1 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Mar, 2026

Quel non umano che irrompe nella vita e stravolge le giornate

Per oltre un secolo la sociologia ha trattato oggetti, animali e ambienti come contesto passivo della quotidianità. Oggi, invece, deve fare i conti con il non umano che irrompe nella vita e stravolge le giornate


Il tuo smartphone si spegne proprio mentre stai per inviare un messaggio importante. Il caffè si rovescia sul treno perché il tavolino è troppo piccolo. Una pioggia improvvisa ti costringe a rifugiarti sotto un portico di Bologna, dove incontri una sconosciuta che ti offre un ombrello di plastica rosso.  

L’irruzione del non umano

Questi non sono semplici inconvenienti. Sono momenti in cui il non umano irrompe nella vita sociale: modifica intenzioni, riorienta relazioni, impone ritmi. Lo schermo spento non è neutro: decide chi può parlare e quando. Il tavolino mal progettato non è innocente: incide sulla tua giornata, sul tuo umore, sulla tua interazione con gli altri. La pioggia non è solo acqua: è un evento che genera incontro, solidarietà, forse persino desiderio.  

Uno sfondo passivo

Eppure, per oltre un secolo, la sociologia ha trattato oggetti, animali, tecnologie e ambienti come sfondo passivo della vita umana. Il sociale, si diceva, è fatto di persone che parlano, decidono, amano, litigano. Tutto il resto – la natura, le cose, le macchine – era contesto.  Ma cosa succede se questa distinzione non regge più?

Un prodotto esclusivo degli esseri umani

La sociologia nasce nel XIX secolo con una promessa: spiegare la società come prodotto esclusivo degli esseri umani. Durkheim parlava di “fatti sociali” esterni all’individuo, ma pur sempre generati da collettività umane. Weber analizzava l’azione sociale come guidata da significati soggettivi, appannaggio, ovviamente, della coscienza umana. Marx vedeva nella storia una lotta tra classi, non tra specie o tra corpi e macchine. In questo quadro, il non umano era al massimo una risorsa da sfruttare (la terra), un ostacolo da superare (il clima) o uno strumento da usare (la tecnologia). Mai un co-autore della storia.

Un “sociale puro”

Oggi, questa visione appare sempre più fragile. Come possiamo parlare di migrazioni senza considerare i deserti, i mari, i muri di cemento? Di lavoro senza guardare alle catene di montaggio, agli algoritmi di sorveglianza, ai cruscotti dei camion? Di intimità senza includere i letti, i messaggi criptati, i farmaci anticoncezionali? La verità è che non esiste un “sociale puro”. Esiste solo un mondo ibrido, in cui umani e non umani agiscono insieme, spesso senza che ce ne accorgiamo.

La teoria dell’Attore-Rete

Fu il sociologo francese Bruno Latour, negli anni Ottanta, a proporre una rivoluzione concettuale radicale. Insieme a Michel Callon e John Law, sviluppò la Teoria dell’Attore-Rete, un approccio che rifiuta fin dall’inizio la separazione tra umani e non umani. Per Latour, un attore non è qualcuno che pensa, ma qualcosa che fa differenza. Un virus che blocca una città, un fascicolo medico che determina una diagnosi, un cancello automatico che decide chi può entrare in un palazzo: tutti questi elementi non sono meri strumenti. Sono mediatori attivi che trasformano, traducono, amplificano o bloccano azioni. La chiave è la simmetria metodologica: non dare per scontato che solo gli umani agiscano, ma chiedersi invece: cosa fa questa cosa? Come modifica le relazioni?  

La storia del fabbro

Latour amava raccontare la storia di un fabbro che progetta una serratura a prova di ladro. Ma il ladro, a sua volta, inventa uno strumento per forzarla. La serratura non è un oggetto statico: è un nodo in una rete di forze, che evolve attraverso il confronto tra umani e non umani.  Questa prospettiva cambia tutto. Non studiamo più la società con le sue tecnologie, ma reti ibride in cui smartphone, leggi, batteri, architetture e desideri sono tutti attori a pieno titolo.

La sfida

Negli ultimi vent’anni, la sfida lanciata da Latour si è ramificata in molteplici direzioni, a partire dalla considerazione relativa ai corpi e alla materialità incarnata.  La fenomenologia contemporanea ci ricorda che il corpo non è un’entità chiusa, ma un confine poroso. Camminare a piedi nudi su una spiaggia non è la stessa cosa che farlo sull’asfalto: la sabbia, il calore, la resistenza del terreno plasmano percezione, equilibrio, emozione. Il corpo umano non agisce da solo: agisce con superfici, temperature, gravità.  Molto interessanti, in questa prospettiva, i contributi dell’antropologo Tim Ingold.

Ecologia politica e giustizia terrestre

Secondo filone quello dell’ecologia politica e giustizia terrestre. In India, il fiume Gange è stato riconosciuto come persona giuridica. In Nuova Zelanda, il fiume Whanganui ha diritti legali equiparabili a quelli di un cittadino. Queste non sono metafore poetiche, ma riconoscimenti politici del fatto che certi non umani — fiumi, foreste, montagne — sono attori collettivi, custodi di memorie, fonti di vita.  La sociologia deve quindi espandere il concetto di giustizia: non solo tra classi o generi, ma tra specie, territori, generazioni e forme di vita.

Femminismo post-umanista e nuovo materialismo

Ulteriore filone, quello del femminismo post-umanista e del nuovo materialismo.  Donna Haraway, con il suo celebre “Manifesto cyborg”, ha mostrato che la separazione tra organico e artificiale è sempre stata un’illusione. Oggi, Karen Barad parla di “intra-azione”: non esistono entità preesistenti che poi interagiscono, ma realtà che emergono attraverso le loro relazioni. In questa prospettiva, l’esempio è quello del corpo femminile: non è un dato naturale, ma un campo costantemente attraversato da ormoni sintetici, ecografie, algoritmi di fertilità, norme culturali. È un nodo in una rete che include laboratori, app, legislazioni, desideri.  Come scrive Rosi Braidotti, filosofa del post-umanesimo: «Non siamo più (solo) umani. Siamo entità composte, transitorie, ibride — e questa è la nostra condizione contemporanea».

Occidente e Oriente

La prospettiva del non umano nel quotidiano globale diventa particolarmente illuminante se la applichiamo a contesti non occidentali, dove la separazione netta tra natura e cultura è spesso meno rigida. A Bangkok come a Tbilisi, per esempio, i cani randagi non sono animali selvatici da controllare, ma membri informali della comunità urbana. Vengono nutriti dai commercianti, accarezzati dai passanti, talvolta venerati come reincarnazioni di antenati. La loro presenza modifica lo spazio pubblico, crea micro-solidarietà, ridefinisce il concetto stesso di cittadinanza. Nei villaggi del delta del Mekong, il riso non è solo cibo. È antenato, offerta rituale, misura del tempo agricolo. Si semina con preghiere, si raccoglie in gruppo, si condivide secondo regole non scritte. Il chicco di riso non è merce: è un attore sociale che lega famiglie, stagioni, spiriti.

Il Vietnam

E le motociclette in Vietnam? Non sono mezzi di trasporto, ma unità domestiche mobili: trasportano intere famiglie (genitori, figli, nonni, galline), merci, bombole del gas. Ridefiniscono la sicurezza stradale, la densità urbana, la nozione stessa di spazio privato. Senza di esse, Hanoi o Ho Chi Minh City sarebbero città completamente diverse. In questi casi, il non umano non è accessorio. È costitutivo del sociale.

Un nuovo metodo

Se accettiamo questa visione, dobbiamo anche cambiare metodo per studiare un mondo ibrido. Non basta intervistare le persone. Occorre innanzitutto seguire le tracce: osservare come gli oggetti vengono usati, riparati, abbandonati. L’ usura di un sentiero rivela flussi di movimento più di mille questionari.  In aggiunta, bisogna imparare a mappare le reti: chi (o cosa) è coinvolto in una decisione? Un medico? Un algoritmo? Un referto? Un farmaco?  Infine, praticare l’ascolto multispecie. Non solo chiedere agli umani cosa pensano degli animali, ma osservare come umani e animali co-abitano, negoziano, si influenzano a vicenda.

Le interviste multispecie

Stefan Helmreich ha coniato l’espressione interviste multispecie per descrivere ricerche in cui il sociologo ascolta non solo le parole degli allevatori, ma anche i suoni delle mucche, i dati dei sensori, i protocolli veterinari. Perché la realtà sociale emerge nell’intersezione, non nell’isolamento.

Una sociologia più utile

Insomma, c’è bisogno di una sociologia più umile, più terrestre. In un’epoca di crisi climatica, pandemie globali e intelligenza artificiale, non possiamo più permetterci il lusso dell’antropocentrismo. Pensare che solo gli umani contino — nelle analisi, nelle politiche, nelle narrazioni — non è solo arrogante: è pericoloso. La sociologia del non umano non è un vezzo teorico. È una necessità per capire — e agire nel — mondo reale. Non si tratta di attribuire anima alle cose, ma di riconoscere che viviamo sempre in compagnia: di microbi, di fiumi, di smartphone, di insetti, di nuvole di dati, di motociclette rumorose e di piogge tropicali che cambiano il corso di una serata.

Il terzo attore

Nell’ambiente urbano, il non-umano agisce come un vero e proprio “terzo attore” nelle relazioni sociali. L’architettura, le infrastrutture e il design non sono semplici contenitori: una panchina con i braccioli centrali impedisce di sdraiarsi, orientando chi può sostare; l’illuminazione pubblica definisce zone di sicurezza o esclusione; i semafori regolano non solo il traffico, ma i ritmi dell’incontro.

La città performante

La città “performa” il sociale attraverso i suoi materiali. Anche il verde urbano – alberi, parchi, giardini condivisi – media legami: favorisce pratiche di cura collettiva, crea spazi di sosta informale, diventa luogo di negoziazione tra diversi usi del pubblico. Allo stesso tempo, le tecnologie digitali (sensori, app, sistemi di sorveglianza) ridefiniscono l’esperienza urbana: la “smart city” non è neutra, ma produce nuove forme di visibilità, controllo e disuguaglianza nell’accesso agli spazi.

Chi progetta?

Una prospettiva sociologica critica invita a chiedersi: chi progetta il non-umano urbano? Quali corpi e pratiche vengono inclusi o esclusi? Riconoscere l’agenzia del non-umano significa anche rivendicare una progettazione più giusta, che consideri come materiali, piante e tecnologie possano facilitare – anziché ostacolare – relazioni urbane inclusive, sensibili e sostenibili. E forse, camminando per le strade di una città qualsiasi, possiamo imparare a prestare attenzione non solo alle voci umane, ma anche al fruscio delle foglie, al ronzio dei motori, al silenzio dei muri. Perché la società non è un club esclusivo per umani, ma un’assemblea rumorosa, disordinata, meravigliosamente ibrida. Noi ne siamo solo una parte.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA