Il ballo accompagna l’umanità da oltre quindicimila anni. Risalgono a oltre quindicimila anni fa le prime raffigurazioni rupestri che molti studiosi di oggi interpretano come scene di danza collettiva
“Così come la lucertola è il riassunto del coccodrillo, così il tango può essere il riassunto di un’intera vita”, disse Paolo Conte. Non parliamo soltanto di tango, in questo caso, ma la similitudine rende bene l’idea: il ballo, inteso come movimento ritmico del corpo accompagnato o meno da suoni, è l’incipit comune di un’infinità di storie intrecciate le une alle altre, affluenti di un’unica grande origine. Il ballo è, di fatto, una delle forme di espressione non verbali più antiche dell’essere umano: prima ancora della scrittura, prima della musica strutturata, il corpo in movimento è stato un mezzo fondamentale di comunicazione, coesione sociale e ritualità; non a caso, le sue origini si intrecciano con la storia stessa dell’umanità. E fin dove il ballo allunga le proprie radici?
Dalle pitture rupestri al rito collettivo
Non esistono prove dirette del “ballo” nel Paleolitico, poiché il movimento corporeo, in questo specifico caso, non ha lasciato tracce materiali evidenti. Tuttavia, esistono raffigurazioni rupestri che molti studiosi interpretano come scene di danza collettiva. Un esempio frequentemente citato è quello delle pitture della Grotta dei Tre Fratelli (“Les Trois Frères”), in Francia, datate a circa 15.000 anni fa, dove compare una figura antropomorfa in posizione dinamica – in più studi interpretata come figura sciamanica; altre pitture, in Spagna, nel Levante iberico (e risalenti al Mesolitico), mostrano gruppi di figure umane disposte in cerchio o in fila, in atteggiamenti che suggeriscono movimento coordinato.
Dal momento che è impossibile conoscere con certezza le tradizioni di un’epoca tanto lontana, non tutti gli studiosi identificano quei movimenti come delle danze. Quasi sempre il movimento rituale collettivo era parte integrante delle società preistoriche anche solo quando si trattava di caccia, fertilità, passaggi di status e pratiche spirituali; era, insomma, a tutti gli effetti, un linguaggio.
Antichità classica tra sacro e controllo
Nelle società tribali storicamente documentate (parliamo quindi di Africa, Oceania, Americhe, Asia), la danza ha sempre avuto una funzione precisa: rituale, sociale, terapeutica o simbolica; antropologi e studiosi hanno evidenziato come la danza fosse uno strumento per rafforzare l’identità del gruppo, trasmettere miti e regolare le emozioni collettive.
Queste danze non erano intrattenimento nel senso moderno, ma atti socialmente necessari, spesso regolati da norme rigide. Il ritmo, prodotto da percussioni o dal corpo stesso, favoriva stati di trance o concentrazione collettiva, fenomeni ampiamente documentati.

Nell’antica Grecia la danza (orchesis) assunse una nuova dimensione: era considerata una forma d’arte e di educazione, tanto che Platone e Aristotele ne parlavano come strumento di formazione morale e fisica. Le danze erano parte integrante del teatro, dei riti religiosi e delle feste civiche, erano uno strumento per elevarsi, quasi al pari delle preghiere.
Roma, dal canto suo, eredita molte pratiche greche ma le rielabora in chiave più pragmatica. A differenza di quanto accadeva in Grecia, a Roma la danza non godeva sempre di alta considerazione morale, soprattutto per i cittadini maschi adulti, ma era diffusissima in ambito religioso e popolare.
Medioevo e rinascimento: comunità e potere
Nel Medioevo europeo la danza non scomparve, nonostante le frequenti condanne (principalmente per ragioni morali e di costume) da parte di alcuni ambienti ecclesiastici ed anzi, rimase largamente praticata in contesti popolari: feste agricole, matrimoni, celebrazioni stagionali.
Proprio come in una coreografia che aumenta la complessità e la ricchezza dei passi man mano che la musica diventa più battente, durante il Rinascimento la danza compì un passaggio fondamentale: da pratica prevalentemente popolare e rituale divenne anche linguaggio codificato dell’élite.
Dal balletto alla liberazione del corpo
Tra XVII e XVIII secolo la danza continuò a muoversi su due binari paralleli e si scinde. Da un lato, il popolo mantenne danze tradizionali legate alle feste, ai cicli agricoli e alla vita comunitaria; dall’altro, le classi sociali più alte svilupparono forme sempre più strutturate, che confluirono nella nascita del cosiddetto “balletto”.
Con il XIX secolo, e in particolare con la diffusione del valzer, il ballo cambiò nuovamente pelle. Nel XX secolo il ballo subì una trasformazione radicale. Con il jazz, il rock’n’roll e poi la musica elettronica, il movimento si liberò dalle strutture rigide del vis-à-vis.
Tarantella alle discoteche
Una menzione a parte meritano le danze popolari, come la tarantella e la pizzica. Danza tipica dell’Italia meridionale, le cui prime attestazioni scritte risalgono al XVI secolo, la tarantella è legata al fenomeno del tarantismo.
Con l’urbanizzazione e la nascita della società industriale, nacquero i balli di coppia, i lenti e le balere, fino all’affermazione delle discoteche come spazi di espressione corporea anonima e collettiva.
Nulla nasce nulla muore
Dalla preistoria alle discoteche, il ballo ha sempre risposto a un bisogno fondamentale: muoversi insieme per dare senso all’esperienza umana. Cambiano le forme, i luoghi e le musiche, ma resta costante la funzione sociale e simbolica.
Il ballo come la fisica, dunque: un luogo non tangibile in cui nulla nasce, nulla muore, ma tutto si trasforma e finisce, appunto, col riassumere la vita: un inizio lento, un prosieguo ritmato, una chiusura placida. Un po’ di fiatone, le mani lungo il corpo, qualche piede pestato e se tutto va bene, alla fine, un inchino e un applauso.


















