Il giurista, già membro della Corte costituzionale, in dialogo con l’Altravoce: anche dopo il No al referendum c’è spazio per le riforme. Partiti troppo deboli, ritrovino coesione
Le conseguenze del referendum sulla giustizia, le riforme mancate e quelle da fare, le prospettive del governo e le primarie dell’opposizione, la politica estera e le scelte dell’Europa. Di questo e altro abbiamo discusso con Sabino Cassese, uno dei massimi esperti italiani di diritto pubblico, con una lunga carriera accademica nelle più importanti università italiane, giudice della Corte Costituzionale dal 2005 al 2014.
Come valuta l’esito del referendum? Perché il No ha vinto?
«Ha vinto per un problema di interpretazione della domanda referendaria dall’una e dall’altra parte. Da parte dei proponenti, perché hanno presentato il referendum come un referendum contro la magistratura, non per un suo migliore funzionamento. Da parte degli oppositori, perché hanno interpretato il referendum come una violazione costituzionale».
Come dobbiamo interpretare la grande partecipazione di giovani? C’è un ritorno della sinistra? Quanto hanno contato le mobilitazioni propal e anti-Trump?
«Come la prova di un bisogno insoddisfatto di politica fatta di progetti e programmi, non ti battibecchi».
La campagna referendaria mostra che l’Italia vive di tribalismo ideologico e che il sistema bipolare italiano è basato sulla delegittimazione dell’avversario?
«C’è un problema di fondo, che è quello dell’esaurimento delle grandi correnti ideali che hanno mosso l’800 e il 900 (liberalismo, nazionalismo, socialismo, popolarismo, comunismo), e un problema contingente costituito dall’incapacità della classe politica di fare un’offerta consistente in piattaforme maturate nel dibattito interno dei partiti. Dal punto di vista organizzativo, c’è l’esaurimento della forma partito: pochi iscritti, vita democratica interna inesistente, assenza di congressi nazionali, carriere politiche che iniziano con l’iscrizione alla segreteria nazionale, verticalizzazione, eccesso di potere dei segretari nazionali, inesistenza di un’attività di formazione di quadri».
Come si supera questa situazione?
«Il superamento di questa situazione e dei tre inconvenienti non è facile. È necessaria capacità di analisi delle domande politiche, di determinazione di un’offerta politica – che non può avvenire se non in dialogo tra leader politici e società – e poi si tratta di costruire intorno ai nuovi movimenti ideali quei movimenti sociali che possano corrispondere, come robustezza, a quelli che si sono andati esaurendo o che hanno esaurito la fase propulsiva».
La maggioranza di centrodestra ha mostrato di credere poco alla sua stessa riforma? Il suo tratto tradizionale – giustizialismo, securitarismo, autoritarismo – ha prevalso su una battaglia garantista?
«Bisogna evitare due errori opposti. Il primo è quello di dare un eccesso di significati al referendum e al suo risultato. Il secondo è quello di non dare ad esso nessun significato. La domanda riguardava una riforma della giustizia avviata attraverso la sua cornice costituzionale. La risposta è stata che per la giustizia c’è bisogno di una riforma, ma non partendo dalla cornice costituzionale».
GUARDA Riformare la giustizia dopo il no al referendum. IL VIDEO
La riforma era un’attuazione del giusto processo con garanzia del giudice terzo e maggiore tutela dei cittadini: possiamo dire che l’Italia non è ancora un paese liberale?
«Mi sembrano conclusioni affrettate. La terzietà del giudice è disposta già dalla Costituzione vigente. Compito del governo e della maggioranza è di dare ad essa attuazione attraverso la legislazione ordinaria. Non dimentichiamo che è sempre in vigore l’ultimo comma dell’articolo 107 della Costituzione, secondo il quale è la legge ordinaria che deve stabilire le garanzie per i pubblici ministeri».
Quali riforme si possono fare con la legge ordinaria?
«Con legge ordinaria si potrebbe rivedere la distribuzione delle sedi giudiziarie sul territorio, determinare la distribuzione razionale dei magistrati in relazione alla domanda di giustizia, stabilire i criteri di produttività dei magistrati, accelerare i giudizi per evitare i quattro milioni di cause pendenti e le durate pluriennali dei tre gradi di giudizio. Con atti amministrativi o regolamentari si potrebbe evitare che vi siano centinaia di magistrati che non svolgono nessuno dei due compiti della magistratura, bensì compiti amministrativi. C’è quindi ampio spazio per affrontare il problema della giustizia ingiusta, perché lenta, senza modificare la cornice costituzionale».
Dal referendum esce rafforzata la magistratura organizzata arroccata nel suo corporativismo irresponsabile basato sullo scambio e sull’invasione della sfera politica. Dobbiamo temere la recrudescenza del giustizialismo? C’è il pericolo di una repubblica giudiziaria?
«Questo è il vero pericolo, che trova la sua origine in più fattori. Innanzitutto, in una debolezza della stessa classe politica. In secondo luogo, nell’opinione pubblica, che si è quasi abituata a vedere nei giudici una sorta di autorità morale del Paese. In terzo luogo, nel silenzio della pubblica amministrazione che rappresenta un potere, quello esecutivo, inerte o inascoltato. In quarto luogo, nell’auto-investitura di alcuni pubblici ministeri che pretendono di rappresentare l’autorità morale nella società. Infine, nell’assenza di un “guardalinee”, che faccia rispettare alcune regole essenziali».
Con la vittoria del No si chiude definitivamente la stagione delle riforme? È l’onda lunga della sconfitta del 2016? L’Italia è un paese irreformabile? In 90 anni di vita che bilancio può fare dal suo osservatorio privilegiato?
«Le riforme non si fanno con l’accetta. Debbono essere accuratamente preparate, se ne devono esporre i motivi, vanno discusse, in modo da trovare persone che facciano da traino, non richiedono necessariamente modificazioni della cornice costituzionale; infine richiedono un passo costante, continuo, e una cultura che non si accontenti dell’esistente, là dove esso ha prodotto danni».
Come valuta l’operato di Meloni finora? Quali sono stati i suoi punti di forza e di debolezza?
«Una politica estera attiva, una relativa pace sociale all’interno, una relativa capacità di ascolto degli interessi, una notevole abilità di superare le divergenze tra coalizioni non completamente omogenee. Questo si accompagna ad un’assenza di prospettazione di futuri possibili, ad una debolezza di troppi tasselli dell’azione di governo, a partire da alcuni “numeri due e tre”, da una scarsa mobilitazione delle forze vive del Paese».
Come dovrebbe cambiare l’azione di governo? Quali suggerimenti può dare?
«Il mio unico suggerimento sarebbe quello di partire da un’analisi accurata delle condizioni del Paese, non solo quelle economiche, ma anche quelle sociali e dell’opinione pubblica, considerando come circola l’informazione, in quale misura è possibile una maturazione della vita associativa e quali sono gli strumenti per rendere più robusti i fattori della produzione e la coesione sociale».
Come valuta i contenuti politici attuali del campo largo? Sovranismo, populismo e giustizialismo stanno prevalendo? Può bastare l’opposizione al governo senza proposte alternative chiare e popolari?
«L’attuale opposizione ha una forza puramente verbale. Non è solo incapace di fare programmi, ma non può neppure farli perché è divisa in cinque o sei fazioni, che hanno in comune soltanto di essere minoranze in Parlamento. Da questi due o tre fattori deriva l’assenza di proposte che non siano disegni fatti a tavolino da qualche collaboratore dei segretari nazionali, ma programmi maturati nelle sezioni di partito, partendo dal basso».
Adesso che cosa succede nel centrosinistra? Si va vanti sulle primarie? Ma come? Schlein contro Conte: che tipo di alternativa può derivare da ciascuno dei due?
«Fare primarie è il modo peggiore per delegare a qualcun altro un compito che dovrebbe essere svolto all’interno del partito: specialmente in questo momento, con l’astensionismo crescente e la forte diminuzione degli iscritti ai partiti, le primarie sono solo un uno strumento per ricorrere al “podestà straniero”».
E dunque?
«I partiti debbono avere la forza e la coesione interna per poter indicare dei leader e poi la capacità di negoziare con le altre cosiddette forze politiche la scelta di un federatore, che rappresenti unitariamente i gruppi che si sono associati. Sono quindi necessari coesione interna, capacità negoziale e calcolo delle possibilità di successo».
La politica estera è da sempre la “cosa che non si può sbagliare” per garantire la credibilità di una forza di governo. Ma il caos globale che viviamo con l’instabilità procurata dall’America di Trump rimette tutto in discussione. Qual è la bussola odierna?
«Le bussole sono chiare. Bisogna prendere atto che non esiste più l’Occidente, come si era configurato alla metà del secolo scorso, che include Stati Uniti ed Europa. Bisogna prendere atto dell’irruzione degli Stati forti nel mondo globale. Bisogna prendere atto della riscoperta dell’improvvisazione in politica, e quindi seguire il consiglio che Stendhal mette in bocca alla protagonista, alla fine della Certosa di Parma, uno dei più bei romanzi dell’Ottocento».
Qual è il consiglio?
«La duchessa Gina Sanseverina, parlando al giovane sovrano Ranuccio IV Farnese, gli dà un consiglio politico fondamentale: più si è in alto, meno bisogna agire d’impulso. Chi detiene il potere deve evitare decisioni improvvise: le azioni di un sovrano hanno conseguenze enormi; è necessaria prudenza, autocontrollo e capacità di calcolo; l’autorità richiede lentezza e riflessione, non slancio emotivo. In sostanza, la duchessa gli insegna una regola tipica del realismo politico: il potere non è spontaneità, ma disciplina e strategia. Questo consiglio riassume uno dei temi centrali del romanzo: il contrasto tra passione (Fabrizio) e lucidità politica (la duchessa); la critica all’improvvisazione nel governo».
Un elemento dirimente della politica estera italiana è il sostegno all’Ucraina e la scelta della difesa europea. Su questo tema le due coalizioni sono coerenti? E, soprattutto, sono in grado di esprimere una credibile vocazione di governo?
«Nessuna delle due lo è, ma quella che è al governo presenta minori fratture».
Che fare, dunque?
«La scelta da fare deve tener conto del passato e delle prospettive. Per il passato deve tener conto del proiezione della Russia verso l’occidente, una proiezione che non riguarda soltanto l’Ucraina ma anche il resto dell’Europa. Per il futuro, deve tener conto delle necessità di allargare l’Unione europea oltre i 27 Paesi che oggi ne fanno parte, includendovi l’Ucraina. Chiunque conosca la storia russa da Pietro il Grande a Caterina II sa che quel Paese ha sempre aspirato a creare propaggini nell’area europea e che questa tendenza va fermata, come ha fatto la Polonia nel passato e sta facendo oggi l’Ucraina».
Ha senso procedere sulla riforma della legge elettorale dopo che il riformismo è stato sconfitto sulla giustizia? E se sì, come? Quale sistema concilia meglio rappresentatività, governabilità e responsività?
«Modificare così frequentemente la formula elettorale, cioè la traduzione dei voti in seggi è un errore grave. So bene che si corre il rischio di trovarsi con un Parlamento spaccato in due e senza la possibilità della formazione di un governo, ma mi chiedo se non convenga correre il rischio, a condizione che l’attuale formula elettorale diventi, come le leggi elettorali dei maggiori paesi del mondo, longeva».
Liberali e riformisti: che spazi hanno in questo quadro bipolare? Sono in grado di fare da “lievito” delle due coalizioni? Devono provare ad allearsi per costruire un soggetto autonomo? O, peggio, manca proprio in Italia la domanda di libertà e riforme?
«I riformisti possono essere dall’una o dall’altra parte. Lo stesso può dirsi anche per i liberali. Il problema è di far sviluppare nuclei riformisti e nuclei liberali sia nella destra che nella sinistra. L’Italia ha enormi potenzialità, non sfruttate per assenza di capacità di orchestrazione e di mobilitazione delle risorse da parte della classe dirigente, che si accontenta di qualche minuto di presenza in televisione o di un certo numero di follower sui social. C’è un difetto di fondo di capacità organizzativa diffusa, e di luoghi di formazione e di aggregazione. Da questi soltanto possono derivare progetti riformisti. In questi sta il “lievito” a cui lei si riferisce».



















