4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Feb, 2026

Fandom, così la politica si è impossessata di vite e comunità

Negli ultimi due decenni il fenomeno ha oltrepassato i confini ella cultura pop per invadere la sfera politica


Il termine fandom – contrazione di “fan” (da fanatic) e “dom” (suffisso che indica uno stato o una condizione) – nasce nel XIX secolo per descrivere le comunità di appassionati di sport o teatro. Ma è solo con la cultura di massa del Novecento che il fandom si trasforma in un fenomeno sociale organizzato: dai fan club hollywoodiani degli anni ’30 alle prime fanzine di fantascienza, fino alle comunità attorno a Star Trek negli anni ’60.

La cultura partecipativa

Qui, però, accade qualcosa di nuovo. Come ha mostrato Henry Jenkins, pioniere degli studi culturali contemporanei, i fan non sono semplici consumatori passivi: sono produttori attivi di significato. Scrivono storie, disegnano, discutono, reinterpretano. Il fandom diventa così una forma di cultura partecipativa, uno spazio in cui l’identità si costruisce attraverso l’affetto condiviso per un oggetto culturale comune.

Dal pop alla politica

Negli ultimi due decenni, questa logica ha oltrepassato i confini della cultura pop per invadere la sfera politica. Oggi non siamo più solo fan di cantanti o serie Tv: siamo anche fan di leader. E questa trasformazione non è casuale. In un’epoca in cui, come osserva la studiosa di comunicazione di origine greca Zizi Papacharissi, la sfera pubblica si è strutturata come influenzata dall’emozione più che dal ragionamento, la politica richiede narrazioni coinvolgenti, figure carismatiche, trame epiche. Il cittadino razionale dell’ideale illuminista lascia il posto al soggetto affettivo, che sceglie non in base a programmi, ma in base a chi “gli parla al cuore”.

In Occidente e al di fuori

Ma attenzione: questa tendenza non è universale. Sebbene il fandom politico condivida tratti globali – lealtà emotiva, produzione partecipativa, polarizzazione identitaria – assume forme radicalmente diverse a seconda del contesto culturale, istituzionale e mediatico. Vediamo allora, in chiave sociologica, come si manifesta in Occidente e fuori dall’Occidente, e cosa ci dice sulla crisi (e sul futuro) della democrazia.

In Europa e Nord America

In Europa e Nord America, il fandom politico nasce spesso in opposizione alle istituzioni. Pensiamo a Donald Trump negli Stati Uniti, Matteo Salvini in Italia o Marine Le Pen in Francia: i loro sostenitori li amano nonostante siano politici, e la ragione è ‘perché sfidano il sistema’. Il leader è visto come un outsider, un ribelle che dice la verità contro un establishment corrotto. Il fandom diventa così una forma di resistenza simbolica, anche quando il leader è al governo.

I Paesi extra-occidentali

Al contrario, in molti Paesi extra-occidentali – India, Turchia, Filippine, Russia – il leader carismatico non è un anti-sistema, ma l’incarnazione stessa del sistema. Narendra Modi in India è celebrato come il risveglio dell’anima hindu; Recep Tayyip Erdogan in Turchia come il difensore dell’Islam e della grandezza ottomana; Rodrigo Duterte nelle Filippine come il padre severo che ripulisce la nazione dal crimine. Qui il fandom non è ribellione: è devozione civile, talvolta quasi religiosa. In India, i suoi sostenitori si definiscono “Modi Bhakt”, usando un termine sanscrito che indica la devozione mistica verso una divinità.

La narrazione “civilizzazionale”

Come ricorda Arjun Appadurai, antropologo dei mondi globalizzati, in molte società postcoloniali il potere politico si legittima non solo attraverso la governance, ma attraverso narrazioni civilizzazionali, che collegano passato mitico, identità etnico-religiosa e progetto nazionale. Il fandom politico, in questo contesto, diventa un rito collettivo di appartenenza.

I social network

Nei contesti occidentali, il fandom politico si sviluppa principalmente su piattaforme globali come Twitter, Facebook o TikTok. Anche se queste bolle algoritmiche possono amplificare disinformazione e odio, esiste ancora un certo pluralismo informativo. I media tradizionali, pur indeboliti, continuano a fare il controllo delle bufale on-line, inchieste, critiche. Il fandom vive quindi in tensione con uno spazio pubblico ancora parzialmente autonomo.

Il controllo dei flussi informativi

Fuori dall’Occidente, invece, i governi spesso controllano direttamente o indirettamente i flussi informativi. In Turchia, Russia o Brasile, disturbatori online, influencer filogovernativi e catene whatsapp diffondono narrazioni unidirezionali, mentre i media indipendenti vengono marginalizzati o chiusi. Il fandom politico, insomma, non è solo spontaneo: è coltivato, organizzato, strumentalizzato. In Brasile, ad esempio, il sostegno a Bolsonaro si è costruito in gruppi whatsapp gestiti da pastori evangelici, dove la politica si fonde con la morale religiosa e la paura del caos.

I meme e le battute provocatorie

Il fandom politico occidentale è spesso ironico, performatico, persino nichilista. Si basa su meme, battute provocatorie, estetiche dark o gergo specifico. L’identità del fan è individuale: “Io sono così, e sostengo questo leader perché mi rappresenta nella mia ribellione”. Non c’è bisogno di credere davvero in un programma: basta sentirsi parte di una tribù.

L’appartenenza alla comunità

Nel resto del mondo, invece, il fandom è collettivo, rituale, emotivamente intenso. Seguire un leader non è una scelta stilistica, ma un atto di appartenenza a una comunità morale. In Indonesia, sostenere Joko Widodo o Prabowo significa schierarsi non solo politicamente, ma etnicamente e religiosamente. In Thailandia, anche se non si tratta di un leader eletto, il culto della monarchia funziona con logiche da fandom totale: ogni critica è lesa maestà, ogni celebrazione è un rito collettivo.

La frustrazione delle classi lavoratrici

In Occidente, il fandom politico nasce spesso dalla frustrazione di ceti medi impoveriti o di classi lavoratrici escluse dalla globalizzazione. Offre riconoscimento simbolico (“finalmente qualcuno ci ascolta”), ma raramente soluzioni materiali. È una politica dell’emozione compensatoria.

Uno strumento per sopravvivere

Nei Paesi con forti disuguaglianze e Stati deboli, invece, il leader-può offrire protezione concreta: accesso a reti clientelari, posti di lavoro informali, sicurezza nei quartieri. Sostenere Duterte o un governatore populista in India non è solo una questione di identità: può significare sopravvivenza quotidiana. Il fandom diventa allora uno strumento di mobilità sociale, per quanto precario.

L’habitus

Questa distinzione richiama la nozione bourdieusiana di habitus, il modo in cui gli individui interiorizzano le strutture sociali e le trasformano in pratiche. In contesti di precarietà estrema, l’habitus politico non si forma attraverso dibattiti ideologici, ma attraverso esperienze corporee di insicurezza e speranza, esattamente ciò che il leader promette di risolvere.

La critica è (im)possibile

Infine ne consegue che anche la reazione sociale al fandom politico varia enormemente. In Occidente, essere “fan” di un leader controverso può portare a stigma, isolamento sociale o satira. Esistono contro-fandom organizzati, e la critica è possibile, anche se sempre più difficile.

La resistenza criptica

In molti contesti extra-occidentali, invece, criticare il leader può costare caro: licenziamento, arresto, violenza. La resistenza è spesso criptica: si usa la poesia, il teatro di strada, l’arte digitale per dire ciò che non si può dire apertamente. A volte, ironia vuole, la resistenza arriva proprio da altri fandom, come quando i fan del K-pop hanno sabotato raduni di estrema destra negli Usa o monitorato discorsi d’odio in Corea del Sud.

I diversi modelli

Parlare di “Occidente” come blocco omogeneo rischia peraltro di oscurare disparità profonde tra i suoi componenti. Il fandom politico assume infatti configurazioni molto diverse a seconda del modello di democrazia, della storia dei partiti, del ruolo dello Stato e della cultura civica.

Negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, il fandom politico è particolarmente estremo e personalizzato. Ciò deriva da una tradizione di presidenzialismo carismatico, da un sistema bipartitico polarizzato e da un mercato mediatico altamente commercializzato. Qui, il leader è spesso visto come un “eroe solitario”, pensiamo a Trump come figura messianica per i suoi sostenitori, o a Obama come icona globale per i progressisti. Il fandom è iper-individualizzato, legato a identità, stili di vita e consumo culturale.

In Europa continentale

In Europa continentale (Italia, Francia, Ungheria, Polonia), il fandom politico si intreccia con tradizioni nazionaliste o sovraniste. Il leader è presentato come difensore della nazione minacciata dalla globalizzazione, dall’immigrazione o dall’Unione Europea. Il fandom qui è più collettivo e identitario, spesso radicato in narrazioni storiche come per esempio la “grandeur” francese o la “rinascita” italiana. Il linguaggio è meno ironico, più epico.

I Paesi nordici

Nei Paesi nordici (Svezia, Danimarca, Finlandia), invece, il fandom politico è molto più contenuto. I sistemi proporzionali, la forte fiducia nelle istituzioni e la cultura del compromesso limitano la personalizzazione estrema. Anche quando emergono figure carismatiche, ad esempio come Jimmie Åkesson in Svezia, il loro fandom rimane funzionale al partito, non al culto della personalità. La politica è ancora percepita come attività collettiva, non spettacolo individuale.

Nel Regno Unito

Infine, nel Regno Unito, il fandom politico oscilla tra il modello americano e quello europeo. La figura di Boris Johnson, ad esempio, ha generato un fandom quasi burlesco, basato su un personaggio eccentrico, autoironico, ma strategicamente ambiguo. Tuttavia, la tradizione parlamentare britannica e il ruolo dei media di servizio pubblico – la Bbc su tutti – hanno impedito una completa americanizzazione del fenomeno.

La fiducia nelle istituzioni

Queste differenze non sono aneddotiche: riflettono modelli diversi di socializzazione politica, eredità storiche contrastanti e gradi variabili di fiducia nelle istituzioni, un tema centrale della crisi della razionalità pubblica. Il fandom politico, in definitiva, ci mostra che la politica non è più solo questione di interessi o idee, ma di affetti, miti e appartenenze. In Occidente, questa tendenza riflette una crisi della razionalità pubblica e della fiducia nelle istituzioni, un tema centrale nelle analisi di molti analisti fra i quali Eva Illouz, che parla di una “colonizzazione dell’intimità” da parte del mercato e dei media, estesa ora anche alla sfera politica. Fuori dall’Occidente, rivela invece come il potere si legittimi attraverso narrazioni culturali profonde, radicate in storia, religione e gerarchie sociali.

Un sintomo locale

Comprendere queste differenze – non solo tra Occidente e resto del mondo, ma anche dentro l’Occidente stesso – è essenziale per evitare generalizzazioni fuorvianti. Il fandom politico non è un virus globale uniforme: è un sintomo locale, che parla delle ferite specifiche di ogni società. Perché alla fine, come diceva Bourdieu, non siamo solo cittadini razionali: siamo anche corpi che desiderano, che cercano protezione, riconoscimento, senso. E finché la politica non saprà rispondere a questi bisogni senza manipolarli, il fandom continuerà a crescere ovunque.

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