22 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Feb, 2026

L’unica coesione possibile: unire senza abolire le differenze

Per ritrovare la coesione, dunque per stare insieme, non dobbiamo eliminare le differenze ma imparare a conviverci


Quando la società sembra sfaldarsi — tra crisi economiche, polarizzazione politica, solitudine diffusa — spesso una delle frasi che si sentono con maggior frequenza è “Dobbiamo tornare a stare insieme!”. Dietro questa che sembra una frase fatta, c’è quasi sempre un’immagine precisa: quella di una comunità omogenea, dove tutti condividono valori, lingua, fede, stile di vita. Un villaggio ideale, caldo, protettivo, in cui nessuno è davvero estraneo.

Il pericolo della nostalgia

Ma questa nostalgia è pericolosa. Perché la comunità così immaginata è spesso un mito retrospettivo, costruito cancellando conflitti, gerarchie e silenzi del passato. E soprattutto, perché presuppone che la coesione richieda somiglianza, escludendo quindi chi non vi corrisponde. La sociologia contemporanea ci invita a invertire la prospettiva. Non dobbiamo tornare a essere uguali per stare insieme. Dobbiamo imparare a stare insieme pur essendo radicalmente diversi.

Le società moderne in Durkheim

Questo, se vogliamo, è proprio il cuore della sociologia, che nasce proprio dallo sforzo di comprendere come tenere insieme una società in trasformazione. Alla fine del XIX secolo, Émile Durkheim osservava che le società moderne non potevano più contare sulla “solidarietà meccanica” (basata sulla somiglianza), ma dovevano costruire una “solidarietà organica”, fondata sull’interdipendenza funzionale. Tuttavia, avvertiva, senza norme condivise e senso morale comune, subentra l’anomia: disorientamento, sofferenza, disgregazione.

Comunità affettiva e società contrattuale

Ferdinand Tönnies opponeva comunità affettiva a società contrattuale, descrivendo con malinconia la perdita di legami autentici. Ma già Marx ricordava che ogni unità sociale nasconde rapporti di potere: la coesione può essere imposta, non condivisa.

Nel Novecento

Nel Novecento, lo Stato sociale ha cercato di superare questa tensione con i diritti universali. Marshall parlava di cittadinanza sociale: non basta votare, argomentava, bisogna poter vivere con dignità. Ma anche qui, l’universalismo era spesso un particolarismo mascherato: il modello implicito era maschile, bianco, eterosessuale, occidentale. La coesione così intesa era, in realtà, assimilazione camuffata da solidarietà.

Un modello in crisi

Oggi, quel modello è in crisi su più fronti, e le voci in merito sono molte. Bauman ha descritto la modernità liquida, dove tutto è temporaneo, reversibile, superficiale. I legami — affettivi, lavorativi, politici — non durano abbastanza per diventare fondamenta. Ulrich Beck ha parlato di individualizzazione riflessiva: siamo costretti a “fare progetti di noi stessi”, ma senza mappe condivise. Il risultato è ansia, solitudine, ricerca ossessiva di autenticità.

L’impatto della digitalizzazione

Intanto, la digitalizzazione ha trasformato la socialità. Siamo più connessi che mai, ma spesso in modo asimmetrico e alienante. Come ha osservato Sherry Turkle, siamo “soli insieme”: presenti fisicamente, assenti emotivamente. Gli algoritmi creano bolle informative che rinforzano le nostre convinzioni, rendendo l’altro non solo diverso, ma incomprensibile. Infine, la precarietà, che nelle sue molteplici sfaccettature — economica, abitativa, affettiva — indebolisce la capacità di investire in relazioni a lungo termine. Senza stabilità, è difficile costruire fiducia. E senza fiducia, non c’è coesione.

Stare insieme nella diversità

La domanda più urgente, allora, non è più “Come possiamo tornare uniti?”, ma piuttosto “Come possiamo stare insieme pur essendo radicalmente diversi?” Per decenni, la risposta implicita è stata attraverso l’assimilazione. Lo Stato-nazione moderno ha funzionato come una macchina di omogeneizzazione culturale: lingua unica, storia nazionale condivisa, modello familiare dominante. Chi non si adattava — migranti, minoranze etniche, persone LGBTQ+, classi subalterne — veniva considerato un problema di integrazione. Ma questa logica è ormai insostenibile. Non solo perché le società sono diventate irreversibilmente plurali, ma perché l’omogeneità stessa è un’illusione storica: anche le cosiddette “comunità omogenee” del passato erano attraversate da gerarchie, conflitti, silenzi forzati.

La coesione post-identitaria

Oggi, allora, la sfida è costruire una coesione post-identitaria, non basata su ciò che siamo, ma su ciò che facciamo insieme, su come ci trattiamo, su quali regole condividiamo per vivere in modo giusto. Il sociologo Steven Vertovec ha introdotto il concetto di super-diversità per descrivere non solo la presenza di altri, ma la moltiplicazione simultanea di variabili sociali: nazionalità, status legale, livello di istruzione, genere, orientamento sessuale, traiettorie migratorie, religioni, pratiche culturali. In questo contesto, non esiste più un “noi” stabile contro un “loro”. Ognuno è “altro” da qualcun altro, in qualche dimensione.

I paesaggi scollegati

Come sottolinea Arjun Appadurai, viviamo in un’epoca di paesaggi scollegati: etnici, tecnologici, finanziari, mediatici, ideologici, che si sovrappongono senza coincidere. La coesione, allora, non può fondarsi su un terreno comune preesistente, ma deve essere co-costruita continuamente, attraverso pratiche di traduzione, mediazione, negoziazione.

La filosofia politica

Una svolta cruciale arriva dalla filosofia politica. Charles Taylor e Axel Honneth hanno mostrato che la semplice tolleranza — “ti lascio fare, purché non disturbi” — non basta. È una forma di indifferenza mascherata da rispetto. Ciò che serve è il riconoscimento, il vedere l’altro non come un’eccezione da gestire, ma come un soggetto pieno, con diritto a esprimere la propria identità in spazi pubblici.

Le forme di riconoscimento

Honneth distingue tre forme di riconoscimento, rispettivamente l’affetto e cura nel privato, il rispetto giuridico come cittadino uguale e infine la stima sociale, cioè il valore della propria specificità culturale o esistenziale. È quest’ultima la più difficile: non basta dire “sei uguale a me”, bisogna pensare nei termini che chiunque arricchisca il mondo comune.

La redistribuzione

Nancy Fraser ha ulteriormente complicato il quadro, mostrando che riconoscimento e redistribuzione sono inseparabili. Non si può chiedere a una donna musulmana di integrarsi se al contempo le si nega accesso al lavoro a causa del velo, o se vive in un quartiere segregato con scuole sotto finanziate. La coesione plurale richiede dunque due cose insieme: la giustizia materiale, cioè la riduzione delle disuguaglianze economiche e territoriali, e la giustizia simbolica, per mezzo di spazi pubblici che riflettano la molteplicità delle voci, non solo quelle dominanti. Fraser parla di partecipazione paritaria come criterio normativo: una società è giusta (e quindi coesa) se tutti i suoi membri possono partecipare alla vita sociale come pari, senza dover nascondere o rinnegare chi sono.

I valori incompatibili

Ma cosa succede quando i valori sono davvero incompatibili? Quando la libertà di espressione di qualcuno urta contro il senso del sacro di altri? Quando visioni del genere, della sessualità, della natura entrano in collisione? In queste situazioni, la politologa belga Chantal Mouffe offre una prospettiva radicale: non dobbiamo cercare il consenso universale, ma trasformare il nemico in avversario. Nella sua visione di democrazia agonistica, il dissenso non è un difetto da correggere, ma una risorsa democratica.

Regole del gioco condivise

La coesione, allora, non è assenza di conflitto, ma condivisione di un quadro istituzionale entro cui il conflitto può esprimersi senza distruggere il legame. Questo richiede, inevitabilmente, regole del gioco condivise a livello di diritti fondamentali in uno Stato di diritto, e ancora spazi di confronto non mediati solo dal mercato o dagli algoritmi, oltre ad una cultura politica che valorizzi la disputa rispettosa, non la demonizzazione. Anche perché ciascuno di noi non è mai sempre la stessa persona.

La soggettività cangiante

Sul piano esperienziale, infatti, non viviamo identità monolitiche. Come ha mostrato una delle più autorevoli studiose della globalizzazione, l’antropologa Aihwa Ong, con il concetto di soggettività cangiante gli individui attivano identità diverse a seconda del contesto: possono essere devoti in moschea, progressisti in piazza, conservatori in famiglia, cosmopoliti al lavoro. Questa fluidità permette solidarietà situata: non un’unica grande appartenenza, ma una rete di legami parziali. Una bidella italiana e una cantante filippina possono non condividere fede, lingua o storia, ma trovare un terreno comune nella lotta per servizi pubblici di qualità, nella cura dei bambini, nella difesa del quartiere.

Le pratiche condivise

La coesione, allora, nasce dal basso, da pratiche condivise, non da identità predeterminate. È in questi momenti — assemblee di condominio, orti urbani, scioperi, feste di strada — che si costruiscono nuovi “noi” temporanei e inclusivi, capaci di superare le divisioni strutturali.

Proteggere il pluralismo

Tutto ciò non è spontaneo. Richiede istituzioni attive che non impongano un’unica cultura, ma proteggano la possibilità del pluralismo. Questo significa scuole che insegnino la storia plurale del proprio paese, includendo le voci marginalizzate e media pubblici che rappresentino la diversità non come folklore, ma come parte costitutiva della società. Ancora, politiche urbane che creino spazi comuni accessibili a tutti, dove l’incontro casuale è possibile e naturalmente leggi che proteggano non solo la libertà di credo, ma anche il diritto a esprimere la propria differenza nello spazio pubblico, dall’abbigliamento religioso alle forme di famiglia. La giustizia inclusiva richiede non solo pari opportunità, ma rappresentanza delle differenze nei processi decisionali.

La crisi climatica

Infine, la crisi climatica ci obbliga a espandere ulteriormente il concetto di coesione. Non basta includere tutti gli umani: dobbiamo ripensare il nostro rapporto con il non-umano. Le lotte dei popoli indigeni, i movimenti per i diritti della natura, la filosofia della cura terrestre ci mostrano che la vera coesione è multispecie. Non siamo solo cittadini di una nazione, ma terrestri, esseri interdipendenti in un sistema vivente fragile. Questa visione non cancella le differenze culturali, ma le colloca in un orizzonte comune: la sopravvivenza condivisa del pianeta.

Una pratica politica ed estetica

Allora, la coesione sociale non è nostalgia. Non è uniformità. Non è pace statica. È, piuttosto, una pratica politica ed etica: la capacità di costruire legami senza cancellare le differenze, di dissentire senza distruggere, di appartenere a più mondi senza tradirne nessuno. È difficile. Richiede pazienza, empatia, istituzioni giuste, spazi comuni. Ma è anche liberatoria: perché ci libera dall’obbligo di essere “uguali” per meritare rispetto. In un mondo segnato da migrazioni, crisi ecologiche, trasformazioni tecnologiche e desideri di autonomia, questa è l’unica coesione possibile — e forse, l’unica degna di essere perseguita. Perché una società veramente coesa non è quella in cui tutti pensano allo stesso modo, ma quella in cui nessuno ha paura di essere diverso.

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