La solitudine come prodotto e motore della modernità. Un’analisi sociologica su lavoro, genere, capitalismo e isolamento nella società
Nel discorso contemporaneo, la solitudine è spesso rappresentata come un’esperienza intima, quasi privata, un sentimento soggettivo legato alla mancanza di contatti affettivi o alla difficoltà di stabilire legami profondi. Un problema spesso delegato alla psicologia e alla psichiatria. Tuttavia, una prospettiva sociologica invita a guardare oltre questa dimensione individuale, per riconoscere nella solitudine una struttura sociale, plasmata da trasformazioni storiche, economiche e culturali.
In particolare, la modernizzazione — intesa come processo di razionalizzazione, urbanizzazione, secolarizzazione e individualizzazione — ha ridefinito radicalmente il tessuto dei legami sociali, generando forme nuove e pervasive di isolamento. Ma ciò che rende il fenomeno ancora più complesso è la sua capacità di agire in modo retro-attivo: la solitudine non è solo un effetto collaterale della modernità, ma ne diventa anche un ingrediente funzionale, capace di alimentarne logiche, istituzioni e modelli di soggettività.
Modernità e disintegrazione dei legami
La modernità, fin dalle sue origini illuministe e industriali, ha promosso un ideale di autonomia individuale come valore centrale. L’individuo emancipato dal vincolo comunitario, dalla tradizione e dall’autorità religiosa è stato celebrato come soggetto razionale, libero e responsabile. Tuttavia, questa liberazione ha avuto un rovescio: la disintegrazione dei legami primari.
Già verso la fine del XIX secolo Ferdinand Tönnies opponeva la comunità organica — basata su affetti, parentela e prossimità — alla società moderna — fondata su contratti, interessi e ruoli impersonali. In quest’ultima, i rapporti umani si fanno strumentali, transitori, privi di radicamento emotivo. Il risultato non è solo una maggiore libertà, ma anche una crescente estraneità reciproca.
Egoismo sociale e vuoto normativo
Émile Durkheim introduce il concetto di egoismo sociale, una condizione in cui l’individuo, insufficientemente integrato nei gruppi sociali, perde i riferimenti normativi e affettivi che danno senso alla vita. Non si tratta di solitudine volontaria, ma di un vuoto strutturale, prodotto da una società che dissolve i corpi intermedi senza sostituirli con nuove forme di appartenenza. Con la piena affermazione del capitalismo avanzato, la solitudine assume nuove configurazioni. In questo contesto, la solitudine non è un incidente, ma una condizione sistemica, è ciò che resta quando ogni relazione è subordinata al principio dell’efficienza, della performance o del piacere immediato.
Iperconnessione e isolamento
Parallelamente, l’urbanizzazione e la tecnologia contribuiscono a una paradossale coabitazione tra iperconnessione e isolamento. Come osserva Georg Simmel, la metropoli impone una “riserva mentale” come strategia di sopravvivenza sensoriale: per non essere sopraffatti dal flusso incessante di stimoli, gli individui innalzano barriere emotive. Oggi, questa dinamica si amplifica con i dispositivi digitali, che offrono simulacri di intimità ma spesso indeboliscono la capacità di presenza corporea e di ascolto reciproco.
Nella società postfordista, il lavoro non è più solo un mezzo di sostentamento o un luogo di socializzazione, ma un principio organizzativo dell’identità stessa. Tuttavia, la diffusione del lavoro precario — intermittente, frammentato, digitalizzato e spesso individualizzato — ha trasformato radicalmente questa funzione socializzante, generando forme nuove e pervasive di solitudine.
La desocializzazione del lavoro
A differenza del proletariato fordista, che trovava nella fabbrica uno spazio collettivo di confronto, solidarietà e lotta, il lavoratore precario opera spesso in isolamento: da casa, in collaborazione e condivisione operativa, anonimi, su piattaforme digitali che cancellano ogni traccia di contatto umano diretto. Il collega non è più un compagno di reparto, ma un avatar concorrente nello stesso mercato globale del lavoro.
Questa desocializzazione del lavoro ha conseguenze profonde. Innanzitutto, indebolisce la capacità di costruire solidarietà orizzontali. Senza spazi condivisi, senza routine collettive, senza un “noi” stabile, diventa difficile riconoscere interessi comuni. In secondo luogo, alimenta un senso di responsabilizzazione individuale: se perdi il lavoro, è colpa tua. La solitudine qui non è solo affettiva, ma politica.
La solitudine non è vissuta allo stesso modo da tutti. Il genere — inteso come costruzione sociale delle identità maschili e femminili — modula profondamente chi è autorizzato a sentirsi solo, chi può ammetterlo, e quali risorse ha per affrontarlo.
Solitudine femminile e invisibilità
Per le donne, la solitudine è spesso legata alla doppia presenza, quella nel mercato del lavoro e quella nella sfera domestica. Anche quando lavorano fuori casa, molte donne continuano a portare il peso principale della cura. Questo sovraccarico può generare una solitudine paradossale: essere circondate da persone, ma non essere viste né riconosciute.
solitudine maschile e silenzio
Per gli uomini, invece, la solitudine assume spesso una forma più silenziosa e patologica. La mascolinità egemonica scoraggia l’espressione della vulnerabilità. Di conseguenza, molti uomini vivono la solitudine in modo interiorizzato e non verbalizzato, con gravi conseguenze per la salute mentale.
Se la modernizzazione produce solitudine, è altrettanto vero che la solitudine alimenta la modernizzazione. L’individuo solo è più mobile, più flessibile, più governabile. In questo senso, la solitudine diventa una condizione funzionale al capitalismo contemporaneo.
La solitudine genera domanda di beni e servizi sostitutivi. Social media, piattaforme di dating, consumo esperienziale prosperano sull’ansia di connessione. La solitudine, così, diventa una merce.
Democrazia e frammentazione
Un corpo sociale frammentato in individui isolati è vulnerabile alla polarizzazione, alla manipolazione e all’apatia politica. In questo senso, la solitudine non è solo un sintomo della crisi della modernità, ma anche un fattore che ne blocca la possibilità di autoriforma.
Riconoscere il circolo vizioso tra modernizzazione e solitudine non significa condannare la modernità, ma reinventarla. Cooperative abitative, reti di mutuo soccorso, sindacati del precariato e spazi femministi indicano strade possibili per ricostruire legami senza rinunciare alla libertà individuale.


















