L’8 gennaio di vent’anni fa, a Milano, si spegneva il “re del décollage”, la tecnica del manifesto lacerato dai muri
«Io incollo i manifesti, poi li strappo: nascono forme imprevedibili. Ho abbandonato la pittura di cavalletto per questa protesta. Se avessi la forza di Sansone incollerei Piazza di Spagna, con certe sue tinte autunnali, morbide e tenere, sui piazzali rossi al tramonto del Gianicolo…». Parlava così Mimmo Rotella, il genio del décollage che dello strappo ha fatto il suo Dna creativo. Un gesto iconico e non casuale. «Strappare manifesti dai muri è la sola compensazione, l’unico modo di protestare contro una società che ha perduto il gusto del cambiamento e delle trasformazioni favolose».
Da Catanzaro a Milano
Rotella muore venti anni fa, l’8 gennaio del 2006 a Milano. Aveva 87 anni e alle spalle una vita che sembra un romanzo. Artista legato al Nouveau Réalisme e alla Pop Art, era nato in Calabria, a Catanzaro il 7 ottobre del 1918 in vico dell’Onda, al civico 7. Qui era tornato nel 2005 per l’inaugurazione de “La casa della memoria” da lui voluta. L’uomo del décollage era emozionato. Quella casa era il luogo dei ricordi più struggenti e intimi. Era la casa-bottega della mamma modista che con nastri e stoffe creava cappelli all’ultimo grido.
La casa-bottega
Una scatola dei balocchi, così doveva sembrare agli occhi di quel bambino incuriosito e stregato da tutte quelle forme, tessuti e colori. «È la mia infanzia, le mie radici. La casa dove ho fatto i primi acquarelli, il luogo caro della memoria, degli affetti e il luogo da cui sono partito». Il giorno del grande ritorno in quella casa-matrioska diventata un piccolo museo, bastava incrociarne lo sguardo per percepire che quel tornare era come riannodare i fili. Un fare pace col tarlo delle radici sempre vivo, anche quando successo e notorietà erano arrivati. Anche quando la vita era giunta all’ultimo miglio e Rotella esprime il desiderio di essere seppellito nella sua città.
La valigia in mano
Partenze e ritorni. Punti di rottura e punti di sutura. Le vite di certi artisti sono fatte anche di questo e quella di Rotella è una storia con la valigia in mano. Lui, che nello strappo dei manifesti dai muri aveva trovato il gesto dissacrante e creativo per una lettura nuova del contemporaneo e di ciò che lo circondava, era destinato ad essere cittadino del mondo. Nel suo passato anche un posto da disegnatore al ministero delle Poste e Telecomunicazioni a Roma. Il suo destino, però, non era in giacca e cravatta. La strada da percorrere era un’altra. E su quella strada ci saranno Napoli, Roma, Milano, Parigi.
In America
E ci sarà l’America dove conosce Rauschenberg, Pollock, Kline e Warhol. Un legame felice con il Paese a stelle e strisce. Celebre la sua opera “Viva l’America” del 1963 dedicata a Kennedy. Sulle strade americane, però, Rotella non incontra solo i grandi dell’Arte contemporanea. Incontra gli italo-americani: i loro sogni e i loro tic. Nando Moriconi, il giovanotto impersonato da Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma” che davanti a un piatto di pasta esclama «Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno…!», deve a Rotella qualcuna delle sue sfumature.
Un “americano” a Roma
La storia viene raccontata più o meno così. È il 1952. Rotella è rientrato a Roma da Kansas City negli Stati Uniti, dove era rimasto per circa un anno come artista residente all’omonima Università del Missouri. Ed è lì che incontra e frequenta molti italo-americani. Ne cattura il gergo, i modi, le maniere e il lessico. Quei mesi americani lasciano il segno. Rotella non è ancora l’artista conosciuto e il rientro in Italia è una scommessa. A Roma è solito girare – nei locali fra piazza del Popolo e via del Babuino – indossando camicie, giacche e cappelli che non passano inosservati. All’americana, appunto. Cercava di far colpo, fingendo una familiarità con l’inglese americanizzato, che, invece, aveva imparato da poco. «Come dite voi in italiano?», andava chiedendo…
Nando Mericoni
«A Roma avevo l’impressione che tutti vestissero male, fossero dei poveracci. Un po’ per volta rividi i miei amici a cui raccontai le mie avventure americane. Il giovane regista Lucio Fulci fece un film comico con Alberto Sordi al quale faceva sempre nominare Kansas City. Aveva talmente sentito parlare da me di questa città che in tutta Italia divenne famosa. Fu una vera fortuna che quell’anno fossi rientrato in Italia». Sarebbe nato proprio in questo modo il fortunato e irresistibile personaggio di Ferdinando “Nando” Mericoni, noto anche come Nando Moriconi a seconda dei film interpretati, romano di Trastevere innamorato di tutto ciò che è americano e portato al successo da Albertone grazie alla commedia diretta da Steno.
Il debutto
Non solo America e miti a stelle strisce, però. Prima, gli esordi espositivi datati 1947. Il debutto è alla Mostra Sindacale di Arti Figurative. Nel 1951 la prima personale, con opere astratto- geometriche, alla Galleria Chiurazzi di Roma. Stesso anno per il primo contatto con gli artisti francesi a Parigi al “Salon des Realistés Nouvelles”. Quindi, Roma e un lungo periodo di crisi, durante il quale Rotella interrompe la produzione pittorica. Convinto che tutto in arte fosse già stato fatto, cambia rotta con quella che definisce «illuminazione Zen»: la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica, come messaggio alla città.
Il décollage
Nasce il décollage incollando sulla tela pezzi di manifesti strappati per strada. Mette insieme il collage dei cubisti e la matrice dadaista. Dallo strappo all’opera d’arte, il passo è breve. È il 1955, a Roma, quando in una mostra intitolata “Esposizione d’arte attuale”, rende pubblico per la prima volta il “manifesto lacerato”. Pratica il cosiddetto “doppio décollage”: il manifesto staccato prima dal muro e, poi, di nuovo in laboratorio. In quegli anni si serve anche dei retro d’affiche. Iniziano a giungere i primi riconoscimenti.
La poesia fonetica
Lungo il suo percorso creativo non solo quadri ma anche la poesia fonetica o epistaltica. Siamo nel 1949 e il giovane Rotella inventa la poesia fonetica, da lui battezzata col neologismo “epistaltica”. Si tratta di un insieme di parole, anche inventate, di fischi, suoni, numeri ed iterazioni onomatopeiche. “HY Buddy! Non è permesso ballare. Stop dancing”. Un verso che potrebbe essere del Kerouac di “On the Road”, invece, è firmato Mimmo Rotella. Anche con le parole e i suoni Rotella provoca, lacera il silenzio o si interfaccia col rumore. Così nascono le poesie epistaltiche dai nomi poco convenzionali come “Catù”, “Tokyo Kyoto”, “Ginkgo biloba”, “Ventimila anni avanti Cristo”, “Thank you”.
Paladino della provocazione intelligente
Con la morte di Rotella l’arte contemporanea perde uno dei paladini di una provocazione artistica sempre intelligente. Mai superflua. Perché nello strappo di Rotella il gesto dissacrante, privo di orpelli, restituiva una visione del tutto nuova del quotidiano nutrita altresì dalla lezione della Pop Art, di Andy Warhol come di Roy Lichtenstein e Robert Rauschenberg.
Le icone
Rotella come la Pop Art si interfaccia con icone prese a prestito dal mondo del cinema e dello spettacolo: da Marilyn Monroe a Liz Taylor, da Anita Ekberg a Elvis Presley, da Brigitte Bardot a Sophia Loren, da Rock Hudson a Frank Sinatra ai Beatles. Icone ma anche loghi come quello della Coca Cola (e non solo). In questo modo l’oggetto diventa feticcio e l’immagine si riproduce in un processo artistico di cristallizzazione storica. L’importanza del maestro del décollage nel panorama internazionale è rintracciabile pure nel nuovo millennio.
I riconoscimenti
Rotella nel 2002 viene insignito della medaglia d’oro per le Arti visive dall’allora presidente Ciampi e adottato da Taormina per un manifesto del Festival del Cinema. È il 9 febbraio 2016 quando da Phillips a Londra viene battuto all’asta “Untitled” (1964), un grande décollage a tema cinematografico con la cifra record di un milione di sterline pari a un milione e 400mila euro. Segnale evidente di come pure il mercato dell’arte dia fiducia all’artista Rotella. Non a caso le grandi gallerie americane, si mettono in movimento per rastrellare sul mercato internazionale le sue opere storiche, cioè quelle nate intorno agli anni Sessanta.
Il film-documentario
Il resto è la storia di un uomo e un artista che è possibile ritrovare ancora nel film documentario “L’ora della lucertola” di Mimmo Calopresti (2004). il cui titolo prende le mosse da una tradizione popolare calabrese e dalla raccomandazione che la madre dell’artista faceva al figlio ragazzetto di non uscire nei caldi pomeriggi d’estate. Un lavoro su pellicola in cui Rotella racconta, tra il serio e il faceto, la sua vicenda artistica ed umana. E lo ritroviamo in “Autorotella. Autobiografia di un artista” (prima edizione SugarCo, 1972). Ma “Autorotella” si chiamerà anche una mostra con venti autoritratti – compresa un’opera che ritrae la figlia Asya – prevista per l’8 gennaio alla Casa della Memoria di Catanzaro. Il filo si riannoda ancora una volta.
Omaggi, memorie e retrospettive
A vent’anni dalla scomparsa Palazzo Ducale di Genova dedica a Rotella una grande retrospettiva. La mostra intitolata “Mimmo Rotella. 1945–2005” è curata da Alberto Fiz e realizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella. Il percorso espositivo ripercorre «oltre sessant’anni di attività dell’artista restituendo la complessità e l’attualità di una ricerca che ha segnato in modo radicale il rapporto tra arte, immagine e società contemporanea» raccontano le note di presentazione.
L’esposizione
Aperta al pubblico dal prossimo 24 aprile al 13 settembre 2026, l’esposizione analizza l’intero arco creativo di Rotella, dalle prime sperimentazioni astratte del secondo dopoguerra, influenzate dal surrealismo, fino alle Nuove Icone degli ultimi anni, realizzate attraverso collage e sovrapitture in cui l’universo mediale viene nuovamente sottoposto a un processo di destrutturazione e risignificazione. Oltre cento opere provenienti da musei, fondazioni e collezioni pubbliche e private internazionali lungo cinque sezioni tematiche. Il fulcro è il décollage, definito come «il gesto-simbolo più radicale di Rotella». Lo strappo diventa un atto assoluto e dirompente, capace di aprire nuovi varchi alla percezione e di ridefinire il rapporto tra arte e vita. Come afferma il curatore Alberto Fiz, «non conta più ciò che si trova in superficie, ma l’aspetto frammentario e frammentato di una dimensione reale destinata a modificarsi sotto lo sguardo complice dell’osservatore». Allestita nelle sale medievali di Palazzo Ducale, la mostra è arricchita da materiali d’archivio e documenti audiovisivi.
I lavori più emblematici
«Celebrare Mimmo Rotella a vent’anni dalla scomparsa significa riconoscere, anche nell’epoca dei social media, la sorprendente attualità del suo sguardo e la forza di un’arte che continua a interrogarci sul ruolo delle immagini, sulla fragilità della memoria e sulla bellezza del disordine creativo», sottolineano ancora le note di presentazione dell’evento espositivo. In mostra a Palazzo Ducale figurano alcuni dei lavori più emblematici dell’artista, tra cui “Naturalistico” (1953), collage su tela con specchi e vetro, “La tigre” (1962), “Il punto e mezzo” (1963), tra i primi interventi sul mondo pubblicitario, e “Tenera è la notte” (1962), accanto a una selezione di opere dedicate a Marilyn Monroe. Tra i lavori più tardi spiccano un grande “Senza titolo” degli anni Novanta, décollage su lamiera di tre metri, e “Attenti”, ultimo grande décollage realizzato da Rotella.


















