Dal subligaculum dei romani alle braghesse del ‘700: dagli slip ai tanga, la corsa a coprire (e a scoprire) le “vergogne” delle parti intime
Una storia intima che di intimo, però, ha solo il sinonimo. Delle mutande si è sempre parlato. A voce bassa, tra le mura domestiche o nei luoghi castigati dal pudore, dalla censura o dalla morale. A voce alta, quando per una qualche ragione ma anche per la loro assenza si è gridato allo scandalo.
Con loro abbiamo a che a fare ogni giorno. L’etimologia parla chiaro: mutande dal latino mutandae, «mutarsi» gerundivo di mutare «cambiare» e dunque: cambiare spesso. Mutande, mutandine, slip, culotte, brasiliana, perizoma, o boxer: comunque si chiamino le trovi nei cassetti delle camere da letto ma anche nell’immaginario. Al cinema, in televisione o nella pubblicità. E anche nella Storia dell’arte. E non in una narrazione qualsiasi ma in quella del Giudizio Universale quando alla morte di Michelangelo, Daniele da Volterra viene incaricato da Papa Giulio III di coprire le parti nude – o vergogne come si chiamavano – presenti nel capolavoro con le famose braghe dipinte, guadagnandosi il soprannome eterno di Braghettone. Fantasie e vanità nella storia delle mutande fanno il paio con le necessità dettate dall’igiene, dalla comodità e dall’estetica.
Quel piccolo lembo di stoffa racconta di noi più di quanto si pensi e scavalla i secoli.
Chi l’avrebbe mai detto, ad esempio, che il potente faraone egizio Tutankhamon avesse una passione per gli antenati degli slip (dall’inglese to slip: «scivolare, indossare o togliere in fretta»)? Nella sua tomba sono stati ritrovati esemplari preziosi e raffinati. Proto-slip a partire dai quali si apre un capitolo dedicato al longevo triangolo adoperato per celare la nudità. Il termine slip, pare sia stato utilizzato per la prima volta nel 1913. Ma la svolta arriva il 19 gennaio del 1935, quando la Coopers, Inc. (Jockey International) a Chicago commercializza un modello con apertura a Y. Il nome? Jockey. Al maschile fantino, al femminile fantina. Passano solo tre anni e nel Regno Unito vengono venduti per la prima volta. Siamo nel 1938 ed è un successo: 3000 paia a settimana. Dobbiamo poi andare al Torneo di Wimbledon del 1949 per vedere il primo vero e proprio slip da donna sotto la gonnellina corta della tennista americana Gussie Moran.
Epoca che vai, usanza che trovi.
Gli antichi greci non si ponevano il problema e non indossavano indumenti per coprire le parti intime. I romani, invece, utilizzavano il subligaculum: una sorta di panno di lino che passava sotto l’inguine e si legava sui fianchi. Lo usavano sia gli uomini che le donne ma in determinate occasioni: il lavoro, il palco, la lotta. Nell’arena gladiatoria, il subligaculum era l’unico indumento indossato dai combattenti.
Questione di usi, costumi e centimetri di stoffa e dal proto-slip si arriva alla proto-mutanda.
Le regine dell’intimo devono a una testa coronata la loro rivalsa, con buona pace di Isabella d’Este e Lucrezia Borgia che le avevano pure adottate. La grande protagonista è lei: Caterina de’ Medici: regina di Francia nata a Firenze nel 1519 e morta al castello di Blois nel 1589. Regina della moda, delle raffinatezze, della sensualità, l’italiana Caterina alla corte francese è quella che più di tutte ha cambiato la vita quotidiana. Con lo sguardo lungo e le intuizioni di una donna pratica che prima e meglio vede le cose utili, comode e belle non le sfuggono neanche i dettagli. Così, la regina amazzone intuisce che in groppa al cavallo con entrambe le gambe da una sola parte serviva la giusta biancheria intima. Mutande molto diverse da quelle che indossiamo oggi ma che assicuravano l’eleganza al galoppo e salvavano le intimità da occhi indiscreti. Si trattava di una sorta di pantalone corto al ginocchio impreziosito dalle dame di corte con pizzi e ricami. Strette e attillate, in cotone o fustagno, le mutande da galoppo di Caterina presero subito piede tra le nobildonne francesi e da lì in tutta Europa. Complici vanità e fantasia iniziarono a circolare versioni sempre più preziose in tessuti d’oro e d’argento.
Fogge pensate per essere intraviste, se non mostrate, e per questo ritenute peccaminose dalla Chiesa, che si oppose al loro utilizzo fino alla fine del ‘700.
Da lussuose a lussuriose, il passo è breve. Le “braghesse” al ginocchio o alla caviglia, vengono indossate con malizia e civetteria da prostitute popolane e cortigiane d’alto rango. Le nobildonne non potevano indossarle, mentre le prostitute dovevano: ed entrambe per salvare il pudore, come qualcuno ha ricordato. Un paradosso che la dice lunga su come i divieti e obblighi possono fare da spartiacque nella società .
All’inizio dell’Ottocento, però, le mutande col curioso nome di “tubi della decenza” diventano parte della biancheria femminile: il modello era formato da lunghe brache tubolari ben nascoste.
Vietato pure nominarle, i “tubi della decenza” trovano nella crinolina una complice perfetta. Quella sorta di gabbia il cui nome deriva dal tessuto fatto con il crine dei cavalli sosteneva e rendeva gonfie le gonne. Sotto? I mutandoni di pizzo. Sopra? Una sottana di flanella, tre di percalle e quattro di mussolina inamidata. Una tortura al pari del corsetto con le stecche di balena o di vimini che donava posture impeccabili e generose scollature. Una tortura “democratica” poiché adottata per diverse circostanze non solo dalla media borghesia, ma anche dai ceti più bassi. Per infilarsi nella Storia con la S maiuscola poi a volte basta la biancheria intima. Basta la cronaca fatta a proposito dell’attentato di Orsini contro l’imperatore Napoleone III di Francia: «Chi poté gloriarsi nella disgrazia fu la crinolina. Una signora è stata preservata dalle schegge della bomba dalla quantità delle sue sottane, i proiettili si fermarono tra gli apparecchi inamidati e ovattati». Sarà andata proprio così? Di certo, il racconto è gustoso. E veniamo al Novecento una cavalcata che passa dalle mutande fru fru tutte pizzi e lazzi delle ballerine di Can-can insieme a quelle delle sciantose, agli slip sempre più slip degli anni Sessanta complice la minigonna di Mary Quant. E poi i tanga brasiliani da non confondersi con i moderni perizoma, i cui prototipi si rintracciano anche in antiche tribù primitive e il cui nome deriva dal greco perizonnymi cingere attorno, composto a sua volta da perì “attorno” e zonnymi “cingere”. Non mancano i boxer da uomo. Simili nella forma ai pantaloncini dei pugili (in inglese boxer, appunto), da cui prendono il nome si diffusero dopo il 1925.
Strada facendo, anche sotto i vestiti i tabù iniziano a cadere e le forme delle mutande seguono i cambiamenti degli usi e dei costumi (anche sessuali). Non è detto, però, che meno centimetri di stoffa siano eguali a più fantasie amorose. Anzi. A voler dar retta alle parole di Eugenio Montale (citato in Enzo Biagi, Mille camere, 1984): «Quando il sesso era misterioso aveva un certo fascino che ora non ha più. I nostri antenati amavano donne che portavano sei paia di mutande e destavano passioni che oggi non suscitano più».
Saranno quindi cinema, pubblicità e televisione a raccontarci il proseguo di questa storia.
Sul Grande schermo si va dalla leggendaria scena a gambe accavallate e senza mutande della Sharon Stone di “Basic Instinct” alla Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza” con la gonna che svolazza per l’aria proveniente da una grata della metropolitana in una calda estate newyorchese. Un dettaglio intimo che fa il giro del mondo. Si dice che per girare la scena a causa della gelosia dell’allora marito Joe DiMaggio, Marilyn fu costretta ad indossare non uno ma due paia di mutande. L’espediente però non impedì di rendere mitica la protagonista e lo svolazzo malandrino sui tacchi. Calze, vestaglia di flanella, frittata di cipolla e mutandoni ascellari: è il ritratto che si fa dell’indimenticabile Fantozzi interpretato da Paolo Villaggio.
E ora la pubblicità: da Michelle Hunziker scelta a 17 anni per lo spot e i manifesti degli slip “Roberta” con un lato B perfetto a Jodie Foster. Lei, aveva solo tre anni quando in una iconica pubblicità televisiva degli anni ’60 per un abbronzante Coppertone interpretava una bambina bionda con le treccine che veniva importunata da un cagnolino nero che cercava di tirarle giù lo slip del costume da bagno. Qualche anno dopo Jodie avrebbe girato “Taxi Driver” di Scorsese a fianco di Robert De Niro, che le fece guadagnare la sua prima candidatura agli Oscar nel 1977. In televisione le mutande finiscono spesso sotto i riflettori. Fa rumore e alza la temperatura la Belen del Sanremo con farfallina tatuata inguinale in abito audace e slip invisibile. Di recente ospiti di “Belve”, Stefania Sandrelli e Martina Colombari confessano senza filtri a Francesca Fagnani di non indossare per motivi diversi mutande o slip in alcune circostanze. «Mi danno fastidio», ammette la Sandrelli con la sua irresistibile, soave onestà mista a un pizzico di gioiosa ironia.
Ma, le mutande possono essere anche il più intimo dei portafortuna nell’ultima notte dell’anno. Il colore, però, è uno e uno solo: il rosso. Per sapere quando il mondo a Capodanno si è scoperto superstizioso bisogna tornare indietro nel tempo. Per alcuni fino al 31 a.C, ai tempi dell’imperatore Ottaviano Augusto quando, in occasione del Capodanno romano sia gli uomini che le donne erano soliti indossare vesti scarlatte, simbolo di prosperità. Ma quando e perché dalla tunica si è passati all’intimo rosso benaugurante? La risposta questa volta ci conduce nel Medioevo quando la zona inguinale veniva coperta con una stoffa vermiglia per difendersi dalla sfortuna. Sarà vero? Resta il fatto che l’intimo rosso è sul podio dei riti scaramantici e augurali di fine anno da tempo immemore e a nessuno viene in mente di depennarlo dalla lista degli scongiuri. Non si sa mai. Per fortuna ci hanno lasciato le mutande.


















