Venerata in tutte le culture, la Terra è da sempre il simbolo del grembo materno che accoglie la vita e, nello stesso tempo, un elemento capace di alimentare miti e leggende, aspettative e speranze
Se “in principio era il Caos”, un abisso primitivo informe e indeterminato in cui tutti gli elementi erano mischiati tra loro, dopo il Caos, racconta Esiodo nella Teogonia, nasce l’immortale terra, conosciuta dagli antichi con il nome di Gea, progenitrice degli dei dell’Olimpo. Da sempre venerata da tutte le culture e considerata da molte tradizioni il più sacro e divino tra gli elementi, la terra solida e rigogliosa è il simbolo del grembo materno che genera e accoglie la vita, nutrendola grazie alla fertilità del suo suolo, costituendo simbolicamente il fattore basilare dei quattro elementi naturali. Se l’aria non si lascia prendere, il fuoco brucia e non si può stringere e l’acqua scivola via, la terra c’è, si tocca, si prende e non scappa, sta ferma, è presente e concreta.
Il messaggio di Gesù
Madre di ogni cosa vivente, legata all’uomo e alle sue origini, la terra conserva questa sua funzione di nutrimento anche nella rivelazione biblica. Dalla terra e dai campi partiva il messaggio di Gesù, dalle strade nascevano le sue parabole. È il Vangelo di Marco a riassumere gran parte dell’insegnamento di Gesù in immagini di terra e di semi, di fiori, di frutti, di contadini all’opera. Perché il rispetto per la vita parte dal riconoscimento di un ancestrale bisogno di terra, che è dono generativo e promessa affinché l’uomo abbia la vita e l’abbia in abbondanza.
Nutrimento e alimentazione
Ma la terra è nutrimento, solo se sappiamo alimentarla. Nel Levitico c’è l’idea che non si possano cogliere tutte le spighe e l’uva sui bordi del vigneto e del campo perché appartengono all’orfano, alla vedova e al forestiero. Anche nell’antica Grecia non si poteva mai vuotare il piatto né si poteva bere completamente il vino, perché era il cibo degli eroi e si doveva versarlo per terra. Del resto, buona parte della letteratura antica è attraversata dalla consapevolezza dell’importanza del lavoro della terra, sorgente non solo del sostentamento per tutti, ma anche espressione del radicamento nel passato e nelle tradizioni.
Nella letteratura latina
Se nel “De re rustica” lo scrittore latino Varrone racconta che gli antichi romani si dedicavano alla terra conservandola in salute, Catone il Censore nel “De agri cultura” descrive l’agricoltore come un uomo radicato nei valori e nei principi, esperto dell’arte della coltivazione della terra. Anche Virgilio dedica al lavoro della terra un intero poema, le Georgiche, richiamando i Romani all’importanza del lavoro agricolo, dopo le devastazioni delle guerre civili.
Il Medioevo
Tuttavia, con l’avanzata del progresso fonte di profitti e potere, ecco che la visione idilliaca della terra è destinata a svanire e a cadere nell’oblio. Nel Medioevo, un’epoca caratterizzata da un’economia prevalentemente agricola e da un commercio limitato, la ricchezza non si misurava in denaro contante, ma in ettari di terreno controllati. Nei secoli, l’uomo perde così il legame naturale e simbolico con la terra, che diviene spazio toccato da drammi e tragedie storiche. La terra, quale iniziale dono da custodire, rispettare e proteggere, diventa così una mera risorsa da sfruttare.
Il desiderio di possesso
La cupidigia attanaglia l’uomo, perennemente insoddisfatto e desideroso di guadagnare sempre più. Un uomo dominato dall’ambizione di possedere e animato dalla roba che è il fine della religione del lavoro. Un individuo, il cui destino è ben descritto da Giovanni Verga nella novella “La roba”, che stigmatizza l’idolo del possesso. Qui, il giovane Mazzarò, quando si ammala e scopre che ha poco tempo da vivere, furioso ammazza “le sue anitre e i suoi tacchini”, gridando: “Roba mia, vientene con me”, credendosi per tutta la vita di essere stato un vincitore, ma alla fine rivelandosi solo un vinto. Per questo cerca la vendetta nei confronti della sua stessa roba pensando di poterla eliminare, ma la stessa gli sopravvivrà.
La lotta per la vita
Anche Emile Zola in “La terra” redige un documento umano sulla riduzione della società ad una, neppure tanto velata, lotta per la vita, dove il lavoro della terra è l’argomento principe, ma trattato con uno sguardo crudo e privo di empatia, tanto da godere dell’ammirazione di Verga.
I versi di Shakespeare
A raccontare che il controllo e il possesso sulla terra è solo effimero e transitorio è anche Shakespeare, per il quale la vera forza della condizione umana si rivela solo quando il possesso materiale viene meno e i personaggi sono ridotti alla loro umanità fondamentale. Lo testimoniano le vicende narrate nella tragedia “Re Lear“, dove la terra inizialmente simbolo di potere materiale e segno di stabilità del regno di Lear, una volta divisa tra i figli in cambio di lodi vane, diventa la ragione della sua caduta, della sua pazzia, e infine del caos nel suo regno.
La geografia
Ma la terra, presente nella vita dell’uomo nelle sue varie sfaccettature, è stata oggetto di interesse anche a partire dalla sua realtà geografica. Nei poemi omerici si trova un’immagine del cosmo in cui “il Sole infaticabile, la Luna e la volta celeste coronata di stelle” sormontavano la “terra piatta” e questa era circondata dal fiume Oceano. Il successivo passaggio da una visione poetica dell’universo a una concezione scientifica, aperta all’osservazione dei fatti e interessata alla loro spiegazione, rappresenterà una delle maggiori avventure intellettuali intraprese. I principali cambiamenti sono avvenuti quando si è compreso che la Terra non è piatta ma sferica, e non occupa il centro dell’Universo, ma orbita attorno al Sole.
Il rifiuto della terra piatta
Già Platone e Aristotele erano tra i primi filosofi ad aver rifiutato il concetto di terra piatta. Ma anche il mito non è da meno. È la storia di Atlante a raccontarlo. Insieme ai suoi fratelli Atlante tenta l’assalto al Monte Olimpo per spodestare le divinità e porre fine al regno di Zeus, ma alla fine sarà sconfitto, e verrà condannato, per volere di Zeus, a reggere sulle sue spalle l’intera volta celeste, raffigurata proprio da una sfera.
La terra sferica
Anche nel medioevo, a dispetto di quanto comunemente si pensi, l’opinione dominate era a favore della sfericità della terra. Ne era, di certo, convinto Dante Alighieri. Nella Divina Commedia, descrive il mondo come una sfera al centro dell’universo, con la terra su un emisfero e l’oceano nell’altro, dove si erge solo la montagna del Purgatorio, mentre l’Inferno è all’interno del globo e il Paradiso nel più alto dei nove cieli che lo sovrastano. Tutto questo trova conferma anche nell’iconografia medievale, dove Dio e imperatori erano spesso raffigurati con un globo in mano, a simboleggiare il loro potere sul mondo e sulle persone.
Le spedizioni di Colombo e Magellano
Tuttavia, per sfatare il luogo comune della Terra piatta bisognerà attendere le spedizioni di Cristoforo Colombo che contro le tenebre dell’ignoranza comprese per primo che la terra era sferica, e la prima circumnavigazione del globo compiuta da Ferdinando Magellano. Non meno importante l’eroismo di Galileo Galilei per aver dimostrato che la Terra è un corpo celeste che orbita attorno al Sole, e non il centro immobile dell’universo, spodestando in tal modo la visione cristiana dell’uomo al centro del creato.
Aspettative e speranze
Non bisogna però dimenticare le occasioni in cui la genialità umana è scesa a patti con una feconda fantasia fonte di aspettative e speranze. Tutto questo portando ad un cambio di prospettiva, spingendo lo sguardo ad andare oltre quello che appare, indagando quello che c’è “sotto” il manto terrestre. Perché la terra non è solo quella che vediamo in superficie, essa è profonda, ha un “sotto”, dove c’è quello che davvero conta: tutta la profondità che c’è anche dentro di noi. Sotto la crosta della coscienza c’è l’inconscio.
La “terra cava”
La curiosità per quello che sta “sotto di noi” ha preso così stabilmente dimora nell’immaginario popolare, alimentata anche dall’idea che all’interno della terra esisterebbe un mondo nascosto. Sono le teorie sulla cosiddetta “terra cava”, che hanno offerto la possibilità di immaginare mondi alternativi, ricchi di meraviglie, pericoli e misteri, e di riflettere sul rapporto tra l’umanità e la natura, tra la scienza e la fantasia, tra il reale e l’immaginario.
Il “Viaggio al centro della terra”
Uno dei primi esempi è l’opera di Jules Verne “Viaggio al centro della terra”, i cui protagonisti, seguendo le indicazioni di un antico manoscritto, si avventurano in una spettacolare esplorazione del mondo sotterraneo, attraverso un vulcano spento, incontrando paesaggi mozzafiato, creature preistoriche, fenomeni naturali sorprendenti e perfino i resti di una civiltà perduta. Un mondo diverso, in cui però i personaggi riescono ad avvertire una sensazione quasi sconosciuta nel “mondo di sopra”: sentono il silenzio, non come sulla terra dove c’è sempre brusio.
“La tana” di Kafka
Anche Franz Kafka ci offre una chiava di lettura su cosa voglia dire vivere sottoterra con tutte le angosce che ne derivano. Lo fa nell’opera “La tana” raccontando la storia di una talpa che va sotto terra per trovare il silenzio e protezione, riflettere su di sé, sulla propria vita e sulla propria anima. Così costruisce con estrema cura la sua tana, utilizzando ogni accortezza per renderla sicura da ogni pericolo, sentendosi protetta, contenta di aver costruito un luogo silenzioso e deserto, fino a quando non inizia ad avvertire degli scricchiolii.
Il senso di appartenenza
La terra, dunque, simbolo di stabilità e di connessione con il mondo fisico, fonte di crescita e continuità, ma anche di radicamento e appartenenza. È così per Cesare Pavese, che nella terra con i suoi cicli e il suo tempo vede la dimensione mitica, ancestrale e immutabile contrapposta ai cambiamenti della storia. Per questo, per Pavese, vivere e a contatto con la terra permette di scoprire l’aspetto perenne della vita.
Anche Thomas Eliot nell’opera “La terra desolata”, quale metafora di una vita arida e sterile, simbolo del disfacimento dell’uomo contemporaneo, parte dai valori primordiali, dalla riscoperta del passato per andare alla ricerca di nuovi miti capaci di riscattare l’umanità da un mondo divenuto sterile di bellezza e di fantasia. Vedendo proprio nel contatto con la terra, e quindi con le origini, l’unica possibilità da cui ripartire per un processo di riedificazione dell’umano. Del resto la terra, anche grazie al suo legame con la morte, evoca il senso del ritorno alla materia primordiale, del ciclo della vita che si rinnova. Perché la terra è questo: un elemento che accoglie, custodisce e trasforma.


















