25 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Gen, 2026

Carcere, quei capolavori della letteratura concepiti dietro le sbarre

Pellico, Wilde, Gramsci e tanti altri: una carrellata degli autori che hanno saputo trasformare la detenzione in opportunità di riflessione e scrittura, facendo arrivare i propri potenti messaggi ben oltre le mura dei penitenziari


Ci sono luoghi isolati che non permettono la comunicazione con nessun altro essere umano, abitati da individui che brancolano nell’oscurità con il rischio di sprofondare ad ogni passo. Sono le prigioni, dove il recluso lotta contro il proprio degradamento fisico e impoverimento morale.

Un antidoto al degrado

Un antidoto per superare una simile condizione è stato trovato, da alcuni, nella scrittura. Nel racconto di sé e del proprio vissuto, talvolta trasformando il carcere in un vero e proprio tema letterario. Una scrittura di resistenza e di rinascita. Perché scrivere in prigione è l’affermazione di sé contro l’annientamento, per cercare a tutti i costi di restare ancora liberi. Ma è anche un modo per far arrivare la propria voce oltre le mura, trasformando l’esperienza individuale  in  memoria collettiva.

Severino Boezio

L’ambito della scrittura “carceraria” è abitato da tanti illustri personaggi, alcuni noti altri meno: dissidenti, ribelli, delinquenti, esiliati, fastidiosi al regime, tutti costretti a fare i conti con una realtà esecrabile. È quanto accaduto a Severino Boezio, noto filosofo e senatore romano, caduto in disgrazia a causa della sospettosità del sovrano Teodorico, e costretto alla prigionia, durante la quale scrive la sua opera più importante: “De consolatione philosophiae”. Un trattato nel quale narra di un dialogo con la Filosofia, personificata da una donna, che si erge ad amica e offre conforto all’autore in un momento così avverso, ricordandogli che la sua condizione di disagio non richiede nessuna consolazione, perché fa tutto parte di un disegno divino.

Miguel de Cervantes e Diego Hurtado de Mendoza

Anche Miguel de Cervantes finisce in carcere, accusato di appropriazione indebita di denaro pubblico (l’attuale delitto di peculato) nel corso di un’indagine sui vari conti a cui aveva accesso come esattore delle tasse. E fu durante la reclusione al carcere di Siviglia che diede vita a Don Chisciotte della Mancia. Come Cervantes, un altro spagnolo dava nutrimento al suo estro creativo durante la detenzione: è il poeta Diego Hurtado de Mendoza, arrestato con l’accusa di illeciti amministrativi quando era governatore della città di Siena, il quale scrisse in carcere il suo romanzo picaresco “Lazarillo de Tormes“.

Torquato Tasso

Negli stessi anni in cui viveva e scriveva Cervantes, c’era anche un italiano che a Ferrara veniva sottoposto a un carcere durissimo nell’ala riservata ai forsennati dello ospedale Sant’Anna. È Torquato Tasso. Per volontà di Alfonso II d’Este, Tasso venne rinchiuso quando era ancora giovane e lasciato prigioniero per lunghi anni. Ossessionato da allucinazioni e dai fantasmi interiori, incatenato mani e piedi, compone lettere, dialoghi e canzoni, trasferendo nelle sue opere una straziante e dolorosa immagine di un uomo rassegnato, ma mai del tutto vinto, in una costante e disperata attesa della fine della pena.

La rabbia e la lucidità

Sebbene si tratta di pagine pervase dalla disperazione di un uomo, frustrato da un sentimento di rabbia per l’ingiustizia subita, è comunque una scrittura attraverso la quale il poeta tenta in ogni modo di convincere il pubblico della sua lucidità arricchendo le composizioni di riferimenti eruditi ed eleganza retorica, al fine di rassicurare i corrispondenti sulla sua sanità mentale. Perché il carcere, pur nella sua innata durezza, aiuta a distinguere i valori autentici da quelli effimeri e artefatti senza precludere l’esercizio della virtù.

Silvio Pellico

È così che la prigione diventa catalizzatore creativo. Perché la vita del carcere con le sue miserie piano piano si impone con tutta la sua durezza e attraverso la scrittura dei suoi protagonisti si conoscono i discorsi, si percepisce la realtà quotidiana, le miserie di essa. Lo racconta bene Silvio Pellico lasciando ai posteri le memorie di un personaggio scomodo condannato alla reclusione. Trascorrerà quasi dieci anni in carcere in quanto, benché condannato a morte, ottiene la grazia dall’imperatore. Frutto delle sue meditazioni in carcere è l’opera “Le mie prigioni”, un atto di accusa contro il potere austriaco. Un’opera che servì ad alimentare la fiamma nei cuori degli italiani, mostrando la possibilità di amare e servire la patria attendendo con pazienza il momento di agire che culminerà nelle famose giornate del riscatto risorgimentale.

Luigi Settembrini

Uno scritto che riscosse grande e inattesa popolarità tanto da portare il cancelliere Metternich ad ammettere che quelle pagine avevano danneggiato l’Austria più di una battaglia persa. Come Pellico, un altro patriota impegnato nella scrittura carceraria è stato il napoletano Luigi Settembrini, nella sua opera autobiografica “Ricordanze della mia vita”: pagine memorabili sugli anni di prigionia trascorsi sull’isola di Santo Stefano

Thomas Pain

Dietro le sbarre di una cella è stata partorita l’opera più importante del filosofo illuminista Thomas Pain. Dopo essersi dichiarato contrario all’esecuzione di  Luigi XVI fu incarcerato e in cella scrisse “L’età della ragione”, nella quale si scaglia contro le religioni organizzate e afferma che “è compito dell’uomo – e non di Dio – compiere la giustizia, amare la misericordia e cercare di rendere felici i nostri simili”.

Il marchese De Sade

Sempre in Francia, alla vigilia della Rivoluzione Francese, tra le mura della Bastiglia, furono scritte anche “Le 120 giornate di Sodoma” che il marchese De Sade, personaggio eccentrico e dissoluto, più volte processato e condannato per episodi di libertinaggio, vergò in trentasette giorni su un rotolo lungo una dozzina di metri.

Fedor Dostoevskij

Frutto di una personale esperienza carceraria sono anche le pagine di “Memorie da una casa di morti” di Dostoevskij. Un testo esemplare, quale cruda testimonianza autobiografica mascherata da finzione narrativa, in cui l’autore restituisce la  brutalità del carcere siberiano, dove era stato detenuto al fianco di altri uomini brutalizzati dal sistema penale zarista.

Oscar Wilde

Che dire poi del sentimento che traspare dalle pagine del “De Profundis” di Oscar Wilde. Due furono i processi a Wilde, accusato di sodomia dal marchese John Sholto Douglas, per avere avuto una relazione con il figlio Alfred Douglas, al quale dedica l’opera. Famosa è anche la sua “Ballata di Reading” scritta mentre Wilde riorganizzava la biblioteca del famoso carcere Reading Gaol. Nel componimento si percepisce tutta la riflessione sulla pena di morte e sulla necessità del perdono, ma anche tutta la sofferenza di un uomo che era stato tradito.

Bertrand Russel

Nel Novecento, gli scritti carcerari più illustri sono soprattutto quelli delle vittime di persecuzioni politiche. Durante la prima guerra mondiale, per la sua posizione pacifista, il filosofo Bertrand Russell, premio Nobel per la letteratura, venne arrestato scontando sei mesi di detenzione durante i quali trovò il tempo per scrivere la sua  opera principale “Introduzione alla filosofia” matematica, considerandosi “libero da impegni”.

Antonio Gramsci

Anche Antonio Gramsci durante i lunghi anni della reclusione, elaborò riflessioni e appunti destinati a confluire nell’opera “Quaderni dal carcere”. Arrestato dal regime fascista e condannato a oltre  vent’anni di reclusione, Gramsci vedeva nella sua prigionia l’intento del regime di spegnere una voce critica e ridurre al silenzio un intellettuale troppo scomodo per chi deteneva il potere. Ma quel silenzio non ci fu, sconfitto dalla forza di Gramsci di scrivere tra  malattie  e condizioni di vita sempre più precarie.

Ernesto Rossi e Altiero Spinelli

Vittime del regime fascista e costretti al confino furono anche gli autori del Manifesto di Ventotene. Uno scritto frutto delle riflessioni maturate da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante i rispettivi periodi di carcerazione e confino, per giungere al comune approdo dell’antifascismo prima e del federalismo poi.

Carlo Levi

Un’esperienza, quella del confino, che toccherà da vicino anche Carlo Levi accusato di essere un oppositore del regime fascista. Mandato al confino nella provincia materana, qui Levi toccò con mano la triste realtà dell’Italia meridionale scrivendo in quegli anni “Cristo si è fermato a Eboli”, opera divenuta il simbolo della questione meridionale.

Adolf Hitler

Durante questa fase storica, a gettare le basi per una delle più tragiche pagine della storia umana, la Shoah, è un’opera “Mein Kampf” (trad. La mia battaglia) scritta da Adolf Hitler durante la prigionia dopo il fallito colpo di stato. Un testo intriso di odio, razzismo, antisemitismo e nazionalismo estremo, diventato celebre solo dopo l’ascesa al potere del suo autore nel 1933.

Primo Levi

Un’esperienza, quella della prigionia nazista ad Auschwitz testimoniata dalle imperiture pagine di “Se questo è un uomo”, vergate da Primo Levi, il quale prima di giungere nel lager, aveva già vissuto un periodo di detenzione in carcere ad Aosta. Qui, complice i suoi studi scientifici, concepisce l’opera “Carbonio”, narrando le “avventure” vissute da una particella di carbonio, infinite e imprevedibili come le esperienze umane.

Aleksandr Solženicyn

Una vicenda umana, quella dei lager, affine a quella vissuta nei gulag sovietici, come testimonia l’opera “Arcipelago Gulag” scritta da Aleksandr Solženicyn  durante la sua detenzione. Uno scritto simbolo della resistenza morale contro l’oppressione, che gli valse il premio Nobel per la Letteratura.

Nelson Mandela e Mahatma Gandhi

Non meno importante è la testimonianza di Nelson Mandela e Mahatma Gandhi, le cui riflessioni durante i lunghi periodi di detenzione finirono per superare le mura delle carceri per diventare una guida spirituale ed ispirare i movimenti di liberazione in tutto il mondo. Scritti che non si presentano semplicemente come il racconto di una esperienza individuale, ma si ergono ad esempio di come l’individuo possa rispondere alle avversità che il proprio cammino gli presenta trasformandole in opportunità di crescita personale e morale, e in un modello di guida al cambiamento sociale.

Giacomo Casanova

È così che la scrittura si rivela l’unico rifugio, l’unico antidoto in grado di salvare l’uomo da un completo disfacimento, diventando una manifestazione di resistenza, trasformandosi spesso in atto politico, oltre che in un esercizio di sopravvivenza, in certi casi contribuendo persino a cambiare la storia. A ricordarcelo è anche Giacomo Casanova che grazie ad una candela e dei libri da leggere avvertì più sopportabile la sua detenzione tanto da dire: “Se un prigioniero è un letterato, gli si dia un tavolo e della carta e la sua infelicità diminuirà di nove decimi”.

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