Nel 2026 cadono i 60 anni dalla morte di Gilberto Govi, grande attore di teatro che nella sua Genova è ancora vivo: lo dimostrano le sue battute, ormai di uso comune, e la riproposizione delle sue commedie, soprattutto da parte di Tullio Solenghi
Erano i primi anni ’70 e la Rai (iniziativa benemerita) aveva fatto uscire le commedie di Gilberto Govi in videocassette. A Genova la gente impazziva. C’era un negozio, in via Fieschi, a due passi da piazza De Ferrari; si chiamava “Orlandini Dischi”. Ebbero l’idea (allora non si usava) di mettere un grosso televisore in vetrina. All’una, intorno all’intervallo di pranzo, partiva la cassetta dei “Manezzii pe’ marija na figgia”, forse la commedia più conosciuta del grande attore e commediografo genovese. Dai bar e dagli uffici uscivano le persone e si ammucchiavano davanti alla vetrina. In pochi minuti, una piccola folla era lì a seguire il grande “Steva” (personaggio principale della piece) e la signora Gigia intenti a litigare sul destino della figlia Metilde e dei suoi spasimanti.
“I manezzi” a memoria
Un giorno mi fermai anch’io e mi accorsi di un fenomeno straordinario: l’audio, dalla strada, non si sentiva, ma gli astanti muovevano le labbra quasi sottovoce e ridevano all’unisono… Mi resi conto che quelle persone (me compreso) sapevano a memoria “I manezzi” e capivano dalla situazione scenica, dalle smorfie di Govi e dagli occhi al cielo della signora Gigia (l’attrice Rina Gaioni, moglie anche nella vita di Govi) cosa stava succedendo. E insieme, quasi come si fa in chiesa con le giaculatorie, “recitavano” la commedia e si divertivano come matti.
“Pomelletto e gasetta”
Ecco, questo era Govi per i genovesi. Non solo un grande attore dotato di una straordinaria faccia di gomma che poteva assumere le espressioni più strane e far ridere con gli occhi o con le sopracciglia ben oltre le battute, ma anche un insieme di frasi e di modi di dire che a Genova si usavano e si continuano a usare senza quasi ricordarne la provenienza. Un po’ come accade per Gianni Brera nel giornalismo sportivo. Perché non c’è genovese che, allacciandosi male la camicia non citi “pomelletto e gasetta” (bottone e asola) dalla mitica scena (sempre dai “Manezzi”) in cui “Steva” si allaccia il panciotto, sbaglia e accusa la moglie della mancanza di un “pomello”. Con la Gigia che alza gli occhi al cielo, rimette a posto le cose e lo lascia a riflettere sulla brutta figura.
“Prendere due raggi”
E a tutti, prima o poi capita di rispondere a chi ti incontra per strada e ti chiede cosa stai facendo : “Ero qui che prendevo due raggi…” (anche dai Manezzi) o uscire da una situazione complicata in famiglia con il classico “…nu l’è bellu, anche per i vicini..” o ancora di apostrofare un amico che ti viene a trovare con “… e bravo Cesarino che sei venuto in campagna con le braghe dell’ann passou…”.
La scena con Cesarino
La scena con Cesarino è davvero mitica. Govi deve spiegare (su ordine tassativo della signora Gigia) al ragazzo che per lui, innamoratissimo di Metilde, non c’è nulla da fare. La famiglia (spinta da una serie di equivoci) ritiene di poter puntare a un partito più elevato (Riccardo, figlio di un senatore). Govi la prende alla larga e comincia con la frase sui pantaloni dell’anno passato. Cesarino è stupito e non capisce; Steva, che in cuor suo non vorrebbe respingere quel bravo ragazzo, s’ingarbuglia sulle “cose che uno deve dire e non vorrebbe dire…”, prova a chiuderla lì e, poi, se ne esce con un tragico “… cosa vuoi che ti dica, Cesarino, fatti coraggio…”. Il ragazzo si allarma e teme che possano arrivare tragiche notizie sulla sua famiglia: “È successo qualche cosa, barba (zio; ndr)?”.
I giri di parole
Govi comincia a fare facce imbarazzatissime, cerca improbabili vie d’uscita, se ne esce con giri di parole assurdi e finisce per scappare a cercare una giacca da mettersi. La famiglia, nonostante lo scetticismo di Steva, continuerà a illudersi sulla possibilità di un matrimonio prestigioso anche grazie alle allusioni fuorvianti del signor Venanzio, noto sensale di nozze, che parla di “matrimonio vicino… che riguarda la vostra famiglia”.
Il ruolo di Gigia
Soprattutto la Gigia ci cadrà con tutte le scarpe e impazzirà di rabbia, prendendosela col signor Venanzio quando si capirà che il figlio del senatore non è interessato a Metilde ma a una sua cugina. Qui Steva avrà la sua rivincita nella famosa scena in cui, con un vaso in mano spiega a Gigia la differenza tra “vicino” e “dentro”… “… è come dire che uno abita dentro al carcere o vicino al carcere… C’è una bella differenza…” spostando la mano da dentro a fuori dal vaso. Scena esilarante e di notevole contenuto filosofico.
Quelle smorfie incredibili
A quel punto, Steva, riprende in mano la faccenda, si riappropria della “braghe” simbolo del padrone di casa e riesce a salvare il matrimonio della figlia con Cesarino che di Metilde è veramente innamorato. La Gigia, dimentica del disastro che aveva costruito sul “partito” del figlio del senatore, spinge Metilde tra le braccia di Cesarino affermando di aver sempre pensato che fosse l’uomo giusto per la figlia e ribaltando la responsabilità del pasticcio sul povero Steva. Al marito non resta che mordersi le mani con smorfie incredibili (il pubblico impazzisce) fino a uscirsene con un’altra frase storica: “… Gigia, hai una faccia da far sanguinare le lastre…”.
A 60 anni dalla morte
Di Gilberto Govi ricorrono, il prossimo 26 aprile, i 60 anni dalla morte (1966) all’età di 81 anni. Un uomo di quasi centocinquanta anni fa che, oggi, riesce ancora a farci ridere e sognare. Un po’ come De Filippo o Totò, o, mutatis mutandis, Dario Fo: per questi grandi della commedia dell’arte, non è nemmeno la struttura narrativa del loro teatro a renderli attuali, ma il modo di interpretarla, la parola, le facce, gli occhi che (come faceva Totò) anche Govi sapeva far quasi uscire dalle orbite.
Una città che si riconosce nel suo attore
Guardare una cassetta di una commedia di Govi oggi, registrata con inquadrature frontali e di scarsa qualità, è pur sempre uno spasso. E vi accorgerete che il divertimento nasce dal modo in cui parlava e muoveva il volto e tutto il corpo. E anche dalla “riconoscibilità” di quello che dice: le battute dei “Manezzi” entrate nel lessico comune dei genovesi, fanno sempre ridere proprio perché chi le ascolta ci si “riconosce”, ma il modo in cui le dice lui è e resta impagabile. Dalla registrazione in teatro emergono anche le continue risate del pubblico al ritmo di una ogni due o tre minuti.
Farsi capire da tutti
Un po’ come succedeva alla piccola folla davanti alla vetrina di “Orlandini dischi” dei miei ricordi. Le cassette della Rai fecero conoscere Govi in tutta Italia, ma anche nei teatri genovesi, i suoi testi erano di facile comprensione. L’accento, ovviamente, era fortemente genovese, ma solo una parte del testo veniva recitato in dialetto. Govi voleva che tutti lo capissero.
La nascita
Amerigo Armando Gilberto Govi nasce il 22 ottobre del 1885 in una casa di via Sant’Ugo 13 nel quartiere popolare di Oregina-Lagaccio subito alle spalle del porto di Genova. Il padre, Anselmo, impiegato delle ferrovie era di origine mantovana, la madre, Francesca Gardini, veniva da Bologna. Si suppone che in casa non si parlasse dialetto genovese. Eppure…
Gli esordi
Govi, a scuola, era molto bravo a disegnare. Così si iscrisse a un corso di disegno presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti che gli permise di trovare lavoro come disegnatore alle Officine Elettriche Genovesi quando aveva solo 15 anni. Ma da tre anni almeno, Govi aveva cominciato a recitare in una piccola filodrammatica che si esprimeva in genovese nonostante avesse sede presso il Teatro Nazionale di Genova, dove il dialetto era formalmente bandito. Questa faccenda del dialetto lo portò a una lunga diatriba con l’Accademia filodrammatica dalla quale venne cacciato nel 1916.
La Compagnia e il matrimonio
Nel frattempo, Govi, aveva fondato un paio di compagnie tra cui la Compagnia dialettale genovese con la quale produsse un’infinità di “piece” molte delle quali scritte da Nicolò Bacigalupo. Anche nella sua vita personale c’erano stati importanti sviluppi: nel 1911 aveva incontrato l’attrice Rina Gaioni (il nome vero era Caterina Franchi). Si sposarono nel settembre del 1917 e restarono insieme per tutta la vita. Sul palcoscenico portarono la divertentissima dialettica tra marito e moglie con la Gigia che lo sgrida scuotendo la testa per le innumerevoli “belinate” commesse dal suo “Steva” e lui che, dietro la schiena di lei, fa le facce, si mangia le mani, strabuzza gli occhi per il divertimento del pubblico.
Il marito “senza potere”
Litigavano in scena dove lui interpretava il marito “senza potere”: “Sono uno strassun d’en maiu” (“uno straccio di marito”), diceva. E forse anche un po’ nella vita. Abitavano in uno splendido attico in piazza della Vittoria dove Rina gli sopravvisse per diciotto anni (morì novantunenne nel 1984) e dedicò molto del suo tempo alla memoria del marito. Aveva un carattere non facile, la scià (signora) Rina e quando, nel 1982, a Punta Vagno (Corso Italia) venne inaugurata una statua metallica di Govi, non nascose il suo parere negativo “U’ pa un meschinetto” (“sembra un poveraccio”). In realtà la statua esalta la mimica facciale di Govi e lo coglie in una delle sue tipiche smorfie. Ma la scià Rina non aveva nemmeno tutti i torti nel chiedere una rappresentazione migliore di suo marito che, in fondo, era un bell’uomo.
Il tributo della città
E Genova ha dedicato a Govi strade, scuole, giardini (quelli della Foce) e sale di prosa dando la sensazione di un ricordo mai sopito ma che funziona un po’ a corrente alternata: è come se, di tanto in tanto, la città si sentisse in colpa nei confronti di questo suo figlio geniale e decidesse di fare qualcosa per ovviare al problema. Questo “qualcosa” sono state anche intere stagioni o mostre come quella nella Loggia di piazza Banchi o la sistemazione della sua biblioteca nel Civico Museo dell’attore in via al Seminario arcivescovile.
Le commedie
Nella sua carriera Govi ha messo in scena decine di commedie. Tra le più note, oltre i “Mannezzi”, Pignasecca e Pignaverde, Colpi di timone, Quello bonanima, Gildo Peragallo ingegnere, I Guastavino e i Passalacqua, Sotto a chi tocca. Ha fatto cinema, pubblicità e televisione. Ha costruito, nel tempo, una “linea” di teatro genovese (non solo dialettale) alla quale si può ascrivere la grande Lina Volonghi e comici di vaglia come Tullio Solenghi, Ugo Dighero, Maurizio Crozza e Carla Signoris.
Il coraggio di Solenghi
In ciascuno di loro non è difficile trovare pezzetti e modalità della comicità di Govi. Tullio Solenghi, addirittura, sta riportando in scena Govi e ci riesce con successo a partire da I Mannezzi, Colpi di Timone, Pignasecca e Pignaverde e Dove eravamo rimasti. Ed è davvero significativo che non si tratti solo della riproposizione delle commedie, ma basta andare a vedere le foto di scena per capire che Solenghi ha scelto di imitare letteralmente Govi.
Gilberto l’immortale
Di solito, in questi casi, il rischio di fallimento è alto, ma i teatri si riempiono, la gente si diverte e Solenghi pensa a una serie televisiva sul grande maestro del teatro genovese. Insomma, Govi non muore mai. Dopo sessanta anni siamo ancora in grado di apprezzarlo. Ed è una cosa bellissima. Forse anche lui lo sapeva se è vero che le sue ultime parole, quel 26 aprile del 1966, furono “Ma quante ghe veu pe moi?” (Quanto ci vuole per morire?). Quasi sapesse che anche sessant’anni dopo, sarebbe stato ancora vivo.


















