti sei fatta un vestito scollato/ Un cappello coi nastri e con le rose/ Eri in compagnia di tre o quattro sciantose/ E parlavi francese…”).
“Pane, amore e…”
Canzoni, musica e schermi. La “mossa” di Sophia Loren, invece, si intravede nel sensuale mambo italiano di “Pane, amore e…” (1955) con Vittorio De Sica. Regia di Dino Risi. E poi c’è “Un giorno in pretura” con Gloriana: Luisa Ceccarelli (Silvana Pampanini). Lei è una ex vedette di varietà, caduta in disgrazia, invecchiata e divenuta un’alcolizzata, accusata di adescamento ed ubriachezza molesta.
“Un giorno in pretura”
Luisa era famosissima ai tempi della Grande Guerra col nome d’arte di Gloriana quando, giovane e bellissima, si esibiva in spettacoli di varietà per le truppe inviate al fronte. Proprio in occasione di una di quelle esibizioni, incontra il pretore Lo Russo (Peppino De Filippo), allora giovane tenente, e gli consente di uscire a testa alta da una situazione che poteva ridicolizzarlo agli occhi dei superiori. Al ricordo di quell’incontro e di quella figura un tempo tanto ammirata e desiderata, il pretore, contro ogni previsione e consiglio dei colleghi della Corte, decide di assolvere la donna dalle accuse.
Anna Magnani
Sullo schermo, però, c’è una sciantosa che spiazza tutti ed è Anna, Nannarella o la Magnani. È lei “La sciantosa” di Alfredo Giannetti, film del 1971 dove l’attrice romana recita a fianco di Massimo Ranieri nel ruolo di Tonino Apicella, un giovane soldato che da civile fa il musicista. Nannarella è Flora Bertuccelli: una cantante non più giovane del café-chantant a cui viene proposto di esibirsi davanti a un pubblico di soldati arruolati durante la Grande Guerra. Sono giovani mutilati, feriti ed esausti.
“‘O surdato ‘nnamurato”
Davanti a quella umanità dolente, Flora non sorride più. La maschera cade: via la bandiera messa a drappo, via la corona dal capo mentre canta come solo lei sa fare: “’O surdato ‘nnammurato”. Gli occhi dei militari si fanno lucidi. Flora canta col cuore che trema. Il dolore fa increspare la voce. Lo sguardo bistrato è smarrito. Poi, il rombo cupo di un aereo pronto a bombardare. Era ieri, in qualche angolo del mondo può sembrare oggi.


















