La diffusione di tastiere e messaggi vocali potrebbe far progressivamente sparire la scrittura e con essa strumenti come le penne
Nello spazio millesimale tra la punta di una penna e un foglio bianco insieme all’inchiostro ci finisce tutta la magia di un gesto antico: scrivere a mano (e in corsivo). Lo abbiamo imparato da chi è venuto prima, lo abbiamo tramandato a chi è venuto dopo. Lo abbiamo fatto, lo abbiamo rifatto e lo facciamo ancora. Sempre meno, però. Scrivere impugnando una penna nera, blu o rossa è un’azione familiare, ma non è un semplice automatismo. È molto di più.
Un lavoro di muscoli e pensiero
È un’azione che chiama al lavoro una trentina di muscoli e stimola la capacità di mettere su carta un pensiero. Accade con un appunto preso in fretta e furia, un libro, una poesia, il testo di una canzone, ma anche la lista della spesa e delle cose da fare. Capita con un bigliettino infilato sotto la porta, una lettera d’amore, un messaggio malandrino, un tema in classe, un compito a casa.
La penna come medium
Forse perché la penna è il medium tra il pensiero e la mano, l’organo prensile e tattile che Kant definiva “la finestra della mente” o “il cervello esterno dell’uomo”. All’apparenza banale e di uso comune, la penna è lo strumento usato per cristallizzare e tradurre in parole e segni non solo idee ma anche desideri, emozioni e sogni. Di raccontare e raccontarci.
La personalità svelata
Scrivere a mano richiede impegno, memoria (anche visiva) e concentrazione. Sollecita le aree cerebrali deputate all’apprendimento e porta a galla quello che siamo. Paure e incubi, compresi. In sintesi: svela personalità e ci mette a nudo. La grafologia insegna. Nell’odierna cultura digitale, però, la scrittura a mano è poco frequentata, come il corsivo che cede il passo all’anonimo e più spiccio stampatello.
Il futuro
E per il futuro? All’orizzonte c’è chi profetizza la dittatura del dettato vocale con buona pace delle penne e della scrittura amanuense che chiede un tempo più lento. Un tempo diverso da quello della scrittura sulle tastiere dei computer o sugli schermi tattili dei cellulari. Nella società digitalizzata e veloce quella semplice “cannuccia” ad inchiostro col cappuccio forato e dispettoso che finisce sempre per perdersi nelle borse o nelle tasche, fa quasi tenerezza.
Un accessorio di nicchia
Oggetto planetario ancora oggi, la penna in futuro potrebbe diventare un accessorio di nicchia per collezionisti o nostalgici. Potrebbe passare dallo status di regina della scrittura senza rivali – se si esclude la poetica matita, preferita da qualcuno – che aveva prima dell’avvento del digitale a quello di icona di culto da conservare in teche e cassetti. Potrebbe, non è detto. Ma se la scrittura rischia di lasciarci le penne, intanto val la pena srotolare la pergamena e ripercorrerne la storia.
L’antenata
Bisogna andare indietro di millenni per trovarne l’antenata. Il prototipo numero zero: una pietra appuntita per incidere ciò che passava per la testa ai primi uomini: segni e simboli. Pitture (e scritture) rupestri. Simbolo della civiltà umana, la penna nel suo embrione primitivo è nata insieme al sogno di scrivere per lasciare traccia. Fosse anche il racconto di piccoli affanni quotidiani come nel caso della lettera di reclamo più antica del mondo scritta (o meglio incisa) a caratteri cuneiformi nel 1750 a.C. La tavoletta riporta una lagnanza rivolta da un commerciante di nome Nanni a un altro, colpevole a suo dire di avergli venduto dei lingotti in rame di qualità scadente. Rinvenuta nella città sumera di Ur dall’archeologo Leonard Woolley, fu acquisita nel 1953 dal British Museum di Londra.
La svolta con gli Egiziani
Dalle rudimentali e primitive “penne” di pietra agli Egiziani. Sono loro a inventare un mezzo e un modo per scrivere che resta nella Storia: giunchi masticati per diventare sottili e compatti e cannucce vuote. Tagliati a punta e immersi in un inchiostro a base di carbone, acqua e resine, consentivano di scrivere su rotoli di papiri. Il carattere ieratico poi inizia ad essere usato dagli scribi per testi religiosi e amministrativi.
I Greci e e i Romani
Con i greci compare l’alfabeto fonetico e con questo i primi calami di canna o giunco, tagliati in punta e intinti in un inchiostro ottenuto da fuliggine, acqua e gomme vegetali. Con i Romani il calamo (dal greco kálamos, canna) è sempre più simile a una sorta di penna ante litteram. Sempre di canna o giunco e sempre con un’estremità a punta ma morbida o rigida da intingere nell’inchiostro. Si scrive su papiro, su pergamena e su tavolette di creta. In quest’ultimo caso, la penna dei romani è uno stilo cuneiforme.
La penna d’oca e i pennini in metallo
Nel Medioevo arrivano le penne d’oca che sostituiscono via via il calamo. Leggerezza e eleganza. Fatica e precisione: un successo duraturo. Fino alla metà dell’Ottocento la produzione, la fabbricazione e la vendita delle penne d’oca la fa da padrone in tutta Europa. Nel 1830 la sola Banca d’Inghilterra utilizza un milione e mezzo di questo tipo di penne l’anno. Arrivano anche i pennini di metallo. La storia va avanti.
L’evoluzione
Tre uomini e tre penne segnano l’evoluzione di questo piccolo oggetto: la stilografica con un foro sulla punta per far entrare l’aria ed evitare perdite d’inchiostro brevettata dall’americano Lewis Waterman (1884); la penna a sfera di László Bíró (1938); la Bic di Marcel Bich (1950). Tre storie, tre uomini, tre penne e il mondo messo nero su bianco. Foglio dopo foglio. E se ancora oggi le stilografiche sono un simbolo di eleganza, è il signor Birò a dare la stura alla rivoluzione della penna a sfera. È la svolta.
La rivoluzione di Birò
Ma chi è il signor Birò? È un giornalista ungherese naturalizzato argentino. A lui (e al fratello György che di lavoro faceva il chimico) si deve un’intuizione geniale. Una scintilla: introdurre una piccola sfera – libera di ruotare – nella punta della sua penna utilizzando l’inchiostro per la stampa dei quotidiani. Un inchiostro più denso che aveva un pregio: si asciugava più rapidamente rispetto a quello impiegato per le stilografiche. Nasce la penna moderna: la biro. A sfera, più facile da usare, più veloce. Ma la strada della diffusione è in salita. I costi elevati. L’intuizione pionieristica del signor Birò, però, apre la strada alla Bic. Va più o meno così.
L’avvento della Bic
L’inventore-giornalista stanco e disilluso cede il brevetto a Marcel Bich: un barone italiano – era nato a Torino il 29 luglio del 1914 – naturalizzato francese. L’aristocratico imprenditore crea uno strumento di scrittura pratico ed economico con materiali meno costosi, facilitando il passaggio dell’inchiostro dal tubo alla sfera. Riesce, insomma a dar vita a una penna abbattendo i costi del 90% (una Bic Cristal costava cinquanta centesimi di franco) e avviando la produzione in serie. Fa di più. Per evitare che sul mercato anglosassone quella h nel cognome, per un errore di pronuncia potesse in qualche modo richiamare il volgare inglese bitch (sgualdrina), tronca la h e nasce la Bic che diventa un’icona democratica e popolare. Fa il giro del mondo e finisce pure esposta in musei come il MoMA di New York e il Centre Pompidou di Parigi.
La calligrafia
Storie catapultate da un passato remoto in un presente che insieme alle penne digitali di ultima generazione ci vede tutti col capo basso sugli schermi di telefonini e computer, digitare parole, parole, parole. E se tastiere e messaggi vocali stanno cambiando il nostro modo di comunicare, scrivere in corsivo impugnando una penna non è solo una questione di estetica. È un affare di forma e sostanza, come quando si parla di calligrafia: l’arte di tracciare lettere e segni in modo armonioso, ordinato e tecnico.
La bella scrittura
Anche la “bella scrittura” (dal greco kalos bellezza e graphein scrivere) nella civiltà digitale rischia di diventare un reperto archeologico, tanto da non essere più previsto nei programmi scolastici ministeriali italiani dal 1985. Preistoria. È dire che la calligrafia era nata come materia di primaria importanza. La bella scrittura era una lotta col pennino, con l’inchiostro e la carta assorbente per salvare il foglio. Un faccia a faccia con le pance di alcune lettere e vocali, con gli accenti. Precisione e bellezza dei particolari. Alti e bassi. Maiuscolo e minuscolo. Destra e sinistra.
Scolari particolari
Manuali e album di calligrafia erano nelle cartelle di ogni scolaro come l’Ernesto Derossi – dodici anni, il più bravo e più bello della classe – di De Amicis, ma erano consigliati anche ai Pinocchi e ai Lucignoli di Collodi. Perché c’è stato un tempo in cui la bella scrittura aggiungeva stellette al curriculum per ottenere un buon posto di lavoro. C’è chi racconta che persino Steve Jobs, fondatore di Apple, abbandonati gli studi universitari si sia iscritto a corsi di calligrafia arrivando a concludere che la bellezza è nel dettaglio e la precisione e l’estetica sono punti di forza.
Parole e gesti ormai desueti
Nell’inventario dei tempi moderni, però, non finiscono nel cassetto solo oggetti e abitudini ma anche frasi, consuete fino al giorno prima. «Avrebbe una penna da prestarmi un attimo, per favore? Mi scusi, non la trovo più e non riesco a capire dove si è cacciata». Fosse anche una scusa per attaccare bottone questa è una di quelle. La si sente sempre meno. Parole e gesti che mutano come gli usi e i costumi che si evolvono e diventano sentinelle per intercettare le metamorfosi in corso e anticipare quelle a venire.
Gli errori
Accade anche con gli errori che si commettono scrivendo. La penna è iconica pure in questo. Basta tirare una riga o cambiare colore dell’inchiostro passando dal blu al rosso, per andare avanti. L’errore, il pasticciaccio non scompare del tutto col bianchetto – l’antenato del tasto “cancella” che non lascia traccia sul testo digitale – e fa parte del gioco creativo mentre immersi in una miriade di fogli appallottolati sotto la scrivania, cerchiamo la solita penna che era proprio lì davanti ai nostri occhi. Fino all’altro ieri.


















