Chiese evangeliche, conservatori, post-liberali: Donald Trump è riuscito a unificare la destra americana nel movimento Maga
In molte chiese evangeliche degli Stati Uniti, la bandiera americana non è un semplice ornamento civile. Accanto al pulpito ricorda che la nazione non è soltanto uno spazio politico, ma un destino storico. Gli Stati Uniti sono evocati come nazione sotto Dio o al cospetto di Dio (nation under God): come recita il giuramento di fedeltà del 1954. Una nazione chiamata a custodire un ordine morale percepito, in quell’universo religioso, come minacciato dalle trasformazioni culturali della modernità.
Il movimento Maga
È, anche, dentro questa visione teologico-politica che va compreso il movimento MAGA (Make America Great Again, in italiano, Rendere l’America più grande): non come semplice populismo elettorale, ma come risposta identitaria a una crisi percepita anzitutto come spirituale e culturale. Fin dalle prime comunità puritane insediate nel New England nel Seicento, l’idea di una missione provvidenziale ha accompagnato la nascita e lo sviluppo della nazione.
La “religione civile americana”
Robert Bellah parlò negli anni Sessanta di “religione civile americana”: un tessuto simbolico capace di unire confessioni diverse attorno a una narrazione condivisa. Per Bellah non era confessionale ma simbolica: un linguaggio condiviso capace di tenere insieme pluralismo e patriottismo. Quando però una parte della società percepisce la nazione come minacciata nella propria identità morale, quel linguaggio può irrigidirsi e trasformarsi da collante inclusivo in confine identitario.
Il declino morale
A partire dagli anni Settanta, l’evangelicalismo bianco – movimento di risveglio del cristianesimo protestante sviluppatosi nel XVIII secolo – ha reagito alla trasformazione dei costumi e all’espansione dei diritti civili, interpretandole come segni di declino morale. La Moral Majority di Jerry Falwell tradusse questa inquietudine in organizzazione politica, consolidando con Reagan l’alleanza tra destra religiosa e Partito Repubblicano.
Il Maga come biblioteca
Per capire MAGA – lo slogan lanciato da Donald Trump nel 2016 e divenuto nome di una corrente politica e culturale – conviene immaginarlo come una biblioteca: una costellazione di tradizioni convergenti attorno a una comune percezione di crisi. L’idea di fondo è che l’ordine politico consolidatosi nel secondo dopoguerra sia entrato in una fase di trasformazione profonda e che, per salvarne i principi, occorra metterne in tensione le procedure ordinarie.
Un progetto di governo
Le conferenze del “Conservatorismo nazionale” (National Conservatism) mostrano un movimento che non si limita più alla critica culturale, ma si presenta come progetto di governo. Temi come confini, università, religione pubblica e guerra culturale vengono proposti non come semplice agenda elettorale, ma come pilastri di un nuovo corso repubblicano. È qui che la domanda “chi ispira MAGA?” va presa alla lettera. MAGA è una coalizione politica e culturale – anti-élite, nazionalista, ostile al cosiddetto “Stato profondo” (deep state) – che nel tempo si è dotata di interpreti e di un’infrastruttura teorica.
Il conservatorismo classico
Il primo scaffale è quello del conservatorismo “classico” del dopoguerra: mercato, Stato dai poteri limitati, anticomunismo, moralità tradizionale. Il suo compromesso teorico più noto è il “fusionismo” di Frank S. Meyer, che univa libertà economica e virtù sociale, sostenendo che la virtù non potesse essere imposta dallo Stato ma dovesse maturare in una società libera. È il mondo che rese possibile Reagan e contro il quale una parte di MAGA assunse posizioni critiche.
La tradizione straussiana e il regime
Il secondo scaffale è quello “fondativo” e propriamente filosofico, legato alla costellazione di Claremont, centro della tradizione straussiana negli Stati Uniti. Per Leo Strauss, riprendendo la tradizione classica, la parola decisiva è “regime”: non il governo in carica, ma l’ordine complessivo che stabilisce chi governa, in base a quali principi e per quale bene comune. Il regime è, in questo senso, la forma morale della vita politica, l’insieme delle convinzioni che definiscono ciò che è giusto e legittimo.
Principi morali oggettivi
Da Strauss a Harry V. Jaffa, questa linea di pensiero insiste sul fatto che l’America non nasce come semplice meccanismo procedurale, ma come repubblica fondata su principi morali ritenuti oggettivi, proclamati nel 1776. La Dichiarazione d’Indipendenza non sarebbe puro proceduralismo, ma affermazione di verità – uguaglianza, diritti inalienabili – che precedono lo Stato. Se tali principi vengono reinterpretati in chiave relativistica o ridotti a linguaggio dei diritti soggettivi, il regime cambia natura pur mantenendo le stesse forme istituzionali.
Non solo alternanza politica
Da qui l’idea che il conflitto contemporaneo non sia semplice alternanza politica, ma disputa sul fondamento dell’ordine: se restare ancorati a un diritto naturale oggettivo o scivolare verso un liberalismo progressivo che ridefinisce i propri principi. In questo quadro testi come “The Flight 93 Election” (2016) di Michael Anton assumono un tono tragico: non un ordinario schieramento politico, ma la difesa estrema del regime originario.
Il ruolo del Claremont Institute
Il Claremont Institute svolge un ruolo centrale in questa elaborazione: è un laboratorio di reinterpretazione della fondazione americana, in cui diritto naturale, regime e virtù diventano categorie per leggere la crisi come conflitto sul principio stesso dell’ordine politico.
La critica dello Stato amministrativo
Il terzo scaffale riguarda la critica dello “Stato amministrativo” (administrative state). Già nel 1941 James Burnham parlava di “rivoluzione manageriale”: il potere moderno tende a concentrarsi in una classe di dirigenti e apparati che governano per competenza più che per mandato popolare. Questa categoria è divenuta nel tempo una chiave per leggere Washington come macchina relativamente autonoma – burocrazia, università, media, agenzie – ed è la grammatica di fondo del discorso sullo “Stato profondo”.
Il pensiero di Francis
A questa linea si è collegato Samuel Francis, che descriveva la politica come conflitto tra una classe manageriale e un’America di ceti medi e lavoratori percepiti come espropriati e marginalizzati. Molte pulsioni MAGA – dal risentimento verso le élite culturali alla richiesta di un presidente capace di piegare l’apparato – possono essere lette come ripresa di questo schema.
La nuova destra dottrinaria
Il quarto scaffale è la nuova destra dottrinaria: nazional conservatori e post-liberali. Le conferenze del “Conservatorismo nazionale”, promosse a partire dal 2019 dall’Edmund Burke Foundation, propongono di superare il conservatorismo “procedurale” con una filosofia della sovranità nazionale, della coesione culturale e di una religione pubblica come collante. Ma questa area non è compatta: dentro e attorno a Claremont c’è chi teme che il richiamo alla nazione finisca per oscurare la tradizione fondativa del 1776 e il suo riferimento al diritto naturale. La questione è se la crisi si curi tornando ai principi originari o costruendo un ordine più esplicitamente identitario.
Il filone post-liberale
Accanto al “Conservatorismo Nazionale” si muove il filone post-liberale, in larga parte sviluppato in ambienti cattolici. Patrick Deneen e Adrian Vermeule sostengono che il liberalismo non stia semplicemente fallendo, ma stia realizzando la propria logica: individualismo, sradicamento, mercato che dissolve legami e Stato chiamato a gestire una società atomizzata. La proposta è spostare l’asse dal primato della neutralità al “bene comune”, legittimando un uso del potere volto a orientare la vita pubblica.
Magistrati allineati alla politica
In questo quadro anche il diritto smette di essere terreno neutrale: alcune tensioni emerse tra ambienti trumpiani e Federalist Society (influente associazione di giuristi conservatori statunitensi) segnalano la richiesta di una magistratura non solo conservatrice ma allineata a un progetto politico. Allo stesso tempo, sul piano economico, figure come Oren Cass hanno promosso una critica anti-globalista, presentando tariffe e politica industriale come strumenti di coesione nazionale. È l’economia intesa come morale pubblica.
La tecnodestra
Il quinto scaffale è l’area neoreazionaria emersa in ambienti tecnologici e digitali statunitensi (la cosiddetta “tech right”). Curtis Yarvin propone una critica radicale della democrazia liberale e un esecutivo forte, quasi aziendale, capace di spezzare l’apparato amministrativo. Pur restando una corrente minoritaria, alcune sue idee hanno trovato eco nell’ecosistema trumpiano.
Il maggioritarismo conservatore
A collegare scaffali così diversi è anche il “maggioritarismo” (majoritarianism) conservatore: la convinzione che la sovranità popolare debba prevalere sui poteri non eletti e su un liberalismo dei diritti percepito come strumento delle élite. La figura di Willmoore Kendall è spesso richiamata come radice teorica di questa impostazione: la democrazia intesa come primato della maggioranza contro freni istituzionali ritenuti oligarchici.
Tra legge e decisione
Qui emerge una tensione decisiva. Se, come sostiene la tradizione straussiana, l’America nasce da verità di diritto naturale che precedono ogni maggioranza, la sovranità popolare non è assoluta. Ma se la maggioranza concreta diventa criterio ultimo di legittimità, il fondamento normativo rischia di dissolversi nella decisione politica. In questo quadro si osserva un’oscillazione tra difesa di un ordine morale oggettivo ed esaltazione di una volontà maggioritaria che rivendica il diritto di piegare le istituzioni. È una tensione antica della modernità: tra legge e decisione.
Il ruolo di Trump
Non un blocco compatto, ma un campo di forze talvolta convergenti, talvolta divergenti. Trump non è l’architetto di questa costellazione teorica, ma il catalizzatore che ne ha reso visibili le tensioni. Molte delle categorie che oggi circolano nell’universo MAGA – dalla critica dello “Stato amministrativo” alla difesa del diritto naturale – precedono la sua ascesa. La sua figura ha funzionato da punto di condensazione di linee già in movimento.
Gli evangelici bianchi
Torniamo alla scena iniziale con strumenti più precisi. MAGA è anche una geografia religiosa. La domanda non è quale “chiesa” approvi Trump, bensì quali mondi cristiani forniscano identità, linguaggio e organizzazione. I dati indicano che il blocco più fedele resta quello degli evangelici bianchi: recenti sondaggi del Pew Research Center mostrano che una larga maggioranza approva l’operato di Trump e sostiene gran parte della sua agenda, pur con oscillazioni nel tempo.
Il nazionalismo cristiano
La cornice interpretativa più potente è il “nazionalismo cristiano”: non una denominazione, ma la visione dell’America come nazione cristiana chiamata a riflettere valori cristiani nello Stato. Ricerche del Public Religion Research Institute segnalano che una quota significativa dell’elettorato repubblicano si riconosce, in misura diversa, in questa prospettiva e che tale identificazione si associa a un sostegno più marcato per Trump.
Le reti carismatiche
In questo contesto operano reti carismatiche e ambienti riformati che leggono la politica come guerra spirituale e puntano alla riconquista delle istituzioni. The Atlantic ha descritto la New Apostolic Reformation come un movimento orientato a “riconquistare” le istituzioni e a indebolire lo Stato secolare; Reuters ha mostrato come una parte dei media cristiani presenti Trump con un linguaggio messianico, da leader “unto” in una battaglia tra bene e male. Esistono poi nicchie riformate altamente ideologiche. Un’inchiesta dell’Associated Press ha richiamato l’attenzione sulla Communion of Reformed Evangelical Churches (Crec), rete conservatrice radicale cofondata dal pastore Doug Wilson e associata a un cristianesimo nazionalista legato al cosiddetto “ricostruzionismo cristiano” (corrente che propone un’ampia applicazione della legge biblica alla vita pubblica). Il rilievo politico non sta nei numeri, ma nella disponibilità di una teologia pronta per la guerra culturale permanente.
Le reti a supporto
Infine, tra chiese e potere opera un livello infrastrutturale fatto di reti di finanziatori, media e campagne. Il Washington Post ha descritto il Council for National Policy come uno snodo del sistema conservatore che ha sostenuto Trump, un circuito che connette attivismo religioso, comunicazione e risorse economiche. In America il cristianesimo politico non è solo predicazione: è organizzazione. MAGA, in questa prospettiva, non appare più come un semplice populismo mediatico. È un punto di fusione tra destre che vogliono restaurare la nazione, usare lo Stato per “il bene” o smantellarne l’apparato amministrativo, e mondi religiosi che leggono la politica come missione.
I tratti inquietanti
È quando temi concreti – confini, scuola, burocrazia ecc. – vengono ricondotti a una questione di identità nazionale che il fenomeno assume tratti inquietanti. Ma ogni politica che ritiene di essere salvifica comporta un rischio: quando la politica diventa guerra per l’anima della nazione, l’eccezione tende a farsi normalità. Se la crisi è letta come crisi del regime, le procedure possono apparire secondarie rispetto alla salvezza dell’ordine. È in questo slittamento – dalla difesa dei principi alla sospensione delle regole – che si misura la tensione più profonda del trumpismo.


















