25 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Gen, 2026

Rosso, il colore che ha fatto la storia (già prima di Valentino)

Imperatori e cardinali, militari e rivoluzionari: dall’antichità a oggi, milioni di persone hanno indossato abiti di una tinta capace di individuare la divinità, il potere e anche lo scandalo


Prima c’era il rosso. Per i fenici e per tutti: imperatori, ufficiali e centurioni romani, re e regine, condottieri e rivoluzionari, garibaldini e bolscevichi, nobili e borghesi, pontefici e alti prelati, soldati e paracadutisti, poeti e calciatori. Poi, il colore che ha vestito l’umanità, diventando il simbolo del potere, dell’eleganza è scomparso. Occultato, nascosto, messo come un abito vecchio nell’armadio delle cose da dimenticare e non vedere più. Bandito come se fosse una vergogna, una iattura, un imbarazzo.

L’imperatore della moda

Non per lui: non per l’imperatore della moda. L’uomo che ha donato la bellezza alla bellezza, che ha cambiato le regole del fascino dando all’universo femminile certezze e sobrietà, classe e raffinatezza; anche a quelle indecise, incerte, insicure ha infranto il tabù dell’ideologia. La genialità di Valentino ha restituito al mondo il colore preferito dei suoi abiti. Il rosso è diventato immortale e nessuno più lo potrà oscurare.

I fenici

Ma quand’è che l’umanità ha scelto il rosso per presentarsi al mondo? C’è un popolo, un popolo antico che porta nel suo stesso nome lo scarlatto con cui tinge stoffe tra le più preziose per i suoi scambi commerciali. Sono i fenici, dal greco antico phoinix: “rosso porpora”. Rosso come il colorante estratto dai molluschi (murici) che questo popolo esporta in tutto il Mediterraneo e utilizza anche per colorare i tessuti. Una fascinazione collettiva. Così che la più pregiata delle tinture tinge anche la leggenda della ninfa di Tiro e dell’abito vermiglio che il dio Melqart le fece fare.

La porpora di Tiro

«Erano soliti passeggiare per la città con abiti di porpora, che al tempo era un colore raro pure tra i re; e molto richiesto, giacché la porpora era venduta regolarmente come equivalente all’oro», racconta lo storico del IV secolo a.C. Teopompo a proposito degli abitanti di Colofone, in Asia Minore. La porpora di Tiro faceva il paio con l’altro colore di cui i fenici si potevano vantare il “blu reale”.

Gli ebrei

Dai fenici agli ebrei il salto è quantico. La storia, però, è sempre millenaria. Risale a 3.800 anni fa uno dei coloranti più preziosi dell’antichità scoperto in una grotta del deserto della Giudea, in Israele. Si tratta del Kermes vermilio: il verme scarlatto utilizzato per colorare un brandello di stoffa – meno di due centimetri – venuto alla luce nel 2016 durante gli scavi nella “Grotta dei Teschi”, vicino Masada. Del resto, gli ebrei erano abili tintori e come altre popolazioni antiche, tingevano i tessuti con il rosso, usando non di rado quel “verme scarlatto” conosciuto pure come cocciniglia.

L’antica Roma

Nella Roma del II secolo a.C. i tintori specializzati nell’uso di un colore erano suddivisi per categorie; i croceari per il giallo, i violarii per il viola e le officinae purpurinae per la porpora. E di rosso antico erano colorate le tuniche dei soldati romani (tunica russa militaris) e i mantelli. Un modo per nascondere il sangue e simboleggiare la guerra. Ma quel rosso porpora o porpora di Tiro scoperto dai Fenici, era sempre molto caro. La lana così tinta costava all’incirca venti volte di più rispetto a quella non tinta. Un conto salato e illegale senza permesso imperiale. Disobbedire costava l’esilio o la morte.

Le tuniche rosse

Non a tutti era concesso indossare tuniche rosse. Facevano eccezione ufficiali, centurioni e sacerdoti. I generali poi si avvolgevano con un mantello detto paludamentum, anche questo quasi sempre rosso porpora. Stesso colore per la cappa militare di Cesare (da lui citata come paludamentum). Il rosso dei senatori romani, invece, si limitava alla striscia di porpora (laticlavio) sulla tunica e ai calzari rossi (calcei mullei). Quanto bastava però per indicarne rango e potere. Vestirsi da capo a piedi di porpora era prerogativa esclusiva dell’imperatore. Imitarlo era alto tradimento, punibile con la morte.

Sovrani e imperatori europei

Forse, non è un caso se molto, molto tempo dopo Napoleone sceglie il rosso da indossare come simbolo di potere e prestigio in alcune occasioni e in alcuni dettagli. Nel 1802 Antoine-Jean Gros lo ritrae in piedi a Cambacéres col costume rosso dei consoli di Francia. E rosso è pure il sontuoso abito con bordature bianche e ricami oro con cui lo dipinge Jean-Auguste-Dominique Ingres sul trono imperiale (1806). Vermiglio è il colore preferito da re e regine: da Elisabetta I d’Inghilterra ritratta ragazza in cremisi e oro da William Scrots a Luigi XIV. Il re Sole aveva rossi addirittura i tacchi (i talons rouges), con buona pace delle iconiche e moderne suole rosse di Louboutin.

Dante e Garibaldi

Di rosso in rosso si arriva all’Alighieri. Il lucco con cui Dante è rappresentato è di questo colore per un motivo preciso. La lunga sopraveste maschile con cappuccio indica la sua appartenenza alla corporazione all’Arte dei Medici e degli Speziali. Indossa il rosso il generale Giuseppe Garibaldi e “camicie rosse” saranno chiamati i volontari dell’eroe dei due Mondi. Mettevano giubbe adottate per necessità in Sud America, confezionate con stoffe di colore vermiglio e destinate ai macellai. Quel rosso scarlatto derivato dalla cocciniglia con loro diventa segno di coraggio. Simbolo iconico dell’Unità d’Italia dopo la Spedizione dei Mille.

Il Nottingham Forest

Ma i garibaldini vestiti di rosso hanno lasciato tracce anche dove non si immagina: sui campi di calcio, ad esempio. La partita si gioca col Nottingham Forest. La terza squadra di calcio professionistica più vecchia al mondo nasce nel 1865 in un pub inglese. I quindici giocatori che la fondano scelgono per la prima maglia della squadra il “rosso Garibaldi” in omaggio al generale e ai suoi seguaci. Da allora, “Garibaldi Reds” (rosso Garibaldi) è il soprannome della squadra.

La camicia rossa

Diversi i musei italiani che conservano le camice dei garibaldini, dette anche giubbe rosse. Si racconta che per la spedizione dei Mille le prime paia furono colorate a Prato dei Servalli, frazione di Gandino dalla “Tintoria degli Scarlatti”, fornita di caldaie stagnate che davano la lucentezza alla tinta. Dalla tintoria, le pezze rosse furono in parte trasportate a Bergamo alla sartoria di Celestina Belotti – fidanzata di Francesco Nullo garibaldino – e in parte a Milano dalla patriota Laura Solera Mantegazza e altre dame. Qui furono tagliate e cucite. Il resto è storia narrata anche dalle rime di un canto popolare: “Camicia rossa”.

Le giubbe rosse

Non solo garibaldini. Giubbe rosse (in inglese red coat o redcoat), ad esempio, è un termine storico e generico utilizzato per riferirsi ai soldati dell’esercito britannico tra il XVII ed il XX secolo. Un soprannome legato al colore delle giacche delle divise portate dalla maggior parte dei reggimenti di fanteria e cavalleria. Il colore rosso fu adottato dal “New Model Army” nel 1645 e rimase in uso nelle uniformi da campo fino al 1902 quando, durante le guerre boere ci si accorse che era troppo vistoso e di facile individuazione per i nemici. A partire dal 1848 fu sostituito dal neutro color cachi. Ma le giubbe rosse sono presenti nella saga di Blek Macigno e in quella de Il Comandante Mark.

I diavoli rossi

Camice, giacche e copricapi. Venivano chiamati “Diavoli rossi”, per il colore dei loro baschi i paracadutisti di una divisione dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale. E Berretti rossi è il titolo del film di guerra del 1953 diretto da Terence Young, con Alan Ladd e Leo Genn.

La bandiera rossa

La stoffa tinta di rosso, però, non viene solo indossata ma anche sventolata. Nel “Racconto di due città” del 1859, Charles Dickens descriva la folla «in rivolta sotto una bandiera rossa». E c’è chi ricorda due passaggi cruciali: «nel 1871 i francesi eliminano ogni ambiguità quando la bandiera rossa diventa il simbolo della Comune di Parigi. I bolscevichi guidati da Lenin se ne appropriano 1917, e con l’aggiunta di falce e martello la bandiera rossa diventa l’emblema del comunismo». Il rosso issato e sventolato diventa nel tempo il colore politico distintivo della sinistra, di movimenti socialisti, comunisti e sindacali.

I cardinali

Tra abiti, camice, cappelli, ornamenti e affini, la storia del rosso scrive un capitolo a parte quando entra nelle chiese, si annida tra le pieghe delle gerarchie ecclesiastiche e viene citato nei Vangeli dove è «di porpora» (Gv. 19,2) o «scarlatto» (Mt. 27,28) il mantello gettato sulle spalle di Gesù in segno di scherno. Ai cardinali tocca vestirsi di rosso, colore liturgico del martirio. Rosso cardinale, appunto. Il loro abito corale è composto da talare scarlatta; fascia scarlatta; rocchetto (sorta di sopraveste a mezza gamba) bianco con pizzo, mozzetta rossa; croce pettorale, zucchetto e berretta scarlatti. I cardinali mantengono l’abito rosso anche per il funerale del pontefice. A proposito di papi: le scarpe, il camauro, la mozzetta e il tabarro, sono i paramenti rossi che la tradizione vuole indossati dal pontefice. Ancora oggi fanno parte parte del vestiario pontificio.

In caserma

In chiesa ma anche in caserma, il rosso dice la sua. La banda rossa caratterizza i pantaloni della divisa dei carabinieri. La sua adozione risale al 23 febbraio 1832. Le Regie Determinazioni 25.6.1833 stabilirono che le bande dovessero essere portate una per parte dai militari a piedi, due per parte dagli ufficiali e dai carabinieri a cavallo. Oggi, invece, nelle uniformi ordinarie e di servizio, la banda rossa viene indossata da tutti i carabinieri dal grado di allievo fino a maresciallo, mentre per i gradi superiori non è prevista se non nella grande uniforme o quella da ufficiale di picchetto.

A ciascuno il suo

E se rossa è pure la muleta dei toreri – il mantello sventolato davanti ai tori durante le corride – tra le favole più famose di tutti i tempi ecco spuntare “Cappuccetto Rosso” . Con lei si torna al rosso dell’infanzia. A ciascuno il suo rosso: ieri, oggi e domani. Un lusso colorato che l’umanità si è concessa fin dall’antichità. Un cromatismo che fa la differenza e racconta chi siamo stati, chi siamo e chi vorremmo essere. Agli occhi del mondo, davanti allo specchio e sui libri di Storia.

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