Per lungo tempo considerato come banale istinto biologico, il desiderio è piuttosto un motore sociale e un dispositivo di potere
A Phnom Penh, poco dopo mezzanotte, ti fermi a bere un caffè freddo su un marciapiede illuminato da una una bellissima insegna colorata. Una ragazza siede due tavoli più in là. Non parlate. Ma per un istante, i vostri sguardi si incrociano e restano fissi, non abbastanza da essere espliciti ma neanche da poter essere giudicati innocenti. Poi lei abbassa gli occhi, tu bevi un sorso, e la città riprende il suo respiro. Non è accaduto nulla, eppure tutto è cambiato. Il tuo passo è più lento, il cuore più presente, il silenzio più denso.
Secoli di colonialismo in uno sguardo
Questo non è solo desiderio personale. È un vero e proprio evento sociale, plasmato da codici non detti, gerarchie invisibili, immaginari globali, economie erotiche. Lo sguardo di quella ragazza non è neutro: è attraversato da secoli di colonialismo, decenni di turismo sessuale, anni di migrazione rurale, giorni di lavoro precario. E il tuo desiderio non è puro: è filtrato da film, app, stereotipi, solitudini metropolitane.
Il desiderio non è privato
Eppure, proprio in quell’ambiguità fugace, si annida una verità che la sociologia ha troppo a lungo ignorato: il desiderio non è privato. È pubblico, politico, storico e profondamente sociale. Per oltre un secolo, la sociologia ha guardato altrove. Durkheim studiava il suicidio, Weber la burocrazia, Marx la fabbrica. Il corpo erotico? Era roba da psicologi, medici o moralisti. Il desiderio veniva considerato o come istinto biologico (quindi fuori dalla società) o come devianza individuale, e come tale marginale.
Un motore sociale
Questa rimozione non era casuale. La sociologia nasceva nell’Europa borghese del XIX secolo, ossessionata dall’ordine, dalla razionalità, dal controllo. Il desiderio — irrazionale, imprevedibile, corporeo — minacciava quell’ideale. Meglio relegarlo nella sfera privata, dove non disturbasse le grandi strutture sociali. Ma così facendo, la sociologia perdeva di vista una delle forze più potenti della storia umana. Perché il desiderio non solo muove individui: muove popoli. Spinge migranti verso città sconosciute, alimenta mercati globali, dissolve matrimoni combinati, fonda nuove famiglie, ispira rivolte. È un vero e proprio, e anche potente a dire il vero, motore sociale, non un residuo psicologico.
Un dispositivo di potere
Fu Michel Foucault, negli anni Settanta, a rompere il tabù, mostrando che la sessualità — e con essa il desiderio — non è una verità nascosta da liberare, ma un dispositivo di potere. Non esiste un “desiderio naturale”. Esistono discorsi che lo definiscono: la medicina che classifica le perversioni, la psichiatria che cura le deviazioni, la pedagogia che educa i corpi. L’omosessualità, ad esempio, non è un’essenza eterna: è una categoria storica costruita nel XIX secolo per governare certi comportamenti.
Il controllo
Foucault però si concentrava soprattutto sul controllo del desiderio. A partire dagli anni Ottanta, femministe e teorici queer hanno invece spostato l’attenzione sulla sua capacità creativa. Judith Butler ha mostrato che il genere non è dato, ma performato, e che il desiderio può sovrascrivere le norme: amare chi non “dovresti”, volere corpi non canonici, rifiutare ruoli eteronormati. Sara Ahmed, dal canto suo, ci ricorda che “gli oggetti del desiderio orientano i nostri corpi nello spazio sociale”. Desiderare qualcuno significa anche allinearsi a certe direzioni e voltare le spalle ad altre. Il desiderio, allora, non è solo sentimento: è geografia sociale.
Vittime del turismo sessuale?
Questa prospettiva diventa cruciale se la applichiamo al mondo globale, in particolare al Sud-est asiatico e a gran parte dell’Africa, dove il desiderio è intrecciato a storie di colonialismo, povertà, mobilità e resistenza. Prendiamo il caso delle ladyboy in Thailandia o delle giovani donne nei night market di Ho Chi Minh City. Troppo spesso, la narrativa occidentale le riduce a “vittime del turismo sessuale”.
Negoziare il desiderio
Ma gli etnografi che le hanno ascoltate raccontano una storia più complessa. Molte di queste donne negoziano attivamente il proprio desiderio e quello altrui. Non si limitano a subire lo sguardo maschile; lo usano come risorsa per ottenere mobilità, reddito, autonomia. Una relazione con un viaggiatore straniero può essere un modo per lasciare il villaggio, mandare soldi a casa, pagarsi gli studi.
Un campo di agenzia informale
Questo non significa negare le disuguaglianze. Ma significa riconoscere che il desiderio, anche in contesti di forte asimmetria, può essere un campo di agenzia informale, imprevedibile, ambiguo, talvolta contraddittorio, ma mai completamente determinato. Come ci ricorda l’antropologa Ara Wilson, “l’economia erotica non è solo sfruttamento. È anche un luogo dove le donne ridefiniscono il valore dei propri corpi, delle proprie emozioni, del proprio tempo.”
L’incontro con l’informale
Qui il desiderio incontra l’informale, quel regno di gesti non codificati, di spazi non regolati, di incontri senza nome. Il desiderio non fiorisce nei questionari né nei matrimoni ufficiali. Fiorisce invece spesso nei vuoti, nello sguardo scambiato tra due sconosciuti su un motorino condiviso, nella mano che sfiora un braccio mentre si passa un bicchiere di birra, nel silenzio che segue una battuta ambigua in un bar di periferia.
La natura più autentica
È in questi momenti che il desiderio mostra la sua natura più autentica, non pianificata, non performante, non produttiva. Non serve a niente, se non a ricordarci che siamo vivi, vulnerabili, aperti all’altro. E in un mondo che trasforma ogni esperienza in contenuto, ogni emozione in metrica, ogni relazione in opportunità, questa gratuità è una forma di resistenza.
Le app di dating e il Viagra
Ma il desiderio contemporaneo non è solo umano. Viviamo in un mondo ibrido e il nostro erotico ne è profondamente segnato. Oggi, desideriamo attraverso schermi, algoritmi, farmaci, linguaggi digitali. Un’app di dating non è uno specchio del desiderio: lo modella, selezionando chi vediamo, come ci presentiamo, cosa ci sembra attraente. Il Viagra e l’intera gamma di pillole maschili non “curano” la disfunzione: ridefiniscono cosa significa essere un uomo desiderabile. Donna Haraway lo aveva già capito negli anni Ottanta: “Nessuno di noi è mai stato semplicemente umano nel desiderio.” Il corpo erotico è un assemblaggio: ormoni sintetici, texture di pelle, luci soffuse, messaggi criptati, ricordi di film, odori di pioggia tropicale. E il desiderio emerge proprio in quell’intreccio, mai da un “io” puro e isolato.
L’atmosfera
Come si studia, allora, il desiderio? Non chiedendo “cosa vuoi?”, perché la risposta sarà sempre razionalizzata, censurata, socialmente accettabile. Occorre invece osservare cosa i corpi fanno, dove si fermano, cosa toccano, come respirano. Ma bisogna anche ascoltare le narrazioni erotiche come vere e proprie mappe sociali: rivelano gerarchie, tabù, fantasie collettive. Senza contare che bisogna anche studiare il desiderio come atmosfera che si condensa in certi luoghi, un marciapiede a Saigon, una spiaggia al tramonto, un night market affollato. Perché il desiderio non è proprietà di nessuno. È un campo condiviso, che si crea nell’incontro — reale o immaginato — tra corpi, storie, cose.
Resistere alla mercificazione
In un’epoca che riduce il desiderio a consumo — pornografia a consumo, app di incontri basate sullo scorrere incessantemente profili, turismo sessuale organizzato — recuperarne la dimensione sociale significa anche resisterne alla mercificazione. Il desiderio autentico, quello che emerge negli incontri casuali, nei silenzi condivisi, nei corpi che si riconoscono senza parole, non chiede di possedere. Chiede di incontrare. Forse, in quell’incontro imprevisto, c’è la forma più radicale di libertà: quella di volere qualcosa che nessuna struttura aveva previsto per te. Qualcosa che non serve a niente se non a ricordarti che puoi ancora stupirti, tremare, cambiare strada. Perché il desiderio, alla fine, non è solo sessualità. È ricerca di senso e, forse, anche di giustizia. La giustizia di poter volere — ed essere voluti — per ciò che si è, non per ciò che si produce.


















