25 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Gen, 2026

Informale, quell’ordine diverso che non coincide con il caos

Per lungo tempo la sociologia ha guardato al mondo attraverso le istituzioni. Ma che cosa succede al di fuori di questi canoni?


A Saigon, poco dopo il tramonto, le strade si trasformano. I motorini rallentano, i venditori accendono le luci al neon dei loro carretti, e l’aria si riempie dell’odore di coriandolo, pesce fermentato e benzina. In un angolo del quartiere di Binh Tan, una giovane donna prepara caffè vietnamita su un fornello a carbone. Non ha licenza, né partita Iva. Ma ogni sera, operai, studentesse e tassisti si fermano da lei: non solo per il caffè, ma per una parola, un consiglio, un momento di tregua. Nessun censimento la conta. Nessuna politica pubblica la vede. Eppure, è lì — in quel gesto ripetuto, informale, imprevedibile — che si annoda una parte essenziale della vita sociale.

Le istituzioni

Per decenni, la sociologia ha guardato al mondo attraverso le istituzioni: famiglia, scuola, Stato, mercato. Ha cercato regolarità, strutture, leggi sociali. Ma cosa succede fuori da queste griglie? Cosa ci sfugge quando privilegiamo il prevedibile rispetto all’imprevedibile, il formale rispetto all’informale? La risposta è semplice: ci sfugge la vita stessa.

La nascita della sociologia

La sociologia nasce nel XIX secolo come risposta al caos della modernità, come sogno di una scienza ordinata. Di fronte all’industrializzazione, all’esodo rurale e alla crisi delle tradizioni, i primi sociologi — da Comte a Durkheim, da Weber a Marx — cercavano un ordine nascosto sotto l’apparente disordine. Volevano costruire una “fisica della società”, capace di spiegare e, idealmente, governare i comportamenti umani.

Il “fastidioso” informale

In questo progetto, l’informale era un fastidio: rumore di fondo, residuo arcaico, devianza da correggere. La vita quotidiana — con i suoi gesti ripetuti, i suoi silenzi, i suoi incontri casuali — non sembrava degna di studio scientifico. Era troppo soggettiva, troppo instabile, troppo… umana. Eppure, già allora c’erano voci dissonanti.

George Simmel

Georg Simmel, nel 1903, scriveva che la metropoli moderna non distruggeva la socialità, ma la trasformava in forme nuove: fugaci, anonime, basate su sguardi, gesti minimi, scambi monetari impersonali. Non erano istituzioni, ma forme sociali: strutture invisibili che regolavano il contatto tra estranei. Simmel intuiva che la modernità non cancellava l’informale, ma lo rendeva più sottile, più mobile.

Michel de Certeau

Fu però solo negli anni Settanta e Ottanta che la sociologia cominciò a prendere sul serio questa dimensione. Michel de Certeau, storico francese e teorico della cultura, propose una vera e propria poetica della vita quotidiana. Egli distingueva tra strategie — il potere delle istituzioni che impongono spazi, tempi, linguaggi — e tattiche — le astuzie degli individui che usano quegli spazi in modi imprevisti.

Lo spazio sociale

Camminare per la città seguendo un desiderio invece che un piano; leggere un testo sacro come se fosse un romanzo erotico; cucinare con gli avanzi per creare qualcosa di nuovo: sono tutte pratiche tattiche, informali, imprevedibili, ma cariche di significato. De Certeau scriveva: “Lo spazio è un luogo praticato. Così come il corpo umano è un luogo praticato dalla società, così la città è un corpo attraversato da infinite traiettorie.” Questa idea, che lo spazio sociale sia prodotto dall’azione e non solo dall’architettura o dalle leggi, è centrale per una sociologia dell’informale. Essa ci invita a guardare non alle mappe ufficiali, ma ai sentieri battuti dai passi reali.

L’ordine diverso

Spesso si confonde l’informale con il disordine, ma si sbaglia. L’informale non è caos: è ordine diverso. Chi vive nei quartieri popolari di Bangkok, Manila o Dakar sa bene che è così. Lì, l’economia informale — venditori ambulanti, riparatori di cellulari, sarte domestiche — non è segno di arretratezza, ma una risposta razionale a sistemi formali escludenti.

L’informale per sopravvivere

Come giustamente sostiene l’antropologo James C. Scott, gli Stati moderni tendono a “leggere” la società solo attraverso categorie standardizzate: reddito, occupazione, stato civile. Tutto ciò che non rientra in queste griglie viene considerato caotico, illegale, irrilevante. Ma per chi vive in quei contesti, l’informale è l’unica via per sopravvivere, e talvolta per prosperare. Prendiamo il caso delle donne nei villaggi rurali del Sud-est asiatico. Ufficialmente, molte hanno pochi diritti legali. Informalmente, spesso detengono un potere considerevole: controllano il commercio al mercato, gestiscono reti di mutuo soccorso, decidono chi sposare attraverso strategie familiari non dichiarate. Questo potere non appare nei censimenti, ma è reale, concreto, vitale.

Le identità di genere fluide

Lo stesso vale per le identità di genere fluide, come le kathoey in Thailandia o le ladyboy in Vietnam. Queste figure non nascono da politiche statali o movimenti organizzati, ma da incontri casuali, scambi mediatici, esperimenti corporei individuali che, col tempo, si sedimentano in nuove norme locali. La sociologia, se si limita a studiare le leggi sul matrimonio egualitario o le quote LGBTQ+, rischia di perdere di vista proprio il processo vivo attraverso cui il genere viene continuamente reinventato. L’imprevedibile è allora motore del cambiamento, così come l’informale è lo spazio. È l’incontro fortuito che cambia una vita, il malinteso che genera un nuovo linguaggio, la crisi che rivela solidarietà inattese.

Le deviazioni dal canone classico

La sociologia classica, influenzata dal determinismo strutturale, ha spesso visto gli individui come “prodotti” del loro contesto. Ma cosa succede quando qualcuno devia? Quando sceglie di non sposarsi, di abbandonare la carriera, di trasferirsi in un paese sconosciuto solo perché “sentiva di doverlo fare”? Questi momenti di rottura — apparentemente irrazionali — sono spesso quelli che innescano trasformazioni collettive. Il movimento femminista globale, ad esempio, non è nato solo da programmi politici, ma da migliaia di conversazioni private, di silenzi spezzati, di gesti quotidiani di ribellione informale.

L’agenzia informale

Qui entra in gioco un concetto cruciale: quello di agenzia/agente informale. Non quella celebrata nei discorsi motivazionali (“sii artefice del tuo destino”), ma quella concreta, quotidiana, fatta di piccole scelte che sfuggono al controllo e che, sommate, possono cambiare il mondo. Una ragazza che decide di non tornare al villaggio dopo il diploma; un migrante che impara una lingua guardando serie TV; un anziano che insegna ai nipoti storie dimenticate: sono tutti atti di agenti di socializzazione informali, imprevedibili, ma densi di conseguenze.

Il metodo

Quello che è certo è che se vogliamo studiare l’informale, dobbiamo anche cambiare metodo. La sociologia quantitativa, con i suoi grandi campioni e le sue variabili controllate, è mal equipaggiata per cogliere la singolarità di un incontro, la sfumatura di un gesto, l’ambiguità di un silenzio. Ciò non significa abbandonare il rigore, ma espanderne la definizione.

L’etnografia

L’etnografia — l’immersione prolungata in un contesto sociale — diventa allora essenziale. Ma non un’etnografia distaccata, da osservatore neutrale. Piuttosto, un’etnografia partecipata, errante, sensibile. Quella che antropologi come Anna Tsing chiamano etnografia della contaminazione, un metodo che accetta l’incertezza, il fallimento, l’incompletezza come condizioni del sapere. E che non è assolutamente – sia chiaro – l’autoetnografia che appartiene invece alla cassetta degli attrezzi degli scrittori.

La scrittura

Anche la scrittura sociologica deve cambiare. Invece di astrazioni impersonali (“si osserva che…”), servono narrazioni che restituiscano la complessità sensoriale dell’esperienza: il caldo appiccicoso di una notte a Saigon, l’odore di pesce marcio nel mercato del mattino, la voce roca di una donna che racconta la sua fuga dal marito. Questo non è romanzo: è realismo sociologico.

Wacquant

Alcuni sociologi contemporanei stanno già percorrendo questa strada. Loïc Wacquant, studiando i pugili dei ghetti americani, non si limita a intervistarli: li accompagna in palestra, ne imita i gesti, ne condivide la fatica fisica. In questo modo, capisce che il ring non è solo uno sport, ma un rituale di redenzione sociale, un’istituzione informale che offre dignità dove lo Stato ha fallito.

Simone

Allo stesso modo, studiosi come AbdouMaliq Simone, nei suoi lavori sull’Africa urbana, parlano di “people as infrastructure”: le persone stesse, con le loro reti di fiducia, i loro scambi verbali, i loro movimenti quotidiani, diventano l’infrastruttura invisibile che tiene insieme città altrimenti caotiche. Qui, l’informale non è un difetto: è la soluzione.

L’ossessione del controllo

Viviamo in un’epoca ossessionata dal controllo: algoritmi che prevedono i nostri gusti, governi che monitorano i nostri spostamenti, aziende che ottimizzano ogni minuto della nostra giornata. In questo contesto, l’informale e l’imprevedibile appaiono come minacce quando non addirittura, peggio, come sprechi. Ma forse è proprio lì che risiede la possibilità di un’altra vita. Una vita meno performante, meno efficiente, ma più autentica. Una vita in cui ci si ferma a parlare con uno sconosciuto, si cambia strada per curiosità, si accetta che non tutto debba avere uno scopo.

La complicazione e la complessità

Viviamo in un’epoca che confonde la complicazione con la complessità. La prima appartiene al regno della tecnica: un motore, un algoritmo, una catena di montaggio possono essere estremamente complicati, ma sono governabili con metodi standardizzati, misurazioni precise e procedure ripetibili. La seconda — la complessità — è propria della vita sociale: nasce dall’intreccio imprevedibile di desideri, storie, corpi, silenzi e incontri che non obbediscono a logiche lineari né a modelli predittivi.

Gli strumenti sbagliati

Eppure, troppo spesso applichiamo alla società gli strumenti adatti alla macchina. Cerchiamo responsi positivi per le nostre statistiche sociali, per l’amicizia, per l’amore, metriche per la felicità. In questo sforzo di rendere gestibile l’umano, rischiamo di cancellare proprio ciò che lo rende vitale: la sua irriducibile apertura all’imprevisto. L’informale, quell’universo di gesti, scambi e pratiche che sfuggono ai formulari ufficiali, non è un difetto da correggere, ma la trama stessa della convivenza. E l’imprevedibile non è rumore da filtrare, ma il segnale più autentico del cambiamento.

Abitare l’incertezza

La sociologia, se vuole restare fedele alla realtà che pretende di studiare, deve imparare a abitare l’incertezza, non a eliminarla. Ciò non significa rinunciare al rigore, ma riconoscere che alcuni fenomeni — come un incontro casuale, una scelta esistenziale, una forma di resistenza silenziosa — non si lasciano catturare da variabili, ma solo da narrazioni, presenze, ascolto. E forse, camminando senza meta per le strade del mondo, scopriremo che la vera struttura sociale non è nei palazzi del potere, ma nei marciapiedi dove due sconosciuti si sorridono, per un istante, senza motivo e senza bisogno di essere contati.

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